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Di che cosa parliamo quando diciamo sexting

23 Novembre 2010

Di che cosa parliamo quando diciamo sexting

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Due ricerche recenti ci aiutano a conoscere più da vicino lo scambio di contenuti espliciti a carattere sessuale tra ragazzini e adolescenti. Una forma estrema di socializzazione, prima che una devianza diffusa

Quando parliamo della mutazione antropo-sociale che si sta compiendo, e che trova nella Rete e nelle tecnologie mediali di connessione un luogo di evoluzione, bambini ed adolescenti rappresentano la componente sociale sensibile attraverso cui possiamo osservarla. E non si tratta di liquidare la conoscenza dell’intreccio tra ambiente neo-mediale e pratiche sociali dei più giovani attraverso la creazione di etichette che servano a identificarli, come ad esempio quella di “nativi digitali”. Troppo semplice. Troppo consolatorio.

Differenze

Il fatto è che in questo ambiente bambini e adolescenti agiscono in modi non così uniformi e omogenei. E trattare le loro differenze in modo unitario (sono tutti nativi) e secondo logiche di contrapposizione (noi, gli adulti, i migranti; loro, i giovani, i nativi), se ci permette di cogliere la potenzialità del cambiamento che ci circonda dall’altro ci fa perdere di vista la galassia eterogenea di comportamenti sociali mediati e di atteggiamenti nei confronti di pratiche digitali. Per uscire da ogni logica dicotomica e di indifferenza occorre cominciare a guardare le cose un po’ più da vicino, su temi precisi, magari micro temi, e in assenza di vaghezza. Si potrebbe partire proprio da quei temi che hanno a che fare con le preoccupazioni che noi adulti abbiamo. Da quelle che sono le anormalità così diffuse – pensiamo – da renderli distanti, anche se vivono con noi e utilizzano gli stressi strumenti tecnologici e frequentano gli stessi ambienti mediali che molti di noi usano e abitano. E potremmo cercare di capire se ci sono differenze anche tra loro, per non vivere con l’illusione che siano tutti un grande “altro”.

Pensiamo alle pratiche di sexting, sintesi di sex e texting, cioè alle forme di invio e ricezione di contenuti espliciti di carattere sessuale, testi, immagini, video. Prendiamo gli adolescenti americani, quelli fra i 12 e i 17 anni, e proviamo a osservare il loro comportamento in termini di sexting attraverso il cellulare, come viene raccontato dallo studio del Pew Research Center’s Internet & American Life Project Teens and Sexting che ha commentato Amanda Lenhart durante la recente conferenza Internet Research 11 dell’AoIR. Il 75% degli adolescenti americani possiede un cellulare e manda mediamente 50 messaggi al giorno. Il 4% degli adolescenti dichiara di produrre sexting, il 15% dichiara di riceverne. Per gli adulti i valori medi sono rispettivamente 6% (prodotti) e 15% (ricevuti) – anche se nella fascia 18-29 la ricezione diventa il 31%. Proviamo ad approfondire. Non sono particolarmente rilevanti le differenze di genere nel produrre o ricevere questi tipi di contenuti: lo fanno sia gli adolescenti che le adolescenti (lo stesso dicasi per uomini e donne adulte). Se però vogliamo capire veramente il fenomeno e non liquidarlo come semplice forma di devianza, non possiamo fermarci alla descrizione quantitativa, ma dobbiamo indagare il significato sociale che sta dietro questi scambi di contenuto. Solo così scopriamo che le pratiche di sexting vengono utilizzate come forme di socializzazione di gruppo e nello strutturarsi delle storie di coppia:

I ragazzi ci hanno spiegato come immagini sessualmente suggestive siano diventate una moneta relazionale […] sono condivise come parte o al posto di un’attività sessuale o come un modo di iniziare o mantenere una relazione con un altro significativo. E vengono anche scambiate fra amici per il loro valore di intrattenimento, come scherzo o per svago.

