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Digitong e l’architettura delle relazioni

17 Luglio 2006

Digitong e l’architettura delle relazioni

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Astrazioni fatali, ovvero analogie che partono da libri. Numero quattro: stabilire relazioni tra concetti, come vorrebbe fare il web semantico, potrebbe non essere sufficiente. Serve invece un ambiente in grado di tener conto delle relazioni. Le ipotesi di Pierre Lévy

Uno dei problemi con cui tutti ci confrontiamo (perché usando i network è un nostro problema e perché tutti abbiamo a diversi livelli la possibilità di proporre piccole o grandi soluzioni) è la gestione della grande massa di informazioni che oggi siamo abilitati a ricevere, produrre e condividere. Per molti di noi si tratta soprattutto di misurarci con una organizzazione delle informazioni che per noi sono pertinenti, per altri (che hanno un blog o un sito) si tratta di partecipare al processo, selezionando, ripubblicando, collegando significati ad altri significati con i tag e gli altri strumenti che abbiamo.

A livelli diversi, quelli dell’architettura e della filosofia, la riflessione si concentra su temi che ci sembrano più lontani dal nostro quotidiano e dalle esigenze immediate che abbiamo di riuscire, per esempio, a seguire meglio le conversazioni o di trovare infretta le informazioni che ci servono. Ma la riflessione alta e filosofica è importante: poiché nei network non esiste un centro decisionale che impone una strada di sviluppo, tutti siamo in qualche modo abilitati a produrre soluzioni, che poi se attecchiscono diventano di uso comune (la diffusione dei feed Rss ne è un ottimo esempio). E tutte le soluzioni partono in qualche modo da una visione di scenario, dal modo che ciascuno di noi ha di immaginare la direzione da prendere e il tipo di società che desidera. Perché attraverso le informazioni e le relazioni, alla fine, quello che si produce sono valori e modelli «sociali».

Nei primi anni Novanta, sebbene non sia misurabile la portata sul pensiero, le teorie di Pierre Lévy sull’intelligenza collettiva hanno sicuramente contribuito molto a creare quell’immaginario di Rete che ha poi suggerito soluzioni a progettisti di applicazioni e che ha imposto alcuni dei valori su cui oggi ragioniamo e che, in parte, alcuni considerano strutturali in quello che, a torto o a ragione, molti chiamano Web 2.0. Oggi il filosofo francese, sempre nascondendo dietro un registro inziatico parte del valore delle sue teorizazzioni, sta lavorando su una visione funzionale dell’architettura di Rete. In un articolo apparso su La Repubblica in occasione del convegno pisano Invasioni tecnologiche, scriveva:

Dalla fine degli anni ‘ 80, ho pensato che, per sfruttare pienamente le inedite possibilità della manipolazione dei simboli aperte dal cyberspazio, noi avessimo bisogno di una tecnologia intellettuale che colleghi ipertestualmente tutti i concetti possibili in una rete calcolabile ma senza privilegiare in modo particolare nessuno di essi. In altri termini, bisognava estendere ai rapporti tra concetti la forma peer to peer P2P implicita nella struttura di Internet e degli ipertesti. Allo scopo di rispettare questa neutralità e questa concettuale uguaglianza dei diritti, il motore generatore del nuovo strumento di pensiero a supporto numerico non poteva essere che l’analisi logica del significato stesso. In tal modo, nessun concetto può essere escluso o marginalizzato. Da questa intuizione, ho concepito un linguaggio informatico chiamato Ieml, che sta per Information Economy Metalanguage. Questo strumento è fatto per essere manipolabile in modo ottimale dagli elaboratori e capace di esprimere le sfumature delle lingue naturali (come l’italiano o il cinese). Sul piano filosofico e scientifico, esso può svolgere il ruolo di un sistema di coordinate dallo spazio unico e infinito dell’intelligenza collettiva umana e risolvere così il problema della frammentazione delle scienze umane. Sul piano tecnico, la sua concezione risponde essenzialmente al problema dell’indirizzamento semantico dei dati del cyberspazio.

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Quelli di noi che hanno frequentato il concetto (la visione) del web semantico sanno, come spiega Lévy, che alla fine la strada percorsa è quella delle ontologie. In soldoni si tratta di classificazioni che permettono ai software di stabilire le relazioni tra i soggetti (di capire il contesto delle informazioni). Il problema è che per costruire questa gerarchia di classificazioni (che in pratica pretende di ricostruire il mondo in uno schema analitico) ci vorrebbe accordo universale su come classificare le cose.

