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Diritti digitali, dietrofront?

04 Febbraio 2003

Diritti digitali, dietrofront?

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Battono improvvisamente in ritirata le principali iniziative di legge per castrare la pirateria video e musicale e con essa i diritti dei consumatori onesti. Intanto si scopre che i peggiori pirati si annidano proprio a Hollywood. Qualcuno si sta svegliando?

Si vede proprio bene, il DVD pirata del Signore degli Anelli – Le Due Torri. Anche quello di Gangs of New York e dell’ultimo film di Harry Potter. Altro che gli screener, le solite copie dilettantesche fatte piazzando una telecamera davanti allo schermo del cinema e sperando che nessuno tossisca in sala o si alzi in piedi sul più bello, roba che ne vedi uno e ti passa per sempre la voglia di vedere film piratati.

Questi DVD, sequestrati in decine di migliaia di esemplari in Inghilterra, offrono invece colori perfetti, immagine stabile, audio sublime, nessun taglio. Sembrano proprio copie dirette di un DVD originale. Infatti lo sono. Se non ci credete, date un’occhiata a queste schermate dal DVD pirata asiatico dell’ultimo Signore degli Anelli, e già che ci siete fatevi due risate con i sottotitoli più strampalati della storia del cinema.

Ma come è possibile, visto che i DVD regolari di questi film non sono ancora stati realizzati, né tanto meno messi in vendita? L’indizio rivelatore è la dicitura “For your consideration” che compare sullo schermo ogni quindici minuti: è quella sovrimpressa sui film affidati (su DVD) in visione ai giurati che votano per l’assegnazione degli Oscar, vale a dire attori, registi e tecnici “che hanno raggiunto il più alto livello di prestigio nel settore cinematografico”. In altre parole, i “master” di quelle decine di migliaia di copie pirata provengono dalla crème de la crème di Hollywood. Bella figuraccia.

Sembra dunque che la battaglia per rendere fisicamente impossibile la pirateria sia proprio persa in partenza. Se non si riesce a tenere in riga neppure la stessa gente che fa cinema, figuriamoci che speranze ci sono di far rispettare le leggi al di fuori della comunità di celluloide, tenendo presente che in un mondo digitale e interconnesso basta che sfugga una sola volta un singolo esemplare per generarne infinite copie perfette come l’originale.

Una questione di etichetta

Nel folle tentativo di fermare l’inevitabile, la MPAA (l’associazione statunitense degli operatori del settore cinema) e la RIAA (l’equivalente associazione di discografici) hanno dato fondo ai risparmi per fare opera di lobbying affinché passassero leggi antipirateria sempre più draconiane. Il culmine del delirio è stato raggiunto dal DMCA (Digital Millennium Copyright Act), entrata in vigore nel 1998, che è stata usata per zittire scienziati, ricercatori informatici e giornalisti, oltre che per ledere i diritti dei consumatori onesti, e non ha risolto nulla in fatto di pirateria (tuttavia può vantarsi di un grande successo nella difesa dei diritti dei fabbricanti di apricancelli).

Ora sembra esserci finalmente aria di riforma: al Congresso USA, due rappresentanti hanno presentato un progetto di legge, denominato DMCRA, che renderebbe obbligatoria una vistosa etichettatura dei pestiferi CD “anticopia”, quelli che oggi circolano con avvertenze microscopiche, non sono suonabili sui PC, danno problemi con gli impianti audio degli acquirenti legittimi, e (ovviamente) si copiano lo stesso.

Cosa più importante, verrebbe modificato il DMCA in modo da rendere legale l’aggiramento dei sistemi anticopia se effettuato per scopi legittimi: per esempio per ricerca scientifica, oppure semplicemente per la visione dei DVD regolarmente acquistati anche con sistemi operativi open source come Linux, come voleva fare il norvegese Jon Johansen, balzato agli onori della cronaca perché sotto processo ormai da tre anni per aver trovato il modo di vedere sotto Linux i propri DVD.

UE uccide EUCD

Il temuto equivalente europeo del DMCA, l’EUCD (lo so, è facile perdersi in questo mare di sigle), nel frattempo è in agonia: doveva essere implementato entro il 22 dicembre scorso da tutti gli stati membri dell’Unione, ma invece l’hanno accolto soltanto Grecia e Danimarca.

