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Digital Factotum: la formazione del designer dei New Media

15 Luglio 2004

Digital Factotum: la formazione del designer dei New Media

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Il Digital Designer è quella figura professionale che progetta e realizza mezzi di comunicazione utilizzando gli strumenti messi a disposizione dall'informatica. Siti Web, modellazione tridimensionale, grafica e illustrazione digitale, applicazioni multimediali e interattive, videogiochi

È una delle professioni più rappresentative del mondo contemporaneo (insieme a quelle della velina e del calciatore) malgrado sia una professione dai contorni non ancora ben definiti.
Il Digital Designer lavora in un ambiente che utilizza media molto conosciuti (testo, video, immagini, suoni, collegamenti) ma essi vengono gestiti in modalità completamente nuove (e rinnovabili) che pongono grossi problemi nella pianificazione di un percorso formativo per i giovani che aspirano ad una professione del genere.
Le domande sono molte.

È meglio dare una solida formazione tecnica o è meglio puntare sulla capacità di gestire progetti? E che significa gestire progetti? Qualcosa che assomiglia al marketing o piuttosto un’opera di comunicazione come un film o una canzone? Meglio un tecnico esperto con qualche capacità di metter le mani sulla macchina o un architetto che non tocca i mattoni ma progetta libero? Nella tradizionale dicotomia tra umanisti e scienziati, il Digital Designer da che parte sta?

Tutti per uno

Il campo di lavoro di un Digital Designer è contraddistinto da una quantità piuttosto consistente di strumenti disponibili. Tutto ciò che è digitalizzabile è a disposizione. Testo, audio, video, grafica nelle loro più complesse variazioni come l’ipertesto, la narrazione, la descrizione, il colore, le forme, l’animazione, i personaggi, il montaggio. Tutti questi linguaggi possono interagire tra loro, influenzandosi vicendevolmente e costituendo altri linguaggi.
Acquisire una maestria in ognuno dei media sembra impossibile.

Alcuni progetti permettono l’impegno di più designer “specializzati” ma molti dei prodotti digitali sono creati da gruppi ristretti nei quali è necessario che ogni designer si occupi di più ambiti.

Non è raro, inoltre, che sia un designer da solo ad occuparsi di tutto.

Un Digital Designer completo dovrebbe sviluppare contemporaneamente molte competenze diverse, molti “mestieri”. Il grafico, il regista e il montatore video, il musicista, lo scrittore tanto per citarne alcuni.

Il Designer deve sviluppare uno spirito critico in ognuna delle discipline appena descritte per essere in grado di valutare e correggere il proprio lavoro.
In questo senso credo sia necessario rivalutare il principio del dilettante. Cimentandosi in piccole produzioni, in prodotti low cost il Designer acquisisce sensibilità alla tecnica ponendosi di fronte ai problemi e trovandone soluzioni con le proprie risorse.

Architetto-Muratore

Molto spesso il Designer oltre ad occuparsi della progettazione si trova a “costruire” direttamente il prodotto. Questo significa essere coinvolto contemporaneamente sui due fronti della produzione: la progettazione e la realizzazione. Due fronti che necessitano di competenze diverse e di tempi diversi. Quando si crea un dialogo costruttivo tra l’audacia dell’ideazione di chi progetta e il buon senso della abilità artigianale di chi costruisce possono nascere prodotti solidi e innovativi nello stesso momento. Ma quando queste due fasi vengono lasciate ad una persona sola è difficile che questo dialogo scaturisca. Per questo molti prodotti possono risultare sbilanciati verso la progettazione (forte innovazione ma debole realizzazione) o verso la fase realizzativa (funziona ma non è efficace).

Il Designer deve essere dotato di una disciplina interiore che sappia preservare i valori dei ruoli di progettista e di realizzatore, sapendo quando fare prevalere l’una o l’altra parte.
Un’attitudine che si sviluppa con il confronto. Molti creativi durante le fasi di progettazione e realizzazione tendono a nascondersi, anche per evitare di essere copiati. In realtà un sano confronto, una discussione, una continua “messa alla prova” aiuta il designer ad avere una visione distaccata del proprio lavoro.

In una scuola significa favorire il lavoro di gruppo, aiutare una sana competizione tra i gruppi e anche una collaborazione tra le varie classi dei vari anni in modo che le conoscenze possano essere scambiate anche tra gli stessi studenti.

Non-finito

Il profilo fino a qui descritto sembra alludere ad una sorta di Leonardo Da Vinci in grado di eccellere nelle più svariate discipline.

Ma quand’anche questa sorta di Leonardo necessario ad affrontare molti mezzi di comunicazione da punti di vista diversi si realizzasse, il Digital Designer si trova di fronte ad una ulteriore variabile che rende il proprio lavoro pericolosamente vacillante.
La variabile sono gli utenti che utilizzeranno il prodotto digitale.

L’utente di un prodotto interattivo costituisce percorsi personalizzati di fruizione, gestisce i tempi, le modalità, l’ambiente. Spesso contribuisce ai contenuti, suggerendo sviluppi non previsti. Due esempi per tutti: i videogiochi e le comunità virtuali.

