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Ecco l’Open Source di prossima generazione

12 Ottobre 2005

Ecco l’Open Source di prossima generazione

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Grande rilancio in vista per il pinguino, dalla miriade di soluzioni applicative al ritorno del venture capital

I sistemi aperti hanno creato un ecosistema sofisticato e flessibile. L’ascesa costante e diffusa di questi anni, porta ad una domanda più che legittima: stiamo forse per assistere al rilancio in grande stile del multiforme pinguino? Sono maturi i tempi per impostare l’open source di nuova generazione, sia a livello tecnico che imprenditoriale e culturale? Pur nell’incertezza tipica del settore, a giudicare dal grande daffare in giro sembrerebbe proprio così. Uno scenario che trova conferma nell’esauriente indagine curata da una fonte più che autorevole, lo speciale online curato settimanale inglese BusinessWeek.

Punto cruciale dell’indagine è l’emergere di un “nuovo ecosistema”, dove contemporaneamente allo sviluppo di applicativi per tutti i gusti e le situazioni si assiste all’elastica diversificazione del movimento in senso più ampio. Di acqua ne è scorsa sotto i ponti dalla furibonda entrata in scena del sistema operativo Linux (anno 1991): oggi copre oltre 4,2 miliardi di dollari nel mercato complessivo dei server (49 miliardi), mentre se ne prevede una crescita pari ad almeno il 15% l’anno per il prossimo quinquennio. E tanto per fare un altro nome, c’è Firefox che ha conquistato il secondo posto tra i Web browser con l’8%, crescendo a ritmi vertiginosi rispetto a Internet Explorer, che pur mantiene l’87%. Insieme al dilagare di Apache, MySQL, JBoss e mille altri programmi, si tratta di un mare magnum che va infiltrandosi con successo in ogni ambito e Paese. Intanto scalpita una nuova generazione di aziende open source pronte a capitalizzare su tale successo, onde provare come software, soluzioni e servizi abbiano le carte in regola per imporsi sempre più a livello mainstream.

Un quadro che non poteva non incontrare l’entusiasmo dello stesso Linus Torvalds, intervistato via e-mail per l’occasione: “Non credo ciò riveli nulla di nuovo, è sempre stato così per la comunità open source, nel senso che l’area dello sviluppo si trova continuamente in fase di espansione”. Lavorando in casa nei sobborghi di Portland, stimolante cittadina dell’Oregon, per conto di Open Source Development Labs, ente nonprofit dedito a diffusione e gestione di sistemi imprenditoriali Linux, Torvalds vede questo nuovo trend di applicazioni e servizi come “solo un altro segno del fatto che le competenze centrali dell’open source sono cresciute abbastanza da consentire questo rilancio, certamente impossibile cinque anni fa, soprattutto per la mancanza della necessaria infrastruttura”. Analoga posizione positiva sulla penetrazione nel desktop, che è sicuramente decollata pur se, mette in guardia il ‘padre’ di Linux, ciò non significa né può significare che “tutti stiano migrando a Linux dal giorno alla notte…. è una conversione lenta, un passo alla volta…. e se ci vogliono altri 5 o10 anni per conquistare una grossa fetta del desktop, non resta che aspettare”. Sottolineando poi l’ottimo stato di salute del kernel soprattutto per impieghi nell’area dei consumer-electronics, altro mercato in rampante salita, Torvalds non manca di rilevare l’importanza di creare una sorta di “patent commons” per dare spazio e respiro a una situazione notoriamente impossibile per chi sviluppa software open source (e libero), sempre a rischio di infrazioni con annesse denuncie legali.

Altro aspetto sostanziale a garanzia di questo rilancio complessivo, è il ritorno dei grandi investimenti un po’ in ogni area del variegato mondo del pinguino.

Come già segnalato, il venture capital torna a foraggiare sia le start-up sia le vecchie conoscenze, pur se con i tipici dubbi del settore, particolarmente riguardo il sostegno economico a lunga scadenza. Lo conferma lo stesso inserto del magazine inglese, che segnala i cospicui investimenti raggranellati da almeno 50 start-up negli ultimi 18 mesi, stilando altresì l’elenco di quelle più promettenti. Tra queste spiccano: SpikeSource, tirato dalla veterana Kim Polese e con investimenti pari a 12 milioni di dollari, la cui attività punta a individuare quei programmi o progetti che, una volta superati i test sul campo, possano essere organizzati in “stack” applicativi dal download libero e gratuito, mentre servizi e assistenza tecnica sono a pagamento: una specie di “mattoni Lego per i manager delle corporation”; poi SugarCRM, nata sulle ceneri della Salesforce.com del 1999, offre software per la gestione dei rapporti on la clientela, analogo a quello di giganti quali Siebel o SAP, avendo accumulato in poco più di anno una base di 500 utenti paganti per varie opzioni aggiuntive, 325.000 download e, negli ultimi mesi, oltre 2 milioni d’investimenti (grazie al lavoro di 900 programmatori e alla disponibilità del software in 20 lingue); e infine, Digium, articolato sistema telefonico basato su Linux e creato da Mark Spence sei anni fa ai tempi del college sotto il nome di Asterisk, che pur essendo “free” oggi ha risvegliato l’interesse addirittura di Intel, che intende riversarlo sui propri chip, onde ampliare il mercato delle aziende medio-piccole coperto finora, anche se “non si può certo sostenere che il mondo telecom sia maturo per l’open source”, chiarisce Spence.

Il futuro globale del pinguino, con tutti gli annessi e connessi, sorprese incluse, appare dunque assai promettente. Se son rose, ri-fioriranno.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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