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E se la rivoluzione in rete partisse dall’alto?

07 Febbraio 2011

E se la rivoluzione in rete partisse dall’alto?

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A giudicare dalle statistiche legate alla diffusione della tecnologia in Egitto qualche dubbio sulle masse innervate da internet resta e vien da pensare, per dirla con Linkiesta, a una «sommossa borghese»

In questi giorni di tormento per l’Egitto, è ritornato alla ribalta il tema dell’effetto di internet nel supportare, fomentare e coordinare movimenti di massa. Un popolo che si sveglia, si sensibilizza, si organizza e lotta politicamente usando la rete. I media e molti opinionisti del settore digitale si sono nuovamente buttati a cavalcare questa tigre mediatica, per sottolineare come la rete e internet (specialmente mobile) stiano cambiando il mondo e il concetto stesso di democrazia, o almeno il modo in cui funziona in pratica. Un tema già abbondantemente spinto in occasione della ventata popolare che ha attraversato l’Iran non molti mesi fa. E, per estensione, in modo più cronico che acuto, un tema che fa molto riflettere in un ambito meno infuocato come quello del marketing, dello user generated marketing o, se volete, del marketing partecipativo.

Dubbi

Per deformazione professionale però, devo dire che quando leggo un’affermazione non posso fare a meno di domandarmi se sia vera, quanto sia vera, a che condizioni sia vera. O meglio, “come” sia vera. Nello specifico dell’Egitto, mi ha molto impressionato sentire parlare alla televisione dell’impatto che hanno avuto Twitter e il cellulare nel diffondere informazioni, notizie, nel permettere agli egiziani in rivolta di organizzare flashmob e assembramenti. Bellissimo. Solo che mi coglie un po’ di sorpresa un fatto. Mai e poi mai avrei detto che, in paese a basso reddito come l’Egitto ci fossero così tanti smartphone o quantomeno cellulari evoluti. Non ho idea di quanto costino laggiù e di quanto costi il servizio, ma tenendo conto che nemmeno in Italia sono poi così diffusi e che il reddito procapite egiziano (6.100 dollari)  è circa un quinto  del reddito procapite italiano, qualche riflessione mi pare lecita, tant’è che l’Egitto è il paese della regione con la più bassa penetrazione della popolazione, attorno al 6% del totale cellulari.

Dunque, in un paese dove la rivoluzione si sta facendo anche per le condizioni economiche, la disoccupazione, la mancanza di reddito, mi fa un po’ strano vedermi rifilato il concetto che più o meno “tutti” lì abbiamo il lusso di uno smartphone. E lo stesso potrei pensare dell’Iran. E lo stesso penso dell’Italia – temo che da noi si farebbe davvero fatica, fuori dalla cerchia dei Navigli che delimita il centro di Milano, a organizzare oggi una rivolta esclusivamente via Twitter e Facebook mobile. Poi, combinazione, mi capita sotto gli occhi quella gran bella sperimentazione che è Linkiesta, il nuovo giornale senza carta e tutto bit. Che invece di cavalcare demagogicamente le notizie, o almeno questa notizia, mi sembra darne una lettura critica.

Non proprio di massa

Viste le credenziali dell’autore, mi sento un po’ meno dubbioso nelle mie conclusioni. Anche perché leggo in un altro articolo della stessa testata qualche numero sulla penetrazione di internet in Egitto. Il 21% degli egiziani ha Internet. Uno su quattro ha un blog, il 20% dei blogger si occupa di politica. Facendo due conti, si arriva a dire che (solo?) l’1,05% degli egiziani fa politica usando un blog, probabilmente basato su una connessione “wired”. Non certo un numero di massa, non certo un numero che giustifichi le adunate oceaniche e incavolatissime viste per strada. Giustamente la rivoluzione non la fa il web ma le persone, ed è giusto chiedersi, affettando a strati la società e l’accesso alle tecnologie, quali persone facciano cosa e come.

Come spesso dico, gli utenti non si contano, si pesano. E davvero penso che questa rivoluzione arrivi, almeno in parte dall’alto, parta da un’elite socioculturale, con internet, smartphone e tutti i crismi. Che dall’altro verso il basso attraversi gli strati della società. Come dice Linkiesta, «una sommossa borghese». E sono proprio i fenomi di percolazione dal’alto in basso che fanno paura, più che i (piccoli?) numeri della diffusione attuale, perché chi è nella stanza dei bottoni questi numeri li ha e li guarda. E quindi sono da studiare accuratamente quegli affascinanti fenomeni di passaparola o più elegantemente viralizzazione delle idee pericolose. Nella politica come nella comunicazione aziendale.

Noi comunicatori

Questo discorso possiamo appunto ribaltarlo, come anticipato, anche sullo user generated marketing. Mi domando se anche nel nostro mestiere di comunicatori non siamo troppo pronti a universalizzare comportamenti che invece sono per certi versi elitari. Che certamente, lo dicono molti segnali, si universalizzeranno – specialmente sul fronte della connessione a internet e ai social network attraverso dispositivi mobili. Che certamente si diffonderanno come modelli culturali, ma che universali oggi non sono. Per chi fa strategie di business questo è, scusate se mi permetto, un parametro molto più che critico.

Proseguo quindi nel mio approccio, talvolta criticato, di cautela, di critica, di guardare la realtà per i suoi numeri con dei bei distinguo tra posizioni ideologiche, desideri e realtà dei fatti. Che inevitabilmente, lo so per primo, sono destinati ben presto a travolgermi rendendomi obsoleto, in quella straordinaria società dei prossimi anni dove tutti saremo digitalmente connessi in modalità wireless, tutti saremo attivi sui social media per costruire partecipativamente una società nuova, ridefinendo la politica, la cultura e la società. Portando alle futuristiche masse popolari ciò che per eoni, prima di internet, era stata sostanzialmente una prerogativa di elite socioculturali. O almeno lo spero.

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