Un videogioco viene creato sulle aspettative e sulle reazioni del giocatore. La tensione del gioco deve essere mantenuta alta affinché non cali l’interesse: lo scopo deve essere chiaro, le prove devono essere considerate superabili, il premio adeguato. Tutto ciò implica una profonda conoscenza delle reazioni e delle aspettative del giocatore.

Le comunità virtuali approfittano largamente dei contributi dei partecipanti: una comunità virtuale senza utenti è uno scheletro vuoto. Quando si progetta una comunità virtuale si sa che gli obiettivi sono largamente imprevedibili e molta della progettazione avviene in fase di utilizzo: il desiger segue l’andamento della comunità, le richieste degli utenti, asseconda le idee che scaturiscono dall’interazione.

Questo “osserva e reagisci” è una caratteristica di molti progetti digitali. Il Designer deve sviluppare una speciale sensibilità all’ascolto e alla previsione di quali possano essere i possibili sviluppi di un prodotto. Un lavoro che non può mai considerarsi concluso.

Dunque all’eclettico genio leonardesco si aggiunga una capacità d’ascolto degno di un sociologo, di uno psicologo, di un attento osservatore. Un interesse per la sociologia, la psicologia possono aiutare ad assumere punti di vista diversi da quelli puramente tecnici. Una elemento fondamentale è comprendere come la vita quotidiana possa essere un luogo di straordinaria ispirazione. Le storie raccontate sull’autobus, le scritte sui muri, la televisione, le stazioni dei treni, le relazioni umane ai tavoli dei ristoranti, l’amore, sono fonti inesauribili di informazioni sull’animale umano. Il Designer, come un atleta, deve allenare lo spirito di osservazione ogni momento della sua giornata.

Formare, sperimentare

Il profilo che ne scaturisce da queste poche note rende piuttosto evidente come il compito della formazione di un Digital Designer appaia un obiettivo complicato da raggiungere.
L’approccio comune è quello di instradare gli studenti in percorsi di formazione paralleli (web, grafica, video, 3d, audio) per poi tentare verso la fine del tragitto di fare convergere le varie discipline in un progetto comune. A volte i corsi si concentrano sulla parte tecnica, altre volte sulla parte progettuale cercando di dare agli studenti obiettivi chiari, in un ambito in cui la chiarezza non è un valore assoluto.

Questo tipo di corsi tende a costituire operatori che si specializzano mentre uno dei valori fondamentali del Digital Design è proprio la sua ecletticità.
In questi corsi si assume il punto di vista del tradizionale metodo di produzione industriale della comunicazione e dell’intrattenimento nel quale la specializzazione degli operatori è fondamentale per dare prodotti qualitativamente concorrenziali.

In realtà, a mio parere, la tendenza più interessante che sta nascendo nell’ambito del Digital Design è quella della commistione dei generi anche a costo di una minore qualità del singolo contributo. Se prima l’invenzione era il dato fondamentale della creatività occidentale, ora è la rielaborazione dei linguaggi. Se tutto è già stato detto, un modo per rendere la creatività aderente ai tempi è quello di cercare nuovi modi per dire le stesse cose. Da questo punto di vista se prima per produrre un video erano necessarie numerose figure professionali con competenze specializzate, ora ciò che è più interessante è la creazione di prodotti che mettono in relazione. E per costituire questi “luoghi” di interazione è necessario avere una professionalità dotata di un forte senso critico piuttosto che un “mestiere” vero e proprio.

Un esempio tratto dalla guerra in Iraq. Per capire quello che sta avvenendo ci sono due canali dai quali attingere le informazioni. Da una parte il canale tradizionale del giornalismo istituzionale (agenzie di informazione, giornali, televisioni) dall’altra i diari che gli iracheni e gli stessi giornalisti pubblicano sulla rete, i cosiddetti blog. Nei blog finiscono tutte quelle notizie che per varie ragioni non possono trovare spazio nei mezzi tradizionali. Dunque da una parte una informazione “professionalizzata” e dunque sottoposta ad una rigida gerarchia dettata dai mezzi di diffusione (il numero delle righe concesse ad un argomento su un giornale, i secondi di collegamento video, la politica dell’emittente) e dall’altra una tecnologia estremamente accessibile con la quale è possibile trasmettere un punto di vista personale.
I due canali di informazioni hanno entrambi una dignità e in un certo modo si completano a vicenda. Uno dei compiti del Digital Designer è quello di comprendere e di sviluppare questo tipo di nuovi modi di comunicare.

Contenitori, contenuti, incontinenti

L’esempio dell’informazione nella guerra in Iraq introduce un’ambiguità che perseguita chiunque si occupi di comunicazione da quando la comunicazione esiste: chi crea il contenuto? Solo chi scrive l’articolo o anche chi lo pubblica? Qui la domanda assume la variante: il Digital Designer contribuisce a creare contenuto?

