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Datemi un martello!

28 Luglio 2005

Datemi un martello!

di

Modelli per l’innovazione e il business nell’informatica post-neweconomica.

Tutto è database: il database è il tutto

«Il responsabile della comunicazione può pensare fin che vuole che si tratta di un’attività redazionale, ma ciò non toglie che questa storia della Intranet è e rimane una questione di database». Correva il 1998 e la new economy era lì da venire. Quando sarebbe arrivata, tutto avrebbe dato ragione a quell’uomo dell’IT della grande impresa da poco divenuto responsabile dei sistemi Web based.

Già allora i padroni del vapore erano i grandi database e i supporti gestionali (per fare alcuni nomi, Oracle e SAP, innanzitutto); poi si sarebbe verificata la moltiplicazione delle piattaforme, da Broadvision a Vignette, da Documentum a Saba.

Effettivamente l’informatica era tutta una questione di database: l’IT manager aveva proprio ragione.

Eppure a me tutto questo, non solo non mi convinceva, ma addirittura mi irritava. Com’era possibile che tutte le idee che avevamo avuto per innovare le relazioni in azienda, per supportare il cambiamento degli scenari, per stimolare la creatività, per confrontare il “reale” su più chiavi di lettura… com’era possibile che questo dovesse essere banalizzato in un archivio di dati?

Noi avevamo la varietà e la varietà porta alla proliferazione dei fatti e degli oggetti. Nella varietà si è felici come lo erano i politeisti greco-pagani prima che il monoteismo ebraico e poi il cattolicesimo dogmatico facessero calare la plumbea cappa della Legge nel mondo degli esseri viventi. L’informatico medio è dogmatico e monoteista: tutto si riduce a Uno. E l’uno, nella fattispecie, il più delle volte si chiama database.

D’altronde, “per quello che non possiede altro strumento che il martello, tutti i lavori devono necessariamente essere considerati chiodi”.

Occidente: calma piatta

L’economia da quando non è stata più “nuova” è immediatamente andata a male, lasciando nel deserto del dopo-bomba rottami di macchinari a cui neppure i demolitori sono più interessati.

Validi ufficiali dello spazio, astronauti da Star Trek, vagano storditi, le divise stracciate a cercare occupazioni di ripiego.

A ben guardare quelle carlinghe si vedono gli stessi nomi che ieri brillavano: i cari database. Solo i giganti tengono duro, non senza difficoltà.

Era già accaduto all’inizio degli anni ‘90: fino allora le aziende facevano carte false per procurarsi un laureato in ingegneria elettronica. Dal ‘91-’92 in poi nessuno ne voleva più e già si cominciava a cercare di liberarsene. In questo inizio di duemila, però, si sta assistendo alla Caporetto delle società di IT. Highlander direbbe che di tanti alla fine ne sopravvivrà solo uno, ma il taglio della testa non è piacevole per nessuno. Che cosa è successo? Non c’è più interesse per l’innovazione?

Innovazione? Ma se è tutto è solo questione di database, il nuovo dove sta?

Il problema vero è l’appiattimento dell’intelligenza. Gli informatici del database hanno insegnato ai responsabili aziendali a ridurre tutto ad uno, omologando in questo modo la varietà dell’industria, dei servizi, dell’economia e, alla fine, della civiltà.

Le aziende non sono diventate “snelle” (lean) come si propagandava: sono diventate “piatte”, sia come organigramma che come elettroencefalogramma.

Una volta, negli anni ‘60, si diceva che “la Cina è vicina”, per paventare i rischi che avrebbero potuto arrivare dall’Estremo Oriente e anche oggi si dice che sia colpa della Cina, dell’Oriente, dell’Est Europeo… Certo, gli speculatori degli anni ’80 e ‘90 oggi dovrebbero essere gettati con disonore a mangiare la polvere a calci nelle loro regali natiche per i danni che hanno prodotto nell’Occidente industriale. Tuttavia il problema reale non è la concorrenza orientale: è l’esaurimento delle risorse Occidentali. Nonostante il fenomeno-Internet abbia fatto gridare alla rivoluzione, nelle imprese e nelle istituzioni non si è visto più nulla di nuovo per tutti gli anni ‘90. Piano piano ci siamo appiattiti proprio come un database.

