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D’istruzione online

05 Aprile 2013

D’istruzione online

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Transitare a un modello di insegnamento che sfrutti nel modo migliore le tecnologie digitali è materia complessa.

Scrive Luca de Biase che chi si occupa di istruzione e apprendimento digitale è costretto a pensare a un contesto difficilissimo, perché le resistenze sono enormi e i vantaggi comprensibili solo a chi ci abbia riflettuto davvero.

È vero, così come è vero che ripensare l’apprendimento significa muoversi in uno scenario che va dalla produzione e distribuzione dei contenuti – ora che il libro smette di essere l’unico prodotto possibile – al modo in cui trasmettiamo le nostre conoscenze, e a quali conoscenze decidiamo di trasmettere (e per riflesso: quali invece escludiamo).

Se in Italia – almeno in un certo contesto – sembra esserci entusiasmo verso la scuola digitale, negli Stati Uniti – dove i MOOC (Massive Open Online Courses) fioriscono – la situazione è più complessa.

Ian Bogost analizza la retorica intorno all’educazione online, sia composta da parole – come aperta, nuova, sperimentale, aspirazionale – aventi poco a che fare con la realtà e somiglianti invece a un esercizio di branding, un tentativo di stabilire i termini della questione in modo che siano positivi e coinvolgenti, a tutto vantaggio delle compagnie private, il cui interesse è – prima che culturale – economico.

È il caso della San José State University – riportato da Maria Bustillus in un’inchiesta bella, estesa e problematica – che ha da poco firmato un accordo con uno dei principali MOOC: Udacity. Il presidente dell’ateneo –spinto evidentemente da ragioni economiche e di bilancio più che tecnologiche – ha annunciato un programma pilota in cui Udacity – al costo di 150 dollari per studente – fornirà corsi di algebra e statistica.

In ballo ci sono sia soldi pubblici utilizzati per finanziare un concorrente privato, sia una questione di qualità. I corsi verranno tenuti non dai docenti della San José, ma da membri dello staff di Udacity, la cui preparazione è già stata messa fortemente in discussione.

La questione però è più profonda e riguarda la scelta di un modello. Un’università pubblica che trasmetta conoscenze errate o lacunose produce danni strutturali sul lungo periodo, così come scegliere che cosa insegnare unicamente in base a redditività e efficienza. Il consiglio di amministrazione dell’Università della Virginia – ad esempio – ha ottenuto le dimissioni della presidente, colpevole di non voler chiudere dipartimenti ritenuti inutili come germanistica e lettere classiche:

Il loro ragionamento gira intorno al bisogno di efficienza e standardizzazione; il meccanico, il misurabile, lo scientifico che può essere distribuito in massa e in modo efficiente.

Tutto questo rinunciando a preservare l’insolito, il raro e lo sconosciuto.

Nel frattempo in Italia le cose continuano a procedere a rilento. Il passaggio ai libri di testo digitali slitta a settembre 2014, con una fase sperimentale in cui saranno coinvolte soltanto alcune classi. Quel che preoccupa di più: le caratteristiche tecniche dei nuovi supporti verranno stabilite da un decreto ministeriale.

Intanto c’è chi, come Mariangela Vaglio, lascia perdere le poco pratiche risorse didattiche per la LIM (la Lavagna Interattiva Multimediale) e passa a uno strumento semplice, gratuito ed efficiente: Google Drive.

L'autore

  • Ivan Rachieli
    Ivan Rachieli, 30 anni, laurea in letteratura russa, master in editoria. Ha lavorato in GeMS con gli ebook, e in ZephirWorks con le applicazioni web. Un giorno mollerà tutto e se ne andrà sul lago Bajkal, per dedicarsi finalmente alle cose serie, come ad esempio la caccia col falcone. Se avete voglia di conoscerlo meglio, potete fare due chiacchiere con lui su Twitter @iscarlets o leggere il suo blog.

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