Una pratica esistente

E sono in particolare le ragazze a inviarsele reciprocamente con quest’ultimo fine. È vero quindi che si tratta di una pratica esistente, ma va collocata nel contesto relazionale e di strutturazione dei legami sociali che gli adolescenti abitano, con buona pace del brevetto anti-sexting di Apple. Ma proviamo a estendere alla Rete e alle sue possibilità la realtà che stiamo osservando. Prendiamo la bella ricerca Eu Kids Online, relativa «alle esperienze d’uso di genitori e figli e alle opportunità e rischi di internet» per i minori (9-16 anni) in 25 paesi europei. Nei risultati possiamo osservare come sia vero che i rischi connessi alla visione e ricezione online di messaggi o immagini a sfondo sessuale siano i più diffusi ma solo in rari casi condizionano negativamente le esperienze dei ragazzi e in generale «la maggior parte dei ragazzi dichiara di non essersi imbattuto in alcun tipo di rischio, e solo una minoranza dice di essere rimasto infastidito o turbato dalle esperienze online». Anche qui, approfondendo possiamo cogliere le differenze tra i ragazzi europei che abitano la rete, differenza sia interna ai diversi paesi che tra i diversi paesi:

Negli ultimi 12 mesi, il 15% dei ragazzi di età compresa fra gli 11 e i 16 anni (il 3% dei coetanei italiani) ha ricevuto da coetanei “messaggi o immagini a sfondo sessuale” e il 3% (il 2% in Italia) ha riferito di aver inviato o pubblicato online messaggi di questo tipo. Fra quanti hanno ricevuto tali messaggi, circa un quarto dichiara di esserne stato infastidito. La metà di quest’ultimi inoltre, ha riferito di essere rimasto abbastanza o molto turbato da quest’esperienza.

La maggior parte di loro è quindi infastidita o turbata da questi messaggi e trova modi per correre ai ripari.

Fra i ragazzi che sono stati turbati dal ‘sexting’, circa un terzo ha cancellato i messaggi indesiderati (38% dei ragazzi europei e dei ragazzi italiani) e/o ha bloccato la persona che li ha inviati (36% dei ragazzi europei e 44% dei ragazzi italiani). Nella maggior parte dei casi il ragazzo ha dichiarato che queste azioni lo hanno aiutato a risolvere la situazione.

E gli adulti? Quegli adulti che sono pronti a scagliarsi contro queste pratiche di condivisione e la cui soglia di attenzione sembra essere molto elevata?

Il 41% dei genitori i cui figli dichiarano di aver visto immagini a sfondo sessuale, esclude che i propri ragazzi si siano imbattuti in simili situazioni. In Italia la percentuale sale al 58% e risulta la più alta tra tutti i paesi. Il 56% dei genitori i cui bambini hanno ricevuto messaggi offensivi online, non ne è a conoscenza; anche in questo caso in Italia la percentuale supera la media europea e si attesta al 71%. Nel caso dei ragazzi destinatari di messaggi sessuali, il 52% dei genitori esclude che la navigazione online dei propri figli sia stata disturbata da esperienze di questo tipo; in questa tipologia di rischi, l’abitudine alla condivisione dell’esperienza appare più diffusa in Italia che nel resto d’Europa e la percentuale di genitori inconsapevoli non supera in questo caso il 32%.

Inconsapevoli

In pratica: in Italia i genitori sono poco consapevoli del fatto che i loro figli si imbattono o guardano online immagini pornografiche e molto inconsapevoli che talvolta sono stati vittime di offese online, anche se i figli italiani sembrano condividere un po’ di più le loro ansie di abitare la rete e dei contenuti spiacevoli che incontrano rispetto alla media europea. E comunque si tratta di percentuali di giovani fortunatamente molto piccole: il 3% di adolescenti tra gli 11 e i 16 anni.

Ecco, se vogliamo cominciare a capire le cose, ad affrontare i fenomeni di bambini e adolescenti online, del loro modo di essere “nativi”, proviamo a partire dal costruire un immaginario che possa, per quanto possibile, essere il più vicino possibile alla realtà di pratiche ed atteggiamenti, al loro modo di percepire e pensare i contenuti in quegli spazi, alle logiche sottese a certe forme anche estreme di condivisione e scambio.

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