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Dissocial Networking

03 Dicembre 2008

Dissocial Networking

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Un viaggio alla ricerca di relazioni sociali mediate dal computer, tra feste di estranei, camerette disordinate, slang giovanili, attivisti locali e microblogger compulsivi

Adesso basta. La goccia che fa traboccare il vaso è l’invito a a partecipare ad un gruppo chiamato “non sono un ginecologo ma due colpi te li darei” ad opera di un mio studente. Va bene la democrazia, ma qui si esagera (e manca il soggetto dei due colpi). E poi di questo Facebook ne parlano davvero tutti. Ogni giorno vi vedo apparire gente che il giorno prima non riusciva a riconoscere il mouse da una stampante, tutti con la loro bella faccetta, i giochini e gli immancabili inviti a gruppi del tutto inutili. Basta, bye bye Facebook. Eppure fino a prima dell’estate la mia pagina era tranquilla come un campeggio fuori mano fuori stagione: pochi contatti, per lo più silenziosi e discreti. In pochi mesi sono circondato da più di duecento faccette iperattive e spesso testosteroniche. Ed è accaduto così, di colpo, come ad una festa di universitari: ad una certa ora la gente comincia a suonare il campanello e uno dopo l’altro, a coppie a volte a gruppetti te li trovi in casa, amici, poi conoscenti, poi gente passata di lì per caso che non disdegna scolarsi una birra gratis elargendo altrettanto gratuiti sorrisi.

Ma Facebook non è solo Facebook, da quando i giornali hanno scoperto il rutilante mondo digitale è diventato uno dei protagonisti del gossip mediatico. Esaurita l’infatuazione per YouTube, che ha salvato intere edizioni del telegiornale, ecco che tutti parlano di Facebook, tutti si fanno la pagina di Facebook, persino i politici si agitano a riempire il proprio bagaglio di Friends, quasi fosse il collegio elettorale dell’Umbria. E così un bel dì di settembre il sito personale è out, il forum è out, la community è out, YouTube è out, il blog è out, c’è solo più Facebook nei nostri cuori. E questo non fa bene neppure al mio snobismo elitario: se ce l’hanno tutti vuol dire che è out, penso da orgoglioso early adopter.

Certo non ce l’ho con il social networking, quello è utile: consola, protegge, inorgoglisce e professionalmente è vitale. Dunque più che suicidare il mio account FB si tratterà di un vero e proprio trasloco. Armato di un indirizzo di posta elettronica che uso a scopi scientifici (no, non si tratta di porno, si tratta di quell’indirizzo che uso per iscrivermi a servizi temporanei che suscitano la mia curiosità e che vive con un ripieno perenne di spam) vado alla ricerca della mia nuova casa sociale. Devo evitare, mio malgrado, i social network in lingue straniere come Xiaonei (solo cinese), Odnoklassniki (russo) IRC-Galleria (Finlandese) o quelli ad invito come lo storicissimo TheWell o il mitico ASmallWorld che sarebbero un perfetto compendio al mio snobismo. Un salto, ma solo un salto, lo si fa su MySpace. Ho sempre avuto una naturale avversione per il suo aspetto di cameretta disordinata, e in effetti i partecipanti non sembrano in età da guidare (legalmente) un motorino, una impressione che non indietreggia neppure di fronte a Fortune che afferma che il 52% degli utenti di MySpace hanno più di 35 anni. E poi anche di MySpace si è parlato troppo. Riparto verso altri orizzonti.

Il nome non è tra i più accoglienti ma Orkut (il nome lo prende dal suo fondatore, Orkut Büyükkökten, ingeniere turco di Konya che ha lavorato a Google) è un social network piuttosto frequentato. Dalla sua home non trapela nulla. La politica è: iscriviti e noi apriamo le porte. In realtà anche dopo l’iscrizione la pagina azzurra rimane vuota: forse è il nirvana dei social network che cercavo. Dopo un po’ di clic che elencano i servizi (friends, photo, liste, messages) tutti invariabilmente accompagnati da uno zero o dalla dicitura “none”, riesco ad accedere a una lista di community. Scelgo Art and Entertainment, tanto per stare sul leggero e mi trovo catapultato in mezzo a una serie di conversazioni (molte della quali condotte con caratteri non compatibili col mio browser). L’impressione è di essere capitato nel mezzo di una festa di estranei, amici tra loro da tempo, che ti guardano come fossi il ragazzo delle pizze.

