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Domini Internet: istruzioni per l’uso

06 Agosto 1998

Domini Internet: istruzioni per l’uso

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Tutto quello che avreste sempre voluto sapere (ma non avete mai osato chiedere) sulla questione dei domini Internet. Faccenda intricata anzichè no, in Italia e nel resto del mondo.

Cosa sono i domini Internet, oggetti tipo “apogeonline.com” o “apple.com”, e quanto siano importanti, ormai lo sappiamo tutti. Basti ricordare che sono spesso oggetto di “grabbing”, un vero e proprio accaparramento a fini di lucro, come ha spiegato qui Annarita Gili in un recente articolo.
Quello che ancora nessuno sa è come funzionerà in futuro la loro gestione, un meccanismo complesso nato all’insegna della vecchia rete accademica e oggi oggetto di accese discussioni che vedono una netta contrapposizione tra Stati Uniti, Unione Europea ed altri soggetti.
In attesa di un nuovo ordine che è in discussione da ormai quasi un anno, vediamo di fare il punto della situazione, e di capire anche come funzionano le cose in Italia.

La National Science Foundation (NSF), l’ente di ricerca statunitense, aveva annunciato già l’anno scorso di non essere più disposto ad occuparsi di una rete diventata commerciale; seguendo questa policy, a fine gennaio l’amministrazione Clinton aveva diffuso, tramite il suo consigliere Ira Magaziner, un attesissimo “Green Paper”, seguito a giugno da un “White Paper”. Si tratta di due documenti molto generici, che definiscono senza dettagli le linee guida per lo sviluppo futuro della rete e che pongono le basi per licenziare InterNIC, l’attuale gestore dei domini sovranazionali.
Oggi è un’autorità internazionale, IANA, Internet Assigned Numbers Authority, a controllare il rilascio dei nuovi indirizzi e nomi IP, appoggiandosi ad altre agenzie sovranazionali, quali ARIN per il Nord America, RIPE in Europa e APNIC per l’Asia e le regioni del Pacifico.

I nomi sono organizzati in una struttura gerarchica, ad albero, dove i Top Level Domain (TLD), le radici dell’albero, comprendono poche categorie fondamentali:.edu,.org,.mil,.gov,.com,.int,.net, e i codici di due caratteri che identificano i 240 stati che hanno domini nazionali (.it, per l’Italia,.de per la Germania,.uk per il Regno Unito, e via dicendo). Ciascun TLD può essere suddiviso in diversi Second Level Domain (SLD), ed ecco spiegati gli indirizzi.ac.uk della rete accademica britannica oppure i domini locali del nostro paese, come roma.it.
La gestione dei TLD nazionali viene delegata alle agenzie di ciascun paese; i domini non nazionali, al contrario, quale il richiestissimo.com, sono sempre stati in qualche modo considerati di proprietà statunitense, e la loro registrazione dal ’93 era stata data in appalto da NSF ad InterNIC, un’agenzia privata di Network Solutions Inc. (NSI).
Per la registrazione di ogni dominio, fino allo scorso marzo NSI è era autorizzata a fatturare 100 dollari anticipati per i primi due anni di gestione, chiedendo poi 50 dollari per ogni anno successivo per il mantenimento di ciascun dominio esistente. Da aprile di quest’anno, anche in seguito alle polemiche e discussioni in corso, le tariffe sono state ridotte rispettivamente a 70 e 35 dollari. Il giro d’affari complessivo, secondo le stime degli analisti, raggiungerebbe comunque i 200 milioni di dollari nel 1999.
Una situazione che molti giudicano di monopolio, quindi, dove un’organismo solo statunitense vende un bene, l’indirizzamento della rete, ormai considerato internazionale, e con un’organizzazione dell’albero dei domini troppo limitata per rispecchiare la complessa realtè della rete di oggi.

Se la National Science Foundation ha ormai intenzione di dedicare le proprie energie e i propri fondi per la ricerca allo sviluppo dei progetti, tutti accademici, di Internet 2, lasciando che la grande rete aperta ai privati si sviluppi in un’ottica di mercato, in mancanza di un piano dettagliato per la gestione futura del DNS (il Domain Name Service, la struttura di server che consente il funzionamento di tutto questo meccanismo) il contratto tra NSF e NSI, scaduto a marzo, è stato prorogato fino al prossimo settembre.
Il Green Paper di gennaio, seppure in modo vago, preannunciava l’internazionalizzazione della gestione dei domini, il licenziamento di NSI e l’apertura di questo terreno alla libera concorrenza, secondo la tradizione liberal della politica clintoniana. Incassate non poche critiche per la sua ambiguità, Ira Magaziner ha pubblicato nel White Paper di giugno un piano ancora più indeterminato: gli USA si ritireranno dalla gestione e dal controllo dei domini in tempi brevi, entro il primo ottobre del 2000, ma il compito di sciogliere i nodi più controversi di questa trasformazione è demandato ad un futuro organismo internazionale ancora tutto da costituire.