Gli utenti del web semantico conoscono le difficoltà di cui parlo. Dicono di volerle regolare costruendo degli ontology brokers per negoziare un terreno di intesa tra le ontologie. Non ci credo molto. Quando si giunge a questo tipo di problemi, sembra che le soluzioni non possano più arrivare da tecnici puri. A questo punto, si entra nel campo della filosofia, in ogni caso in quello delle scienze umane fortemente imbevute di filosofia. La strutturazione della conoscenza interessa da secoli i filosofi e, in questo campo, la tradizione è estremamente ricca. Per uscire dal labirinto semantico, Ieml propone un sistema di coordinate semantiche indipendenti dalle lingue naturali, capace di affrontare un’ infinità di temi diversi e adatto a fornire una base a calcoli di relazioni tra concetti. Ieml è stato ideato per tradurre le varie ontologie le une nelle altre e per interconnettere discipline e punti di vista divergenti all’interno dello stesso sistema di indirizzamento.

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Ieml mi ricorda molto il linguaggio analitico di John Wilkins, ma più della soluzione tecnica mi affascina la comprensione dello scenario che immagina il filosofo francese. In un testo di diversi mesi fa, Uno spazio, un linguaggio (contenuto in Mediazioni, insieme a saggi di De Kerckhove, Petöfi ed altri), Lévy spiegava che, a differenza del web semantico che stabilisce solo relazioni tra concetti, l’architettura di cui abbiamo bisogno deve tener conto anche delle relazioni. Lèvy, come dichiara esplicitamente, immagina un nuovo spazio sociale digitale, una architettura di navigazione tra le informazioni umanizzata. E chiama questo spazio Digitong:

C’è una persona che non conosco davanti a me, a circa due metri di distanza, e poi c’è mia madre alla stessa distanza. L’espressione “alla stessa distanza” si riferisce allo spazio fisico, ma dal punto di vista dello spazio semantico chi è più vicino? […] Se c’è una persona che sta parlando cinese ed un’altra che parla italiano, quella che parla italiano è più vicina poiché la lingua comune la rende più familiare. In uno spazio semantico questa relazione di prossimità esiste, così come è possibile osservare la mancanza di un punto di contatto tra noi e il cinese. Si può fare un altro esempio legato alla possibilità di essere esperti in un particolare campo di conoscenze. Il campo che ci è più vicino è quello rispetto al quale abbiamo maggiori informazioni, dell’altro diciamo che è lontano dai nostri interessi. L’idea generale è che in ogni dimensione del significato esistono particolari distanze, che possono essere maggiori o minori, e dobbiamo cercare di rendere tangibili queste distanze (relazioni).

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Se accettiamo l’idea che grazie ai network digitali la nostra società ha compiuto un grande salto di complessità, probabilmente possiamo concordare anche con Lévy quando sostiene che dobbiamo essere d’accordo anche sulla necessità di immaginare nuove architetture. E personalmente credo che il primo passo sia cominciare a postulare che queste architetture debbano essere abbastanza diverse dai set di soluzioni con cui siamo abituati a confrontarci. Per questo, forse, gli approcci più alti, tra passi in avanti ed arrori, hanno il merito di allargare le visioni che con il tempo si tradurranno in fatti concreti. Il progetto di Lèvy mi pare ancora molto teorico e in fase di elaborazione. Ammetto anche di non averlo compreso fino in fondo (sto studiando ancora), ma riconosco che ha un paio di grandi elementi di fascinazione. Il primo è che raccoglie la constatazione non intuitiva che riguarda le identità nei network digitali: se in Rete rappresentiamo noi stessi come conoscenza ed espressione, «sarà sempre più difficile separare la semantica dal reale, dal sociale, eccetera, poiché essa col web si presenta sempre più come il processo di costruzione dello spazio.» Il secondo è che porta verso dei valori che a me piaccono molto: «Quello che intendo è che la società può essere posta al centro di ogni visione particolare. La nuova forma del sapere che sto cercando di comprendere è data dalla convergenza e perciò deve essere affrontata con una visione il più possibile globale e non frammentata.»

Titolo: Mediazioni

Autori: autori vari (a cura di Antonio Tursi)

Prezzo: 17,20 euro

Consigliato a: chiunque abbia voglia di cimentarsi con un registro linguistico spesso non divulgativo

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