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Eventi hacker per l’estate USA

15 Luglio 2002

Eventi hacker per l’estate USA

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Dal cyber-attivismo di HOPE 2002 alla computer culture di DefCon 10, il mondo hacker si ritrova (e si diverte)

Lasciati alle spalle l’HackMeeting nostrano e la perdurante afa italica, si torna oltreoceano. Dove si affacciano subito due appuntamenti dedicati, guarda un po’, proprio al variegato universo hacker. Si parte con H2K2, quarta edizione di HOPE — Hackers On Planet Earth — ospitata tradizionalmente downtown New York City nel week-end dal 12 al 14 luglio. Un evento dalla cadenza irregolare (la prima conferenza si tenne nel 1994, l’ultima due anni or sono) che raccoglie ormai qualche migliaio di appassionati e smanettoni, curiosi ed esperti provenienti dai quattro angoli del territorio statunitense. Due settimane dopo (2-4 Agosto) ecco invece quella che si autodefinisce la “più grande convention del pianeta!”. Si tratta di DefCon 10, nel solito sfavillio di luci e casinò offerto da Las Vegas, nel bel mezzo del deserto del Nevada. Dove si attende certamente un’audience variegata e internazionale — pur sempre pescando tra “gli elementi più underground della computer culture.”

Da sempre sotto lo sponsor del mitico magazine 2600, HOPE si pone tuttora come il maggior incontro della comunità made-in-USA, sul modello degli analoghi meeting partoriti per la prima volta in Olanda. Non a caso è il Galactic Hacker Party del 1989 ad essere stracitato come motore propulsore e prototipo da imitare. Già, perché negli States è tutt’altro che ovvio ritrovare in questi ambiti quei connotati ormai scontati in Europa, quali militanza o attivismo antagonista. Ecco così che l’azzeccato neologismo “hacktivism” assai in voga per la penisola (vedi anche l’omonimo libro di fresca uscita, prossimamente recensito in questo spazio), qui soltanto ora va trovando una sua legittimazione. Previsti un mare di workshop ed eventi a tema (dalla streganografia ai technomanifesti, dal retrocomputing a Magic Lantern), sempre attivo l’immancabile network aperto per chiunque vorrà portare la propria macchina e condividerne le conoscenze. Mentre uno dei momenti centrali di H2K2 sarà proprio l’intervento del gruppo Hacktivismo, braccio politico dello storico ensemble hacker Cult of the Dead Cow.

Il collettivo presenterà in anteprima un nuovo protocollo peer-to-peer che potrebbe consentire a milioni di persone di navigare, inviare e-mail, fare chat lontani dagli occhi indiscreti di governi e sbirri. Si tratta in pratica della naturale estensione di quelle tecnologie avviate da Napster e moltiplicatesi poi a macchia d’olio, tipo Morpheus e Audiogalaxy, che hanno consentito a un gran numero di utenti di scambiare liberamente software, musica, filmati — con buona pace dei conglomerati industriali e nonostante le loro battaglie legali. Tecnologie ora opportunamente integrate, con “virtual private networking” e metodi di “open proxy”, onde celare così l’identità degli utenti e fornire una sorta di super-anonimato. Almeno questo garantisce Oxblood Ruffin, fondatore di Hacktivismo. Nel frattempo, significativo il nome del protocollo: “Six/Four,” con riferimento al massacro di Piazza Tienanmen a Pechino avvenuto, appunto, il 4 giugno 1989. Un particolare che ha soffiato sul fuoco delle aspre critiche già partite nel mondo dell’info-tech ufficiale. Come dimenticare, ad esempio, quel Back Orifice messo a punto dal gruppo Cult of the Dead Cow appositamente per “spiare” gli utenti Windows? E per molti dirigenti non si tratterebbe altro che di “anarchici” interessati soltanto a dar man forte ad attività criminali nascoste dietro la tutela di anonimato e privacy. Ha però tagliato corto Bruce Schneier, autorità in tema di sicurezza e CTO di Counterpane Internet Security: “Al pari di ogni altra tecnologia, anche questa può essere usata sia per scopi positivi che negativi.”

Altrettanto cruciale appare inoltre la data prescelta per la diffusione sul web dei sorgenti di “Six/Four”: la prima settimana di agosto, in concomitanza con l’annuale DefCon presso l’Alexis Park Hotel di Las Vegas. Un filo rosso tutt’altro che casuale, dunque, quello che collega questi due eventi. E se il primo punta alla cyber-militanza, il secondo ne estende le potenzialità al grande pubblico, prevedendo una partecipazione meno di prima mano e più diversificata, oltre gli hacker a stelle e strisce. Infatti tra le note di presentazione si legge che DefCon è mirata a “hacker, programmatori, phreak, cyberpunk, cypherpunk, hacker open source, difensori dei diritti civili e della privacy, HAM, passanti, curiosi, autorità federali, reporter e chiunque sia interessato a vedere cosa accade oggi nel mondo del computer underground.” Non mancherà in loco un network wireless basato sullo standard 802.11b con gateway verso Internet e perfino alcuni server appositamente dedicati ai presenti (per consentire l’immediato upload e scambio interno di foto o materiali della conferenza, ad esempio).

Ma, come sempre, DefCon propone cocktail sofisticati, con variazioni sul tema del più tipico entertainment. Ci sarà un’area dedicata alla musica dei DJ, la serata di gran gala (Black and White Ball) dove sono ammessi rigorosi doppiopetti di fianco a costumi variopinti, mentre tre canali del sistema TV dell’Alexis Park Hotel offrirà film e altri programmi appositamente realizzati, oltre che gli interventi in diretta dal palco per evitare super-affollamenti in sala. Non basta? Ecco allora una serie di inimitabili “Unoffical Events”: si va dalle Coffee Wars ad una complicata caccia la tesoro alla “guerra contro il tempo” del Cannonball Run. E il tutto per la modica cifra (sul serio!) di 75 dollari al cranio, solo contante. Senza dimenticare infine che, memori di passate esperienze poco felici, ogni giornalista dovrà sottostare ad un severo processo d’accettazione prima di essere accreditato in quanto tale e che viene loro esplicitamente richiesto di rispettare al massimo la privacy dei partecipanti…

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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