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È davvero collettiva l’intelligenza del web 2.0?

27 Ottobre 2006

È davvero collettiva l’intelligenza del web 2.0?

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Ogni 100 partecipanti, uno solo contribuisce attivamente con i suoi contenuti, 10 fanno il minimo indispensabile e 89 stanno a guardare. Ciò non toglie che chiunque possa partecipare, e tanto basterebbe. Se non fosse che quei pochi che si dan da fare finiscono per guadagnare un'influenza spropositata. Qualche dato e qualche proposta

Un’ottimistica e spesso trionfale retorica della partecipazione aleggia sul microcosmo dei social media. Fin dagli esordi il web 2.0 ha rilanciato in salsa user-generated content l’utopia democratica della prima Internet: diventare un’arena tecnologicamente collaborativa e orientata alle relazioni tra pari, aprendo alle masse quei processi prima gestiti solo da chi era in possesso della patente di “esperto”. Per fare un esempio noto, il successo di Wikipedia è stato subito salutato come l’inizio di un nuovo approccio al sapere in cui l’intelligenza di tanti semplici individui che si autocorreggono a vicenda può risultare superiore a quella di un singolo specialista.

Di qui a far coincidere una disponibilità tecnologica (nuovi strumenti di produzione dal basso) con un’automatica penetrazione sociale (“tutti sono disposti a partecipare”) il passo è stato breve. Troppo breve e avventato. Ora che il web 2.0 non è più “quello che viene dopo“, è tempo di bilanci. Chi si nasconde dietro le folle del read-write web, delle televisioni condivise, dei wiki, del bookmarking collaborativo? Davvero si è realizzata la revancha delle masse tanto annunciata?

The Wisdom of the Few

A incrociare i dati di alcuni tra i più popolari servizi user-powered (digg, YouTube, Wikipedia) sembrerebbe proprio di no. Anzi, più i social media crescono e più si consolidano micro-hub di utenti “più uguali degli altri” capaci di influenzare buona parte dei processi collaborativi. Tanto che Michael Arrington già parla di “wisdom of the few” (intelligenza dei pochi), ribaltando il mantra dell'”intelligenza collettiva”, che, come uno spettro, si ripresenta a ogni upgrade del web. Con questa espressione, l’autore di Techcrunch sintetizza bene la portata della frattura partecipativa che ha trovato un modello esplicativo e predittivo nella cosiddetta regola dell’1% o “1:10:89”, secondo la quale su 100 utenti di una piattaforma ad architettura partecipativa

  • solo 1 contribuisce attivamente con propri contenuti;
  • 10 partecipano di tanto in tanto alle attività minime della vita di community (commento, ranking, tagging);
  • i restanti 89 fruiscono passivamente.

Si tratta di un’evidenza ancora non supportata da dati empirici, benchè trovi una sua legittimazione in diverse analisi della teoria economica e della psicologia sociale. In particolare quest’ultima ha dato ampio risalto al fenomeno della participation inequality all’interno delle dinamiche di gruppo. E cioè: non tutti gli individui contribuiscono in prima persona ai processi collettivi; spesso solo un’esigua minoranza determina i comportamenti di una grande maggioranza silente e inattiva. È quanto Pareto aveva sintetizzato nella legge 80/20 secondo cui l’80% degli effetti è spesso determinato dal 20% delle cause.

Cascate informative

L’ineguaglianza partecipativa online è cosa nota da tempo. È stato ampiamente dimostrato, ad esempio, come già ai tempi di Usenet il 3% degli utenti era responsabile del 25% del totale dei messaggi. A sorprendere, invece, è la crescita di questa assimmetria su molti servizi del web 2.0, dove le percentuali vanno molto al di là di quanto previsto dal principio di Pareto. Ecco alcuni esempi:

  • YouTube: a ogni upload corrispondono 1.538 download: gli utenti attivi sono quindi solo lo 0,07%
  • Wikipedia: a partire da questi dati, è stato calcolato che il 50% degli articoli è prodotto dallo 0,7% dei wikipedians; il 72% dall’1,7%.
  • digg: Jason Calcanis afferma che il 30% dei contenuti presenti in home page sono postati dai primi 10 top-user (che a loro volta costituiscono solo il 3% dei top-user di digg);
  • duespaghi.it: secondo quanto riferito dai creatori del progetto al recente Bzaarcamp di Milano, solo il 2% dei visitatori è registrato; a creare contenuti è il 47% degli iscritti e l’1% degli utenti totali.

In tutte queste realtà ci troviamo di fronte a un classico problema di cascata informativa: una situazione di network in cui le decisioni e le attività di pochi influentials producono un effetto sproporzionato sui comportamenti dell’intero gruppo. Per dirla con Malcom Gladwell (autore di The Tipping Point) le cascate sono una conseguenza naturale delle relazioni tra pari, essendo governate più di quanto non si creda da un forte spirito di conformismo (group think). E ciò finisce per avvantaggiare gli early adopters che spesso si aggregano per massimizzare gli effetti della loro attività e imporre la propria agenda. È il caso di digg, dove i top-user hanno dato vita a cordate e alleanze per promuovere le storie da loro sottoposte. Con la conseguenza che il portalone, seppur dotato di una piattaforma disintermediata e potenzialmente rappresentativa, rispecchia gli interessi e i gusti di una minoranza di assidui frequentatori, piuttosto che quelli dell’intera utenza.

Il prezzo della partecipazione

Consapevole che «l’ineguaglianza partecipativa c’è e ci sarà sempre», Jacob Nielsen non stigmatizza l’universo dei social media: «se i “nascosti” vogliono collaborare possono sempre farlo». La sfida semmai è un’altra: stringere la forbice dell’attuale divario e riuscire a coinvolgere di più il 10% di utenti già orientati alla partecipazione. Nielsen, al solito, ha già pronta la sua ricetta:

  1. abbassare le barriere di ingresso, rendendo la collaborazione più immediata e usabile;
  2. automatizzare alcuni meccanismi di relazione: come ha fatto Amazon con le raccomandazioni automatiche (“chi ha acquistato questo libro, ha poi acquistato anche questo…”);
  3. modificare, non creare: per gli utenti è più semplice gestire pratiche predefinite, rispetto a dover produrre contenuti ex-novo;
  4. promuovere la qualità, introducendo, ad esempio, il ranking sulla reputazione;
  5. premiare chi contribuisce: con una ricompensa economica o – ancora meglio – offrendo trattamenti preferenziali (sconti, punti-premio).

In realtà, proprio l’espediente della retribuzione messo in atto da Netscape (1.000 dollari al mese offerti ai contributor più attivi di digg) ha fatto scaturire in Rete un acceso dibattito. In molti ormai riconoscono che il bookmarking collaborativo non è solo questione di economia del dono. Comporta anche elevati “costi” di tempo e di attenzione. È così che, con buona pace delle tecno-utopie democratiche, una nuova frontiera del crowdsourcing sta per nascere.

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