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Dopo Bin Laden, un nuovo scontro di civiltà

12 Maggio 2011

Dopo Bin Laden, un nuovo scontro di civiltà

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Dopo la morte del leader di Al Qaeda, si apre una nuova fase nel dibattito tra moderati e integralisti islamici, con implicazioni dirette sui movimenti in corso nell'area del Mediterraneo. Una fase in cui i social media potrebbero avere un ruolo importante

L’uccisione di Osama Bin Laden forse è il segno dei tempi nel mondo arabo, in cui qualcosa sta cambiando prepotentemente. La sua morte non influenzerà i cambiamenti tumultuosi di cui siamo testimoni quotidianamente, probabilmente il terrorismo islamico continuerà a essere presente e anzi la lotta sarà ancora più aspra. Ma il sogno del Califfato, di un’unica grande nazione islamica intercontinentale, dello sceicco del terrore, svanisce per sempre, colpito già da tempo da una nuova gioventù araba in cerca della libertà e di una nuova identità.

Bin Laden vero o falso?

Quando il Presidente degli Stati Uniti una domenica pomeriggio, il primo maggio, ha annunciato in diretta tv il ritrovamento e l’uccisione di Bin Laden dando in mano ai mass-media l’unica vera notizia è riaffiorato un po’ ovunque anche il complottismo che ha sempre covato sotto la cenere dell’11 settembre. È una montatura? È un sosia? In realtà è già morto anni fa, ma viene annunciato adesso per convenienza politica? o in realtà è ancora vivo? Nessuna di queste tesi è sostenuta da prove a favore, ma il complottismo rappresenta un segnale chiaro per l’amministrazione statunitense: troppo controllo delle news e troppo giornalismo embedded. La morte mediatica di un nemico mediatico può lasciare dubbi, soprattutto se si cambia versione ogni giorno in conferenza stampa: mentre lunedì per John Brennan (capo dell’anti-terrorismo americano) Bin Laden era armato e si era fatto scudo con una donna, martedì secondo Jay Carney (portavoce della Casa Bianca) lo sceicco terrorista era disarmato e la donna era morta per il fuoco incrociato.

I reportage dei media americani nei giorni successivi, sia perchè debitamente informati dall’Amministrazione sia dopo i sopralluoghi degli inviati, contribuiscono a confondere ulteriormente la situazione: basti pensare alla villa da un milione di dollari (una cifra particolarmente simbolica nell’immaginario dell’americano medio) dove si nascondeva Osama, che giorni dopo si rivela una catapecchia ben rinforzata su un terreno di una valore non superiore a 250.000 dollari. Si inizia a parlare delle foto e dei video come prova dell’uccisione, iniziano a girare su Internet fotomontaggi di ogni tipo sul corpo di Bin Laden, o sul suo presunto funerale islamico celebrato su una portaerei, a cui alcune tv o agenzie di stampa all’inizio credono, diffondendoli ulteriorimente. In realtà queste foto non verranno mai fuori, dopo il veto di Obama stesso. Vengono diffuse, invece, le foto di altri cadaveri nel nascondiglio, ripresi così da vicino da rendere poco comprensibile il contesto.

Il cenacolo e la cronaca involontaria

In tutto questo il frammento più genuino è la foto scattata all’interno della Situation Room da Pete Souza, messa a disposizione insieme alle altre su Flickr dalla Casa Bianca. Si tratta di un’immagine che probabilmente diventerà storica: non potendo testimoniare la notizia la foto testimonia i sentimenti dei diretti protagonisti nel momento in cui si forma la notizia. Essa stessa è la notizia. Obama contratto, Hillary Clinton preoccupata, Brennan teso, le foto dei rilevamenti in evidenza, i faldoni con i documenti: tredici personaggi incrociano destini intorno a un tavolo, come fosse l’iconografia di un nuovo Cenacolo. Nessuno avrebbe potuto costruire a tavolino un’immagine del genere, facendoli recitare: è la verità sulla fine di Bin Laden. Non a caso diventa subito una delle foto più popolari nel mondo, in poco più di una settimana sta superando le più viste nella storia di Flickr, i media mondiali la usano per le copertine ed è anche oggetto di infinite parodie. È un barlume che arriva da internet e dai social media, che Obama e il suo staff gestiscono egregiamente. E non è il solo.

Mentre Sohaib Athar, informatico pachistano che vive ad Abbottabad per sfuggire al caos della grande città, scriveva un tweet in cui si chiedeva come mai in piena notte degli elicotteri volassero bassi sulla cittadina, non si rendeva conto di essere testimone involontario di una operazione militare tra le più segrete di sempre. Non sono tanti i blogger in quella zona, meno ancora quelli che usano Twitter, perciò @ReallyVirtual diventa un punto di riferimento online per i pochi pachistani svegli nella notte e interessati ad avere notizie di prima mano su quello che, dopo un’esplosione, sembrava un incidente. In realtà era un altro frammento dei fatti in arrivo dalla Rete. Il mondo, però, si stava concentrando su un altro tweet, quello di Keith Urbahn, ex capo dello staff di Donald Rumsfeld che aveva rivelato la notizia sensazionale. Solo dopo molte ore ci si è accorse che l’eco digitale di quel blitz era già scritto su Twitter. I social media, trasportando e registrando le prime informazioni diventano, parte della notizia, mentre Sohaib diventa una piccola star per gli inviati da tutto il mondo che cercano di capire cosa sta accadendo a 200 km da Islamabad.

