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Dell’improvvisazione

04 Dicembre 2015

Dell’improvvisazione

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Cercare nuovi sbocchi è meritorio e ben diverso da dichiararsi professionisti senza esperienza, preparazione, deontologia.

La crisi ha imperato per anni e la gente ha imparato a reinventarsi. Il che è assolutamente positivo, ci mancherebbe altro. Il problema nasce quando chi si reinventa lo fa con pressapochismo e in ambiti dove non dovrebbe.

Cerco di spiegarmi. Settimanalmente ricevo delle e-mail che, più o meno, ricalcano questa impostazione:

Ciao, mi chiamo Pinco Pallo. Ho letto il tuo libro e ho scoperto di avere la passione per l’informatica forense. Come posso diventare uno specialista del settore? Ci sono corsi? Che libri leggo?

Certo da un lato fa piacere vedere un così grande interesse per il proprio settore; dall’altra ogni sacrosanta volta che mi arriva una mail di questo genere io rabbrividisco.

Chissà perché nel nostro Paese l’informatica non è riconosciuta come una professione con una sua dignità. L’informatico, a qualunque livello sia, finisce sempre per essere quello bravo con il computer, quello a cui chiedere favori gratis e quello che è certamente così felice di sorbirsi uno sproloquio di mezz’ora su come è dotato il mio nipotino puccioso a giocare con l’iPad. Riprendo la mail di cui sopra, cambiando la professione:

Ciao, mi chiamo Pinco Pallo. Ho letto il tuo libro e ho scoperto di avere la passione per la cardiochirurgia/l’ingegneria aerospaziale/l’ingegneria civile/la biochimica. Come posso diventare uno specialista del settore? Ci sono corsi? Che libri leggo?

Appare ora molto più evidente che la cosa ha poco senso. Nessuno si farebbe mai operare da una persona che ha letto Cardiochirurgo for dummies, oppure non volerebbe mai su un aereo costruito da qualcuno che fino a poche settimane prima faceva tutt’altro.

Non voglio tarpare le ali a nessuno, ma certo vorrei far capire che tutto il clamore suscitato dalle varie serie TV poliziesche ha, almeno, fatto capire anche alla famosa casalinga di Voghera che un’analisi scientifica seria applicata all’investigazione può fare la differenza.

Peccato che le stesse serie poi, quando si tratta di computer, se ne escano con strafalcionate senza senso. Si passa da Ca**o un Debian (lo sceneggiatore andrebbe appeso a testa in giù da un platano) a zoom infiniti (sempre perfettamente definiti) a manipolazioni 3D ottenute da una sola fotografia, a dementi che acquisiscono hard disk usando i puntali di un oscilloscopio, a hacker in erba che entrano ovunque in un battibaleno.

Quando si tratta di informatica anche la TV dà il peggio di sé e tutto finisce a tarallucci e vino. Tanto sono solo canzonette computer.

Il dilemma etico

Se quindi da un lato mi scrivono persone per avere consigli su come affrontare una carriera scolastica in modo da avere una formazione propedeutica a questo lavoro, dall’altra trovo – si perdoni la generalizzazione – commessi di computer shop di paese che pensano di aver fiutato l’affare e quindi vogliono buttarsi sulla digital forensics.

Ma qualcuno si pone il dilemma etico per il quale un innocente può finire in prigione a causa di una perizia fatta male o superficialmente, un delinquente può stare a piede libero, un’azienda può perdere o vincere una causa civile (con conseguenti sanzioni talvolta milionarie) senza avere colpa o ragione?

Informatica forense

Il settore possiede indubbio fascino, ma C.S.I. non è proprio una sua immagine fedele.


Parliamone. Perché davvero, in questo settore se ne vedono di tutti i colori. Il problema oramai è che il numero di “professionisti” (le virgolette sono d’obbligo e dovute) apparsi sul mercato, riciclati da campi che nulla hanno a che fare con l’informatica, comincia ad essere pericolosamente elevato, al punto tale che chi davvero si dà da fare per dare lustro alla professione rischia di diventare una minoranza.

Negli ultimi cinque-sei anni avrò letto, escludendo quelle effettuate da persone note nella materia, forse quattro o cinque consulenze fatte davvero bene, con logica, coerenza, competenza e professionalità. In tutti i casi è stato un piacevole diversivo in mezzo a cose scritte senza alcun senso, che dichiaravano una totale ignoranza della materia.

Il lato oscuro del mestiere

Non nego che questo lavoro sia affascinante, e molto molto interessante. Certamente può dare soddisfazioni e essere anche economicamente ambito, ma certo ha come contraltare un sacco di notti insonni, il peso della responsabilità sulle proprie spalle nonché decine di tentativi infruttuosi nel cercare di aggirare problemi, come cloud e crittografia, che a volte sembrano insormontabili.

Talvolta poi la tecnica è poi limitata dalla legge, che non permette di muoversi in piena libertà. Spesso anzi è un vincolo insormontabile che impedisce di concludere molte indagini per problemi legati a giurisdizione e altre problematiche.

Ad ogni buon conto sono convinto che il settore, con tutti i problemi del caso, sia in crescita anche per merito di gente di buona volontà. Se siete tra questi vi chiedo solo una cortesia: compilate la survey qui sotto e aiutateci a fare una fotografia di questo mondo interessante e complesso. Che possa avere una sua dignità al pari di altre scienze forensi.

ONIF Survey 2015: La professione del consulente tecnico informatico forense in Italia

L'autore

  • Andrea Ghirardini
    Andrea Ghirardini è uno dei precursori della Digital Forensics in Italia. Sistemista multipiattaforma (con una netta preferenza per Unix), vanta una robusta esperienza in materia di sicurezza informatica ed è specializzato nella progettazione di sistemi informativi di classe enterprise. È CTO in BE.iT SA, una società svizzera del gruppo BIG focalizzata sulla gestione discreta e sicura di sistemi informativi aziendali.

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