Apoteosi tecno-burocratica

Il database è la fissità della storia riassunta su delle chiavi di lettura pregiudiziali e per questo fisse perché pre-fissate.

Il nuovo, al contrario, si genera dal caso, dall’improbabile, dall’ibrido… Quando definisco le categorie, i contenitori, i “campi” in cui dovranno venire incasellati i discorsi a venire impedisco la genesi di frasi nuove, di racconti originali, di espressioni del genio soggettivo.

Quando costringo gli eventi possibili nelle mie caselle mi escludo la possibilità di vedere il diverso. E quand’anche lo vedessi finirei per snaturarlo, modificandone il senso in maniera da poterlo inserire nei miei “campi” concettuali predefiniti.

Stiamo andando incontro ad un mondo ovvio, scontato, sterile, noioso, sterile, in cui tutto ha già una sua casella e delle regole omologanti. Da quanto tempo non c’è più un modo nuovo per suonare, per scrivere, per disegnare e se c’è nessuno lo nota? Dagli anni ‘70, probabilmente, prima che nascesse l’informatica degli archivi. Da questo punto di vista è illuminante il nome che i francesi danno all’office automation: bureaucratique. Si tratta dell’informatica del bureau, dell’ufficio, così come la burocrazia era il governo del bureau. Quando era nata la burocrazia, ai tempi di Fayol e di Weber, si trattava di una razionalizzazione positiva. Con il passar del tempo, invece, la razionalità è divenuta norma, dogma e poi rigidità, inefficienza, fino a far assumere al termine “burocratico” la ben nota connotazione di impotenza paludosa e irrazionale. Il problema è che la degenerazione burocratica non si è limitata alle istituzioni: ben presto l’intera civiltà ne è divenuta preda e ancora oggi continua ad esserlo, come insegnano le difficoltà ad ottenere tutte le autorizzazioni e a produrre tutto il materiale cartaceo necessario ad avviare nuove attività.

Miopia da ovvietà

La bureaucratique dei database ha prodotto un fenomeno analogo mascherato da innovazione razionale. L’azienda dei database è un elettroencefalogramma tendente al piatto. Fanno quasi pena certi ministrardi o confindustriati che cantano mesti il ritornello dell’innovazione dopo avere appiattito le istituzioni e le loro aziende con l’epistemologia del database: che vadano a predicare in Oriente e vediamo con chi riescono a rendersi credibili. Innovare è cercare, inventare, cambiare, sperimentare, provare, mischiare: fare e buttare via il vecchio, quello che non serve più.

Da noi invece cosa si fa: si archivia! Ovverosia, si conserva, si mette da parte, si lascia intendere di possedere molte cose e si spendono un mucchio di quattrini, non per lasciare libere le persone di provare, di fare, di immaginare, ma per mettersi ad archiviare.

Il database è l’apoteosi del conservatorismo, l’esasperazione del vecchio, l’elettrificazione delle ragnatele negli archivi digitali.

La scuola dei database sarà l’educazione alla piattezza; la sanità dei database è la schedatura dei viventi trattati come cadaveri; il mondo dei database sarà facile preda dei nuovi barbari, perché quando arriveranno, proprio come accadde ai Romani, non saremo in grado di riconoscerli, perché non faranno parte delle categorie precostituite dei nostri database mentali.

La nostra cultura è così vulnerabile ai virus perché le nostre cellule non riescono a riconoscerli, anche loro influenzate dal nostro modo burocratico di affrontare la vita.

