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E se l’alleato del digitale fosse l’artigianato?

28 Ottobre 2010

E se l’alleato del digitale fosse l’artigianato?

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Artigianato e cultura digitale formano un binomio apparentemente contraddittorio, che può però diventare un formidabile motore di innovazione. E per una nazione imbevuta di cultura artigiana, questa è per una volta una buona notizia

C’è un tema che oggi non può più essere ignorato in nessuna analisi seria della rivoluzione digitale in Italia: il bassissimo livello di adozione delle tecnologie Ict presso le piccole e piccolissime imprese. Per capirne le cause perduranti, bisogna analizzare il fenomeno del digitale da una diversa angolazione per mettersi al riparo dalle false letture (che diventano spesso tenaci stereotipi) che hanno accompagnato – anzi continuano ad accompagnare (soprattutto sui media) – il suo racconto e di conseguenza a orientare le ricette proposte per la risoluzione delle sue dimensioni più problematiche.

Cultura d’importazione

Poiché il software è sempre più un condizionatore culturale e non solo procedurale (le opzioni di default, il concetto di errore come devianza dalla norma procedurale, la flessibilità predefinita a tavolino),  l’assenza di una cultura digitale autenticamente “italiana” sfavorisce la diffusione di buone pratiche nate dai contesti produttivi che ci sono tipici. La cultura 2.0 – che sembrerebbe dare pienezza di potere all’utente e quindi consentire la costruzione di sottoculture – rischia di diventare uno specchio per le allodole, in quanto certamente aumenta la sensazione di indipendenza all’interno di un sistema che però è completamente pre-vedibile (e pro-gettato): un sistema cioè interattivo spacciato per interagente, che oltretutto si auto rinforza con i comportamenti simili – allo stesso modo in cui il motore di Google propone i risultati delle ricerche privilegiando non il match più corretto ma il sito visto da più persone.

D’altra parte la tecnologia va sempre più frequentemente molto al di la della tecnologia stessa nel suo potere condizionante e ha anche dei lati oscuri che vanno compresi e gestiti e non semplicemente ignorati. Io – pur essendo un appassionato delle nuove tecnologie – mi trovo sempre più frequentemente nella posizione paradossale di mettere in guardia dai lati oscuri (normalizzazione culturale, omogeneizzazione procedurale, information anxiety, oblio digitale, illusione di globalizzazione) per combattere un neopositivismo dilagante che diventa sempre più riduzionista e critico e soprattutto banalizza la realtà.

Anche il concetto di terziarizzazione dell’economia non significa dire che sta scomparendo la dimensione fisica della produzione, ma semplicemente che il virtuale è sempre più importante e interagisce con la dimensione fisica, si interconnette, si ridefinisce. In questo dialogo le due dimensioni non si limitano a giustapporsi e a complementarsi, ma si avvicinano e si modificano reciprocamente: la materia cerca leggerezza e significati e il virtuale corporeità e concretezza.

Imprecisione di perimetro

Per questi motivi una comprensione non superficiale del digitale rifugge ogni schematismo. Quello che emerge è che il fenomeno del digitale è molto più articolato e incompreso di quanto non si pensi e i suoi confini non coincidono con quanto misurato della ricerche di mercato o definito dalle associazioni di categoria; questa imprecisione di perimetro rischia di non far cogliere ai decisori e agli operatori del settore tutte le dinamiche competitive e di ridurre quindi l’efficacia delle azioni di sistema (sia quelle per proteggere il mercato sia quelle per irrobustirlo e dargli una prospettiva più internazionale).

Infatti la drammaticamente insufficiente penetrazione del digitale nelle piccole e medie imprese italiane e fra i professionisti è in larga parte responsabilità di come le istituzioni hanno orientato la competizione (sulle infrastrutture e non  sui servizi) e su come i fornitori di soluzioni Ict – soprattutto i grandi operatori – (non) ascoltano i clienti, strutturano l’offerta e organizzano le modalità di commercializzazione, supporto e assistenza.

Quello che serve è una nuova formazione (meno alfabetizzazione e più accompagnamento) e una diversa forma di prossimità (non solo fisica ma soprattutto legata all’empatia e all’intimità) fra utente e progettista. Ma servono soprattutto nuove interfacce (e più in generale la cultura  e i metodi del design applicati al digitale), snobbate dalla cultura ingegneristica che le considera dei banali – anche se necessari – pulsanti che permettono solo di attivare quello che è invece il vero cuore del sistema: l’Algoritmo, la Procedura.