La cittadella di Abbottabad

Quando nel 2008 Morgan Spurlock girò il documentario Che fine ha fatto Osama Bin Laden? viaggiando in moltissimi paesi mediorientali e asiatici (Afghanistan compreso), la risposta che riceveva alla domanda contenuta nel titolo era spesso: «è in Pakistan, lo sanno tutti», ed era la verità.
Gli Stati Uniti sono alleati militari del Pakistan, gli inviano milioni di dollari per la cooperazione eppure Osama Bin Laden era nascosto tranquillamente lì da almeno 5-6 anni. Non era nei territori tribali fuori controllo del governo, al confine con l’Afghanistan, ma in una cittadina ordinata vicino alla regione montuosa del Kashmir conteso con l’India, sede di un’accademia militare. Un luogo in cui persino gli americani erano stati per breve tempo e in cui il concetto di “nemico” è associato non ai talebani ma agli indiani.

Come è stato possibile? Le indagini sono ancora in corso ma ci sono pochi dubbi che ci siano state connivenze e lo zampino del potente Inter-Service Intelligence (ISI), il servizio segreto pachistano. Eppure una scintilla di questa verità ci era già arrivata da Wikileaks: in uno dei documenti segreti resi pubblici a fine aprile, riguardanti la gestione dei prigionieri a Guantanamo, gli Stati Uniti, consideravano l’ISID come un’organizzazione terroristica al pari di Al-Qaeda, Hamas, Hezbollah, l’Intelligence iraniano. Se almeno una parte del governo e dei militari pachistani sapeva dove fosse Bin Laden perchè lo hanno tenuto nascosto tutto questo tempo? Quali sono i veri rapporti tra i militari pachistani e i talebani, qual è la vera storia degli attentati a Peshawar, del sanguinoso attacco a Mumbai? I talebani pachistani sono in grado da soli di concepire un attacco come quello a Camp Chapman vicino Khost in Afghanistan, base della Cia in cui sono morti 8 agenti segreti dove si raccoglievano informazioni per gli obiettivi dei droni, tramite un informatore suicida che faceva il doppio gioco? La risposta, forse, è nelle immagini del luogo dove Osama si nascondeva. Ben in vista ai militari, non confuso tra le altre case, senza tunnel o intercapedini nascoste, mure alte e solide, filo spinato in cima: è un nascondiglio o una prigione?

Un nuovo scontro di civiltà?

Con la morte di Osama Bin Laden ci rendiamo conto di quanto il mondo arabo sia diviso e di quanto lo sceicco sia stato più usato che amato.
Appare ora evidente come la divisione non sia più tra moderati e integralisti, come forse ama credere l’Occidente, ma tra vecchio e nuovo. I giovani che animano le rivolte in Siria, Libia, Egitto, Tunisia, Bahrein sono abbastanza indifferenti alla sua scomparsa. Per loro Osama non è un simbolo anzi temono che la sua vicenda oscuri mediaticamente i loro sacrifici di fronte ai grandi network televisivi. Sono ragazzi legati profondamente alla religione ma affamati di libertà e democrazia: chi non ricorda le immagini delle preghiere islamiche oceaniche dei manifestanti in Piazza Tahrir al Cairo, protette dai compagni cristiani copti? Sono i ragazzi descritti da Emmanuel Todd e Youssef Courbage nel loro L’incontro delle civiltà, gli arabi modernizzati figli di famiglie sempre meno numerose, sempre più alfabetizzati, sempre più in grado di scegliere liberamente chi sposare.

Si contrappongono ai vecchi regimi e raìs, a volte collusi con gli interessi occidentali, altre volte desiderosi di mantenere il potere, tra cui troviamo quelli ad aver espresso rimpianto per Osama. I regimi e i loro seguaci non vedono come nemico per la loro sopravvivenza Al-Qaeda, col progetto del Califfato, o un nemico esterno ma quello interno. Sono gli stessi a cui ha fatto comodo mantenere per decenni uno stato di emergenza, fa comodo probabilmente mantenere un conflitto nella regione e non fa comodo un blogger che scrive ciò che vede, come Vittorio Arrigoni da Gaza City, anche se condivide nel bene e nel male i loro ideali. In tutto questo non scompaiono gli imam radicali e i gruppi terroristici che cercano di far presa sulle popolazioni più deboli ma la loro immagine si rispecchia sempre più in quella di Bin Laden invecchiato, con una coperta sulle spalle che guarda in tv la sua immagine ringiovanita. Forse il nuovo scontro di civiltà è proprio questo e paesi come Stati Uniti sembrano aver già capito, per interesse o meno, che la battaglia si svolge sempre più per far nascere la democrazia invece che per esportarla.

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