L’hacking e la via del guerriero

Non tutta l’informatica è burocratica. Ma per il momento la sola alternativa che riesco a individuare è costituita dagli hacker. Anche gli hacker, però, si stanno stancando, sfiduciati. Lontano dalle ideologie e dalle battaglie, chi è hacker? Per me e per molti altri è colui che guarda alle nuove tecnologie in maniera esplorativa, fa dell’informatica nomade, dell’elettronica di strada con creatività e genialità. La genialità hacker il più delle volte non è insita tanto nella competenza tecnologica o nell’intelligenza analitica, quanto nell’imprevedibilità con cui si avvicinano agli oggetti e alle situazioni in maniera non convenzionale, realizzando obiettivi che magari neppure si erano preposti con strumenti che nessuno avrebbe pensato di utilizzare per quello scopo. Non solo i bluebox, ma anche i tubi delle patatine per amplificare antenne improvvisate o le tecniche di svelamento istituzionale, poi pomposamente ridefinite social engineering, sono altrettanti casi di hacking.

L’hacker è colui il quale applica alle tecnologie ibridi estranei ai tecnologi e per questo è pressoché impossibile che uno così possa perdere il proprio tempo ingabbiato nell’informatica dei database.

Voi, sedotti e abbandonati neweconomici che vedete irrimediabilmente affondare l’ultima post-startup a cui vi eravate aggrappati per non affondare, passando da una scialuppa a un’altra, dapprima in pochi e adesso come una moltitudine… voi proto-topmanager dell’innovazione modaiola, voi come pensate di salvarvi. Cercate in qualche articolo l’idea giusta che non arriva, scandagliate Internet in cerca di follie remunerative gratuite, comprate qualche prodotto che fa il buco alle ciambelle in un altro modo e vi stupite di non spopolare… Potrebbe essere giunto il momento di riconsiderare le vostre strategie per imparare dagli hacker. A fare cosa? A ibridare, a inventare partendo dagli oggetti e dalle cose ordinarie, da quello che fa la gente comune, da come si comportano le persone e da quello di cui hanno bisogno veramente, da come le coppie si baciano, da come giocano i bambini, da come osservano i vecchi, dalle vacanze che fanno veramente felici, dai comici che sanno divertire, dalle macchine di tortura e da quelle inutili, dalla caffettiera del masochista e dalla cyberbici…

Imparate dalla varietà, la categoria più amata dai primi cibernetici come Ashby o Wiener, mentre gli ingegneri della norma, da von Neumann in avanti, insegnavano la regola, fondando così l’informatica dei sistemi per come la conosciamo. Oggi quei sistemi ce li hanno tutte le aziende medie e grandi, ma sono diventati delle commodity e la qualità della vita umana non ha avuto grandi miglioramenti grazie ai loro database. Sì, è vero, possiamo trovare di tutto salvo ciò che ci interessa, mentre possiamo essere trovati da tutti, meno che da quelli da cui lo desidereremmo; abbiamo il digitale terrestre scontato e i nostri figli possono cambiare computer a poco se hanno sedici anni, se no se lo possono far vendere dall’insegnante che ha gli sconti, ma di film belli se ne fanno sempre meno, i giovani faticano a trovare un lavoro che sia anche onorevolmente pagato e gli insegnanti annoiano e si annoiano esattamente come prima.

Tripartizione dell’epistemologia informatica

Allora, caro neweconomico, ti tocca faticare: non tanto alla ricerca di partnership, di integrazioni… non tanto con l’acquisto del nuovo pacchetto o con l’esclusiva della distribuzione dell’altro grande nome, ma facendoti venire delle idee, andando a cercare, non altri informatici come te, ma piuttosto insegnanti, giornalisti, tipografi, fotografi, sarte, salumieri, muratori… per cogliere i loro bisogni e progettare insieme a loro nuove soluzioni e nuovi oggetti: non andandogli a dire “cosa vorresti fare con l’informatica”, ma solo “cosa vorresti fare” e se ti viene in mente una soluzione per farlo che usi l’informatica, e che non sia un database, quella la metti tu.

