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E-waste e radiazioni: il wireless sotto accusa

24 Maggio 2002

E-waste e radiazioni: il wireless sotto accusa

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Nel mondo si comprano molti cellulari, ma se ne buttano quasi altrettanti. Il loro smaltimento sta diventando una bomba ambientale che ha già colpito anche i paesi poveri, usati come area di deposito dei nostri rifiuti elettronici. Gli ambientalisti quindi insorgono e intanto la comunità scientifica mette in allarme anche sugli effetti delle radiazioni dei telefonini

Tra tre anni gli americani butteranno circa 130 milioni di cellulari all’anno. Questo significa per gli USA 65mila tonnellate di rifiuti composti da metalli tossici (batterie e non solo). Lo studio che riporta questa cifra, intitolato “Waste in the Wireless World”, è stato svolto da Inform (un’organizzazione di ricerca per l’ambiente) ed è basato sui dati del U.S. Environmental Protection Agency. Il dato vale quindi per gli Usa, ma ovviamente si può proiettare anche sui numeri europei.

Anche se le vendite di telefoni sono diminuite in questi ultimi mesi, per la saturazione del mercato, l’acquisto di altri articoli come palmari, lettori musicali ecc., fa salire il numero di dispositivi wireless venduti in un anno nel mondo a 400 milioni; numero destinato a crescere ancora con l’affermazione di cellulari dotati di funzioni avanzate di accesso a Internet.

Inform ha successivamente avviato una campagna, sostenuta anche da alcuni senatori americani, che invita i produttori di elettronica a progettare in maniera più eco-sostenibile i propri prodotti. Anche presso il Parlamento europeo sta crescendo l’attenzione verso questo tema e l’Australia ha iniziato un programma nazionale di riciclaggio di cellulari.

Molte aziende di elettronica hanno già avviato programmi sperimentali per ritirare vecchi apparecchi (sul modello del riciclaggio di cartucce di stampanti e fotocopiatrici ideato per primo da Xerox), ma il timore che serpeggia tra i produttori è che giungano severe indicazioni di legge che li costringeranno a influenzare costosamente i processi di produzione già consolidati.

Infatti Inform chiede proprio di ridurre le sostanze tossiche, di progettare gli oggetti in modo che siano più facilmente dissemblabili, e quindi riusabili e riciclabili.

Per rispondere a questo movimento di opinione e affrontare la situazione è nata la National Electronics Product Stewardship Initiative, un’assemblea composta da diverse aziende (tra cui Hewlett-Packard, Compaq Computer e Sony Electronics) e agenzie governative che hanno stretto un accordo per avviare un programma finanziario per gli Stati Uniti che incentivi la raccolta, il riuso e il riciclo di materiale elettronico e che inserisca questi passaggi nel complessivo processo industriale.

Gli ultimi accordi, che prevedono l’elaborazione di un piano entro l’anno, si sono stretti qualche mese fa, anche in seguito all’attenzione sempre più pressante su questo tema e soprattutto dopo le notizie poco edificanti di smaltimento dei rifiuti elettronici nel terzo mondo rivelate dal rapporto “Exporting Harm: The High-Tech Trashing of Asia” pubblicato da Basel Action Network e Silicon Valley Toxics Coalition (con il contributo di Toxics Link India, Greenpeace China e un gruppo ecologista pakistano). Secondo il rapporto una gran quantità del cosiddetto e-waste viene esportato in Cina, Pakistan e India dove i rifiuti vengono smaltiti (smontati, bruciati, ecc.) anche da bambini e in condizioni di insicurezza senza gli strumenti adatti.

Ma l’attenzione sugli effetti collaterali dell’uso di cellulari e wireless devices, come è noto, non si limita ai rifiuti. Le radiazioni delle frequenze radiomobili cellulari non sono sicuramente pericolose come quelle di maggiore potenza radiofoniche e televisive, ma la comunità scientifica avverte che non se ne conoscono ancora le vere conseguenze. La diffusione dei cellulari è infatti già stato definita come il più grande esperimento epidemiologico della storia dell’umanità.

Un recente studio di alcuni scienziati inglesi, poi, afferma che le varie soluzioni protettive contro le radiazioni ricevute dall’apparecchio cellulare sarebbero inutili. Dopo aver testato i vari dispositivi sviluppati dall’industria dei cellulari (dagli auricolari ai bottoni assorbenti) gli studiosi hanno valutato che l’assorbimento delle radiazioni è molto ridotto e comunque diminuisce la ricezione e consuma tropo velocemente le batterie.

Lo studio, commissionato dal Dipartimento del Commercio e dell’Industria britannico, era stato iniziato da William Stewart, che ha poi criticato il fatto che non siano stati resi pubblici i diversi prodotti analizzati, che hanno comunque prestazioni diverse. In questo modo infatti, secondo Stewart, non si è reso un servizio ai consumatori.

Recentemente due aziende americane (Stock Value 1 e Comstar Communications) che garantivano la protezione dalle radiazioni dei loro prodotti sono state bloccate dalla Federal Trade Commission perché in realtà non disponevano di alcun elemento per affermare ciò.

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