Come se non bastasse, la Commissione Europea ha presentato da poco una proposta di direttiva che armonizzerebbe le diverse leggi nazionali per agire risolutamente contro i ‘grandi’ trasgressori”, concentrandosi “sulle violazioni compiute a scopi commerciali o che danneggiano gravemente i titolari di diritti”. Le FAQ della proposta ammettono candidamente che “non è nell’interesse dei detentori di diritti spendere molto tempo e denaro in azioni legali contro chi sta semplicemente condividendo qualche file con una manciata di amici”.

Questo di certo non significa che l’UE intende legalizzare lo scambio anonimo di film e musica sui circuiti peer-to-peer e neppure lo scambio spicciolo, ma è un chiaro segno di resa. Persino gli alti papaveri nelle torri d’avorio si stanno rendendo conto che non c’è convenienza a perseguire la duplicazione e lo scambio su piccola scala, soprattutto quello amatoriale e senza fini di lucro; meglio concentrarsi sui grandi duplicatori (la criminalità organizzata) ed eventualmente sulle società come Kazaa che lucrano sull’esistenza dei circuit peer-to-peer.

Elvis libero, ma non in patria

La legislazione europea sta creando un divario sempre più vasto fra Stati Uniti e UE anche in altri modi. Nei paesi UE, per esempio, i diritti sulle registrazioni audio e video scadono dopo cinquant’anni, mentre in USA durano quasi un secolo. Questo significa che registrazioni storiche come quelle di Renata Tebaldi, Maria Callas, Elvis Presley, Ella Fitzgerald, Little Richard, Chuck Berry, Thelonious Monk, Miles Davis e tanti altri sono di pubblico dominio, o stanno per diventarlo, in Europa ma non negli Stati Uniti.

La situazione è talmente paradossale che in teoria un europeo che andasse in vacanza in USA portandosi appresso un CD europeo di Elvis potrebbe finire nei guai per pirateria musicale. Viceversa, sarebbe pirata un americano che scaricasse da Internet una registrazione della Tebaldi legalmente distribuibile e pubblicabile sul Web in Europa. Come possa l’utente comune districarsi in questo dedalo non è dato saperlo.

Senza arrivare a questi estremi, le case discografiche hanno dovuto scendere a patti col diavolo per non restare spiazzate: la EMI, per dirne una, ha stretto un accordo commerciale con una casa discografica indipendente, la milanese Diva (ora Marcal, con sede nelle Isole Vergini), che negli anni ’90 era il più grande produttore di registrazioni non ufficiali della Callas e quindi era formalmente “pirata” e ora non lo è più grazie alla scadenza dei diritti. Se non li puoi battere, unisciti a loro, insomma.

Ritorno alle origini

Nel frattempo, un saggio dell’Economist propone in tutta serietà un ritorno alle origini del diritto d’autore, il cui scopo originale era concedere agli autori “un monopolio temporaneo, sostenuto dal governo, sul diritto di copia”, in modo da “incoraggiare la circolazione delle idee, dando ai creatori e agli editori un incentivo a breve termine a disseminare le proprie opere.” Il diritto originale, nel diciottesimo secolo, scadeva dopo quattordici anni ed era rinnovabile una sola volta.

Siccome da allora i termini di scadenza si sono gonfiati a dismisura ma nessun autore è diventato fisicamente immortale, agli autori questa estensione della durata non frutta un centesimo in più, ma ne frutta a vagonate alle case discografiche, che così possono permettersi di pagare duecentoquaranta miliardi delle vecchie lire a Robbie Williams e centoventi a Mariah Carey, oltre a finanziare sistemi anticopia uno più fallimentare dell’altro.

Nel contempo, un’infinità di registrazioni e film classici rimane imprigionata negli archivi dei vari detentori dei diritti, perché quei detentori non ritengono abbiano mercato, neppure adesso che grazie a Internet e all’informatica i costi della distribuzione sarebbero sostanzialmente nulli.

Insomma, il principio ispiratore del diritto d’autore è stato tradito e calpestato. Fa piacere vedere che se ne sono resi conto non soltanto i soliti quattro eccentrici libertari ma anche le compassate autorità istituzionali. Qualcosa si muove.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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