Il progettista e la diversità

Se analizziamo in dettaglio le fasi di concepimento, progettazione e gestione delle soluzioni digitali, appare evidente che il progettista deve sempre più frequentemente mettere insieme in maniera armonica (e idealmente unica) molti ingredienti tecnologici: dispositivi, sensori, algoritmi, contenuti e interfacce. Sviluppare il sistema informatico di un’azienda o di una istituzione non è quindi un processo industriale, né deve esserlo. Non si tratta di imporre comportamenti standard – che sarebbero deleteri nel mondo delle imprese, togliendo diversità, dinamicità e in ultima istanza competitività – quanto piuttosto di adattare una “cassetta di attrezzi” a uno specifico contesto, bilanciando correttamente buone pratiche consolidate con specificità individuali.

Il rapporto del progettista con la diversità che ogni azienda rappresenta deve dunque essere di com-prensione: la diversità è cioè un elemento distintivo da valorizzare e non una imperfezione, un difetto da eliminare, sfuggito dal controllo di qualità costruito a tavolino da qualche ingegnere della produzione che non è mai uscito dai suoi uffici per osservare la vita reale delle imprese. In questo assemblaggio l’azione del progettista digitale è quindi più simile a quella di un artigiano che non a quella di un operaio in catena di montaggio. Il tema non è aumentare la produttività dei programmatori o creare metodologie iper-strutturate che riducano al minimo i gradi di libertà (spesso ritenuti “errori”) del progettista per impedire variazioni sul tema. Ma piuttosto adattare la tecnologia al contesto (non solo operativo ma anche culturale), «sedurne la forma» per usare una bella espressione coniata da Lèvi Strauss nel descrivere il mestiere artigiano.

E la materia prima digitale – l’ingrediente primo dell’artigiano del digitale (come affermo in Artigiani del digitale. Come creare valore con le nuove tecnologie) è sempre più accessibile e diffusa: il movimento dell’open source e la parallela standardizzazione delle interfacce hanno infatti creato un vero e proprio boom di “digitale grezzo” a elevate prestazioni e a costi particolarmente contenuti sui cui l’artigiano può esercitare le sue attività di adattamento e personalizzazione e quindi “sedurne la forma”.

Cultura artigiana

Nel se-durre (che non vuol dire semplicemente con-durre verso una direzione prestabilita, ma avvicinare a sé, a uno specifico contesto) sta il segreto dell’artigianato digitale. La materia digitale non è inerte, ma anzi è quasi magica e – come noto – può vivere di vita propria e andare spesso verso direzioni non previste (né volute) dai suoi progettisti. Pertanto l’artigiano del digitale deve non solo sedurre ma talvolta addirittura sedare le infinite potenzialità della materia digitale e applicarle a un contesto sempre diverso e sempre cangiante, ma con molti elementi ricorrenti e persistenti.

I punti di contatto con la cultura artigiana sono quindi molti. Un altro esempio è la manutenzione – riparazione nel linguaggio artigiano – aspetto strutturale e non accidentale delle applicazioni software (a partire dalla sua incidenza nei costi complessivi del progetto). E allora si comprende come questo binomio apparentemente contraddittorio “artigiano” e “cultura digitale” è invece un motore che genera innovazione e come la cultura artigiana non sia un retaggio del passato ma uno strumento anche per plasmare il futuro. E poiché il tessuto imprenditoriale italiano è imbevuto di cultura artigiana, questa è certamente una ottima notizia per l’Italia. Infatti nel nostro Paese vi sono casi estremamente innovativi (e poco conosciuti) anche nel modo di lavorare e innovare nel digitale (di fatto riconducibili alla cultura artigiana e al loro dialogare permanente con le medie imprese eccellenti del Made in Italy) che suggeriscono di ipotizzare una via italiana al digitale.

Centralità digitale

D’altra parte questa dimensione del digitale, questa sua vicinanza al design più che all’ingegneria era già nota in Olivetti dove era diventata una pietra angolare dell’azienda. L’aver richiamato grandi designer come Sottsass, Bellini e Nizzoli a lavorare per Olivetti non era né artificio comunicativo né estetismo decadente, ma strategia di business che puntava a creare prodotti non solo distintivi e belli, ma anche facili da usare e intuitivi. Ad esempio Sottsass, chiamato a rendere più comprensibili i rivoluzionari prodotti tecnologici della Olivetti, affermò: «Si deve trovare una nuova forma che, per sua natura, sia più simbolica e meno descrittiva». I risultati di questa strategia si videro subito: nel 1954, infatti, la Olivetti vinse il premio del design “Compasso d’oro” con la macchina da scrivere portatile Lettera 22 progettata da Nizzoli.

È quindi necessario (ri)dare centralità “digitale” ai professionisti e ai creativi, alle piccole e medie imprese, per troppo tempo incomprese, indifese e non rappresentative in quanto non (ben) rappresentate.

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