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Du yu spik inglish? Presente e futuro dell’industria culturale

24 Giugno 2005

Du yu spik inglish? Presente e futuro dell’industria culturale

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Google Print, non è altro che un ulteriore tassello di un mosaico culturale che sta assumendo contorni sinistri.

Qualche anno fa il prestigioso MIT (Massachuset Institute of Technology) annunciava che, grazie ad un sostanzioso contributo di due fondazioni (William and Flora Hewelett Foundation e la Andrew W. Mellon Foundation) si era impegnato nel varo di Opencourseware, un’iniziativa che avrebbe pubblicato online parte dei corsi MIT ai quali dare accesso gratuito a chiunque.

Ad oggi, grazie anche alla disponibilità degli insegnanti del MIT, sono 900 i corsi presenti per 33 discipline che vanno dall’Aeronautica alla Scrittura (ordine alfabetico in inglese: Aeronautics – Writings). Ci si aspetta che per il 2008 potranno essere 1800 i corsi online. Intanto la New York Public Library mette a disposizione dei suoi frequentatori circa 700 audiolibri da caricare, ad esempio, sul proprio iPod in formato.mp3 potendo in questo modo godersi le avventure di David Copperfield o Nicholas Nickleby nello jogging quotidiano lungo il percorso dell’Upper Reservoir a Central Park. La NYPL dispone in oltre di una collezione di circa 3000 e-book scaricabili liberamente da chiunque abbia la tessera della biblioteca.

Infine, da qualche settimana è disponibile la versione beta della già citata Google Print del quale si è parlato anche su questo portale, quella straordinaria biblioteca digitale che è, nell’intenzione di Sergej Brin e Larry Page, la più incredibile raccolta di testi che l’uomo abbia mai neppure potuto immaginare: ogni libro finora stampato in ogni lingua del mondo digitalizzato e reso disponibile alla consultazione grazie ad un motore di ricerca. Google Print fa parte di una di quelle idee pazze e meravigliose come la Torre di Babele o le Piramidi il cui sguardo va ben al di là di ogni possibilità umana ma che per congiunzioni astrali, fortuna o benevolenza delle divinità, convergono in un capolavoro dell’umano ingegno. Uno di quei progetti che se non collassa su se stesso resterà come una delle meraviglie del mondo contemporaneo.

Ma esiste un problema alla radice di queste operazioni, di per se lodevoli. Il fatto è che questo presunto mondo di cui stiamo discutendo parla inglese. Malgrado le intenzioni di Google di trattare tutte le lingue del mondo l’accordo è stato fatto, per ora, con cinque biblioteche anglosassoni: quelle delle università di Harvard, Oxford, Stanford, quella del Michigan e la New York Public Library. Una valanga di documenti, testi, produzioni culturali in lingua inglese si sta riversando come il Nilo nella stagione delle piogge e sta fertilizzando col suo limo anglosassone tutto il mondo conosciuto.

Non c’è concorrenza possibile. Chi, se non gli americani, ha una tale potenza economica da permettere operazioni di simile portata? Chi si può permettere di inventare nuove tecnologie per supportare progetti che vanno ben al di là di ogni immaginabile risultato come sta facendo Google, il cui staff ha candidamente ammesso che allo stato attuale della tecnologia il progetto Google Print è semplicemente impossibile? Quanti paesi possono contare su una popolazione avvezza alla tecnologia, economicamente in grado di acquistarla come i cittadini di Manhattan che frequentano le biblioteche pubbliche? Lo hanno fatto col cinema, con la musica, con i jeans ora lo faranno con la cultura. Se si vuole far parte dell’orgia di materiale culturale che la digitalizzazione ci mette a disposizione bisogna giocoforza conoscere l’inglese.

È un dato di fatto, ad esempio, che nel campo delle nuove tecnologie, malgrado i meritevolissimi sforzi di diversi editori, primo tra tutti Apogeo, la quantità di testi in italiano è irrisoria rispetto alla grandezza dei testi disponibili per ogni argomento che vengono pubblicati nel mondo anglosassone, segnatamente negli Stati Uniti. Per non parlare poi del materiale disponibile in Rete.

L’inglese, che è ora la lingua franca dei navigatori, grazie ad operazioni digitali in grande stile ne sta diventando anche la Koinè, la lingua dell’elite culturale?

Se è così in Italia non siamo messi molto bene.

Secondo il Censis infatti (2001 – XXXV Rapporto sulla situazione sociale del paese) la percentuale degli europei che dichiara di conoscere l’inglese è di circa il 40%, percentuale che scende al 39% in Italia. Ma qui non si tratta di saper comprendere farsi del tipo:”the cat is on the table”, stiamo parlando di letteratura, di testi tecnici, scientifici. È necessario qualche strumento in più. Ed ecco che nel nostro paese la percentuale di coloro che sono in grado di cavarsela meglio, insomma qualcuno che se legge “ragdoll cats have broad and heavy-boned, and muscular bodies” non sbarra gli occhi completamente perduto, risulta far parte di un ristrettissimo club che non conta più del 6% dei compatrioti.

Senza una adeguata potenza economica e una proporzionale ambizione, la nostra cultura è destinata a restare relegata ad un sistema di trasmissione che rischia di rimanere soffocato nelle sue stessa pastoie, mentre con una scarsa attenzione al valore delle lingue straniere (senza dare sempre la colpa alle scuole, insomma non imparare l’inglese è anche una questione di pigrizia) rischiamo di rimanere tagliati fuori da questa messe di informazioni senza controllo e senza difese. Ci troveremo a scimmiottare anglicismi a noi incomprensibili anche nella cultura, come negli anni sessanta si scimmiottavano le melodie dello swinging london. (shi lovsiu yeh yeh yeh).

Qualcuno in Europa ha già raccolto la sfida: Chirac, accogliendo l’invito del presidente della Bibliothèque Nationale de France Jean-Noel Jeanneney, ha auspicato la creazione di una biblioteca virtuale europea. Buona idea, ma chi si occuperà dei paesi più poveri, la cui lingua e cultura non dispongono di forze industriali?

Le operazioni in grande stile su una cultura globalizzata, quale è quella che viaggia sulle autostrade digitali, dimostrano come la semplice tecnologia non garantisce un accesso automatico alle informazioni, né una democratizzazione di default della conoscenza. Anzi, il caro vecchio e immarcescibile colonialismo culturale può trovare strumenti nuovi e potenti che si possono nascondere dietro le migliori intenzioni dalle quali potersi difendere è sempre più difficile.

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