Per concludere si potrebbe dire che ci sono tre tipi di informatica, ognuna delle quali ha scritto un futuro diverso:

  • L’informatica dogmatica, o la bureaucratique, che ha un grande futuro… alle spalle, legata com’è alla norma, all’attività descrittiva alla categorizzazione bidimensionale, all’amministrazione riproduttiva e alla riduzione del molteplice a uno (o comunque a un minimo comune divisore di categorie pregne e quindi banali). È l’informatica dei grandi sistemi, degli host, dei grandi calcolatori a cui le persone hanno delegato le loro funzioni mentali per diventare loro schiavi, tristi inseritori di dati incapaci di intendere e di volere.
  • L’informatica ermeneutica, ovvero quella che mette in grado ognuno di noi che non apparteniamo ai grandi sistemi e non siano neppure ingegneri (avete notato quanto poco informatici e ancor più ingegneri elettronici usino i programmi della gente comune o dei professionisti e quanto snobbino gli applicativi che non siano di sviluppo o manutenzione informatica?) di gestire i nostri dati e di inventare quanto più ci piace, traducendo in atti umani (e quindi analogici) quello che normalmente è prerogativa esclusiva degli informatici. Si tratta delle tecnologie Engelbarthiane, i monitor e il mouse, prima, le finestre, gli scanner, il WYSIWYG, poi, del lavoro di Apple poi ripreso dalla Microsoft. Il futuro è ancora nascosto nel passato: occorre tornare a Engelbarth e capire di cosa parlava negli anni ‘60, quando sosteneva che l’elettronica poteva offrire un “empowerment” all’essere umano. Finora, più che un potenziamento, ha fornito delle protesi, eleganti e anche geniali, ma ben poco (scarse e straordinarie le eccezioni) che non sia sostitutivo di qualcosa che veniva fatto già in altro modo.
  • L’informatica euristica, ovvero sia quella dei Fitzcarraldo, dei Tucker, degli scopritori, gli esploratori che sanno – forse – da dove sono partiti, ma non sanno dove arriveranno; che rischiano, ma puntano a grandi tesori nascosti, terre nuove da battezzare, invenzioni impossibili, soluzioni eleganti… Diversamente dall’ermeneutica che “spiega, interpreta, divulga”, l’euristica “scopre, prova, esplora”, percorre strade mai calcate, è stanca del passato e non conserva memoria o database, non esalta i feticci dei vecchi traguardi, perché tutte le sue energie sono investite nel futuro e per farlo cerca compagnie poco raccomandabili, esperti che i tecnologi avrebbero in orrore. A Piero Angela preferisce lo sciamano così come gli dei preferisce sceglierseli che farseli imporre. Non ha una Torah a cui obbedire e nemmeno una Quabbalah da interpretare, ma un Olimpo da far cantare, dove degli dei più lubrichi che legiferanti non disdegnano gli accoppiamenti con umani, fauni, animali e tutto quello che capiti a tiro dei loro genitali. Un’informatica “genitale”, infatti, perché se la dogmatica può essere definita un’istanza superegoica, l’ermeneutica un’istanza dell’io, quella euristica è l’istanza dell’es, delle pulsioni libere, creative, tese alla soddisfazione, alla fertilizzazione e per questo all’innovazione, al cambiamento.

Sintesi

Che te ne puoi fare di tutto questo, di tutta questa filosofia (“fare della filosofia” è l’offesa peggiore che un tecnologo del database, un database manager o un imprenditore da archivio possono rivolgere a chiunque, specie se professionista), tu che sei uno concreto, realizzativo, con la testa sulle spalle, ma alla fine, con tutto quel tuo agitarti riesci a non lavorare, ovverosia a non produrre niente di nuovo, nessun vantaggio per chi sta con te e per la società. Che se ne può fare un pigro, conservatore, privo d’idee, ma pieno di sé come te?…

Niente, lo so. So anche che ti puoi fare forte della maggioranza in questa grande Matrix tecno-burocratica che è diventato il modello occidentale del dopoguerra (ma sarebbe meglio dire del “dopo-muro).

Prendi pure il tuo martello: questa è una margherita: picchia! questo è un flauto: picchia! questo è un gelato: picchia!

Almeno, consentimelo, non ti sembra che non facciano più i chiodi di una volta?

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