Poco più in là incappo in Badoo, che si presenta decisamente più friendly, foto dappertutto di gente cool che ammicca. L’iscrizione è un gioco che finisce con un allegro Yaba-daba-doo! Malgrado ciò anche qui la pagina è vuota. Ok, non amici, allora? Prima di metter giù le mie di foto (che rivelano immancabilmente la presenza di numerosi capelli bianchi) faccio un salto negli eventi. Maria, che si definisce «ambasciatrice ufficiosa» di Badoo mi da il benvenuto. E intorno a me mi ritrovo altre facce. Per lo più belloni molto cool e ragazze informal chic che si presentano con «se ti piaccio contattami» o «un bacio a tutte le ragazze». Gli eventi, in massima parte discotecari, sono localizzati sulla mia città e stupisce vedere come gente che sta a centinaia, quando non migliaia di chilometri dichiara che parteciperà all’evento. Forse sto trascurando l’attrattiva delle serate in discoteca. Clicco su un paio di occhi azzurri-capelli neri e scopro che è qui per fare amicizia, è eterosessuale, non fumatrice e ha i capelli neri. E poi foto, altre foto. E un blog nel quale questa nuova amica riempie i suoi post di !!!!!!!!!. Ma ciò che impressiona è che secondo Badoo la mia nuova amica ha ben 2.842 “sosia” nella sua stessa città. Una città di cloni adolescenti. Un brivido di terrore e con un clic mi eclisso.

A una prima occhiata e decido che Bebo dovrebbe essere un po’ più “adulto”: la home, anch’essa scarna mi accoglie con un bel po’ di pubblicità. Insomma una sana prosaicità capitalistica mi aspetta: sei qui per divertirti, siamo qui per far soldi. Chiaro, trasparente, efficiente. Nella registrazione c’è però una opzione (tra le pochissime presenti) che un po’ mi deprime: nascondi la tua età. Si, certo, ne ho bisogno. Esplora mi porta in una serie infinita di vetrine che assomigliano più ad un Virgin Megastore che a un social network. Esiste anche una sorta di isoletta, chiamata BeboNation nella quale, per soli 10 centesimi di dollaro, si può mettere una propria immagine 10×10 pixel (poco più di una macchiolina sul monitor) in stile One Million Dollar Page. Purtroppo l’isola è piccola e Bebo non accetta più sottoscrizioni. A quanto capisco Bebo è un sito per amici e ora sta a me raccattarne un po’ in giro. Infati secondo Bebo: «non hai amici che hanno amici che non siano già tuoi amici». È vero. Diamine non ho più l’età per certe cose.

Ho un’illuminazione: comprendo che ciò che mi rende così insoddisfatto dei social network è che sono per la maggior parte una semplice (a volte semplicistica) maniera di titillare il mio ego. Le mie foto, le mie opinioni, la musica, mi costringono a mettermi in evidenza anche per interposta “persona”: a quale film assomigli? A quale attore assomigli? Quale città hai vistato? Insomma ho bisogno di uno scopo. Per questo tento su MyChurch. Lì c’è un sacco di gente seria e un sacco di comunità religiose (rigorosamente cristiane) tra cui scegliere. E hanno pure le idee chiare, il loro motto è: express yourself, connect safely, unite with a purpose. Insomma sto qua, non rompetemi le scatole che ho qualche cosa di importante da fare. Il problema è che le mie esperienze religiose si sono fermate a un passo dalla cresima e MyChurch è localizzato nelle comunità statunitensi. Un versetto di Matteo mi attende nella mia pagina personale tanto per ricordarmi dove sto: «E io vi dico, amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano». Per un attimo penso che stia parlando di Facebook. Intanto questo social network mi sembra ben organizzato e pulito. Poche foto (un sacco di maglioncini da nerd per gli uomini e cerchietti per i capelli per le donne), gli eventi, un piccolo blog collettivo e soprattutto una miriade di piccole comunità, legate a chiesette reali, che vengono “attivate” solo quando un certo numero di partecipanti vi aderisce. Mi sento fuori posto. Mi spiace ragazzi, la mia parrocchia non prevede un social network (ma poi, qual’è la mia parrocchia?). Non sono particolarmente tifoso, non ho hobby ossessivi, non riesco a dedicarmi a nulla con bulimica attenzione, non sono un esperto di niente. Forse ho solo bisogno di tenermi in contatto. Un tocco e via.

Eccomi alle porte di Plurk, che si inserisce nel nuovo trend inaugurato da Twitter, ovvero il microblogging. Niente più lunghi post, giochi, test, ma una semplice frase per condividere con parenti e amici il proprio stato d’animo. Rispetto a Twitter l’utente Plurk inserisce i suoi commenti in una vera e propria timeline che segna i vari momenti della giornata. Insomma un microblogging per microblogger compulsivi che passano la giornata alla finestra (del browser) a commentare passo passo il tempo che passa. Ci provo, ma la mia timeline rimane desolata e vuota: non ho tempo, non mi ricordo di farlo, per cui a fine giornata si affollano i pochi post, per il resto vuoto.

Intanto ogni mattina la mia casella di posta elettronica si affolla di richieste di amicizia, di gruppi inutili, di commenti sulla mia faccia da Facebook. E così un po’ alla volta mi convinco che Facebook sia il migliore dei mondi possibili, non perché la sua tecnica sia perfetta, non perché, da solo, risponda a necessità umane fondamentali, e nemmeno perché è di moda ma semplicemente perché lì ormai c’è la mia casa, a dispetto della poca cura che le dedico sta in piedi, spesso ci passano amici e conoscenti, lasciano tracce e messaggi e qualche volta appare qualcuno da un lontano passato per fare due chiacchiere.

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