In linea generale la risposta dovrebbe essere no. O meglio l’ingerenza della forma della comunicazione dovrebbe essere minima. Nell’esempio dell’informazione sulla guerra in Iraq il compito del Digital Designer si limiterebbe a creare la struttura del blog e a farla funzionare. Ma negli anni sessanta Marshall McLuhan ci ha insegnato che “il mezzo è il messaggio” ed è una considerazione che non possiamo trascurare. Come il blog è organizzato, come è utilizzato, che cosa mostra e cosa nasconde sono parte integrante del messaggio. In effetti Paul Levinson nel suo libro “Digital McLuhan” propone una interpretazione della affermazione per cui “il medium è il messaggio” nella misura in cui non esiste nessun contenuto che di per se possa essere dirompente più del medium stesso (non esiste una singola trasmissione televisiva che abbia un impatto più forte sulla società che l’esistenza stessa della televisione) e in effetti in questo caso la semplicità del blog, la sua reperibilità e diffusione è una situazione talmente dirompente che il contenuto può addirittura passare in secondo piano. Insomma il fatto stesso di poter leggere un diario in tempo reale di un iracheno sotto le bombe è più importante dello stile con cui esso è scritto.

Ciò che contraddistingue il Design Digitale dagli strumenti tradizionali di comunicazione è il fatto che il suo modo di fruizione può essere profondamente riprogettato per ognuno dei contenuti che deve contenere: se un libro si legge sempre come un libro, un sito può essere una struttura che si adatta al contenuto determinandone la fruizione e dunque anche il senso. Per questa ragione il Digital Designer è anche autore del contenuto.

Ed ecco che al nostro Leonardo psicologo si aggiunge anche la responsabilità di essere un comunicatore la cui responsabilità va ben al di là dell’essere un creatore di mezzi per veicolare un messaggio.

Lo spirito del Digital Designer è quello di un autore più che di un esecutore. Egli deve essere un esperto cosciente del fatto che le sue scelte di design sono parte del processo di comunicazione. Al designer che si forma è necessario dare la responsabilità della propria libertà creativa. Progetti autogestiti, scelte autonome e la responsabilità di presentarle devono essere parte della formazione quotidiana. Essi sono gli strumenti che abituano ad affrontare a viso aperto le sfide della comunicazione.

È vero che nel mondo del lavoro l’autonomia del designer è piuttosto limitata e che spesso le scelte del committente sono determinanti, ciononostante è necessario che il designer si abitui ad essere un protagonista del progetto, un esperto in grado di proporre e di riorganizzare le idee sulla base delle circostanze e non un mero esecutore al servizio di un cliente capriccioso e onnipotente.

Percorsi flessibili

Il designer dunque ha molte sfide da affrontare nel suo percorso di formazione. E molti sono gli strumenti con i quali può esercitarsi. È un lavoro continuo le cui fonti di ispirazione sono numerose. Il percorso di formazione deve principalmente aiutare il giovane designer a trovare e a proteggere la propria libertà creativa, rafforzandone gli strumenti pratici e critici senza peraltro costruire metodologie rigide.

Dobbiamo sempre ricordare che la comunicazione è prima di tutto un atto spontaneo, vitale, un atto profondamente correlato con la nostra stessa esistenza e che sebbene possa trovare forme più o meno fisse per esprimersi la creatività innata in ognuno di noi è nutrita dalla necessità di trovare forme sempre più aderenti ai diversi stati d’animo. Come diceva il regista russo Ejsenstein all’inizio del suo saggio “La Natura non Indifferente”, non si piange mai a caso, c’è sempre un motivo per cui si piange. La comunicazione è sempre un atto motivato le cui motivazioni però possono essere talmente profonde da risultare invisibili. Questo è il campo di azione di ogni creativo. E ai creativi si chiede di essere sensibili alle sfumature e disponibili al cambiamento e alla reinvenzione dei codici.

Non ho dubbi che per un designer sia fondamentale conoscere i contributi della scienza (psicologia, sociologia ecc.), della critica, delle tecniche delle altre forme di creatività come la letteratura, la pittura, le arti liberali in genere. Il designer, come tutti i creativi del resto, deve però sfuggire alla tentazione di trarre da queste letture delle regole, dei modelli, dei metodi “infallibili”. Lavorando nella direzione di costruirsi modelli il creativo si infila in un vicolo cieco nel quale la sua libertà di immaginare, di creare collegamenti inconsueti, di proporre punti di vista singolari si appesantisce di nozioni che interrompono, inceppano, appesantiscono di significato idee embrionali che avrebbero invece bisogno di svilupparsi liberamente. È necessario interiorizzare certe tecniche, di farle sparire sotto la pelle per poterle utilizzare in maniera quasi del tutto inconsapevole.

Questo significa che ben vengano le letture “scientifiche” o le materie tecniche ma ciò che serve massimamente al creativo è l’allenamento continuo e dissacrante della scoperta e della riscrittura delle regole. Senza la necessità di trasformarsi in uno scienziato o farsi opprimere dalle specifiche tecniche il creativo deve poter volare al di sopra delle idee, manipolarle senza paura, lavorando sulle contraddizioni, sulla fascinazione, sulla “poesia” che scienza, tecnica ed esperienza quotidiana possono ispirare.

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