Le organizzazioni chiave di Internet, tuttavia, si erano già mosse prima del governo statunitense, dando vita nel settembre del ’96 ad un organismo sovranazionale, l’International Ad Hoc Committee (IAHC). In seguito, le stesse organizzazioni avevano promosso prima IPOC (Internet Policy Oversight Committee) e poco dopo CORE (Council of Registrars), con sede a Ginevra e sostenuto tra gli altri dall’Internet Society (ISOC), dall’Internet Architecture Board (IAB), dall’International Telecommunications Union (ITU), dal World Intellectual Property Organization (WIPO) e dall’Unione Europea. Questi organismi avevano elaborato nel ’97, ben prima della presentazione dei paper governativi, una propria proposta di regolamentazione del DNS, il Memorandum of Understanding; proprio da loro, quindi, sono arrivate le critiche più severe ai paper di Magaziner. In sintesi, l’interessamento dell’amministrazine Clinton, messo in discussione anche da Jon Postel, uno dei padri fondatori di Internet ed attualmente a capo di IANA, è stato visto come un’intrusione non richiesta dalle 87 agenzie di registrazione già raggruppate nel CORE. L’Unione Europea ha invece sottolineato l’eccessivo anglocentrismo dei piani governativi degli USA, sia nell’organizzazione gerarchica dei domini sia nella definizione dei soggetti che avrebbero dovuto controllarli. CORE aveva proposto inoltre l’adozione in tempi brevi di nuovi TLD, quali.web,.rec,.arts,.firm,.info,.store e.nom.
Favorevole ai paper di Magaziner, invece, è Network Solutions, che spera probabilmente di ottenere un’ulteriore proroga del suo contratto come gestore dei domini ed è certa di riuscire ad essere rappresentata a pieno titolo nel nuovo organismo che dovrà occuparsene.

E a casa nostra, sui domini.it, chi decide?

Il GARR (Gruppo per l’Armonizzazione delle Reti di Ricerca), ente che dipende dal Ministero per l’Università e per la Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST), ha rivisto il suo ruolo in questo campo, e ha costituito la nuova Registration Authority italiana.
In una rete ormai commerciale, un organismo pubblico come il GARR non poteva più gestire il DNS gratuitamente per tutti. Seguendo lo stesso schema gerarchico del DNS, infatti, IANA delega la gestione dei domini europei a RIPE (Reseaux IP Europèens), la quale a sua volta ha decentrato il naming a livello dei singoli stati, con GARR come responsabile italiano del servizio per il dominio.it.
Con l’inizio del ’98, smantellato il servizio del GARR-NIS (il Network Information Service italiano), ù stata inaugurata una nuova gestione come NIC, Network Information Center. Quest’ultimo è il braccio operativo, con il compito di Registration Authority (RA) italiana; la funzione normativa viene invece svolta dalla Naming Authority italiana (NA), gruppo di coordinamento fondato nel ’94 a partire da ITA-PE, il vecchio organismo di gestione della posta elettronica nel nostro paese. In teoria, NA ricalca le proprie procedure operative sul modello della Internet Engineering Task Force (IETF), la partecipazione al gruppo è libera, e le decisioni vengono prese in base al principio del “rough consensus”, senza votazioni.
Secondo il vecchio corso, i domini italiani erano rilasciati e gestiti da GARR-NIS gratuitamente; il nuovo corso, invece, prevede il pagamento dei costi sostenuti dal servizio di registrazione di NIC. In sintesi, sino a poco tempo fa la RA ha agito in nome e per conto del GARR in quanto l’utenza Internet italiana era quasi esclusivamente d’ambito scientifico e di ricerca. Con la presenza su Internet di un’utenza commerciale sempre maggiore, è stato deciso di configurare questo servizio in maniera autonoma, ed è in corso da parte del MURST il perfezionamento di questo ruolo affidato allo CNUCE-CNR di Pisa.
Tutto il servizio resta comunque in attesa di una regolamentazione completa del settore da parte del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni.

Fatta questa premessa, il mantenimento per il â98 di ciascun nome già registrato costerà 50.000 lire; stessa cifra verrà richiesta per la registrazione e per il mantenimento di ogni nuovo nome. La questione, però, è più complessa, dato che, ferme restando queste tariffe base, il NIC propone tre diversi tipi di contratto.
Per i provider già esistenti, cioè quelli che hanno già registrato almeno un nome entro il dicembre scorso, NIC propone sostanzialmente le tariffe elencate sopra, con il contratto di tipo 1. Per chi rifiuta di sottoscrivere questo contratto, NIC garantisce solo il mantenimento gratuito dei nomi già esistenti, senza accettare nuove richieste o variazioni.
I nuovi provider, quelli che nel ’97 o prima non avevano ancora richiesto registrazioni, vale il contratto di tipo 2, che applica le stesse tariffe ma esige il pagamento immediato di 3.000.000 di lire, in parte come anticipo per la registrazione di 30 nomi e in parte come contributo per l’attività di assistenza e di formazione.
Alle organizzazioni che gestiscono il proprio dominio in modo autonomo senza l’intermediazione di un provider, infine, il NIC sottopone un contratto di tipo 3 volto a scoraggiare le iniziative come queste, giudicate sporadiche, con un prezzo di ben 750.000 lire per nome registrato, sia per le nuove registrazioni sia per quelle già eseguite.

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