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Dal baratto alla post-economia

01 Ottobre 2004

Dal baratto alla post-economia

di

Neo-baratto e lavoro felice: i principi di associazioni come l'Internet Foundation o la GNU/GPL vanno in questo senso e non sono certo i soli figli della post-economia

Le Origini del lavoro

All’origine il lavoro era il gesto e le attività che l’essere umano compiva per garantire la sopravvivenza a se stesso e al suo nucleo familiare. In prima istanza si trattava di cacciare e procurarsi un rifugio. Poi di manipolare il fuoco e alla fine di governare gli strumenti. Quest’ultima attività può essere considerata il passaggio che ha anticipato la prima industria, dando origine al lavoro vero e proprio.

La conquista e quindi la riduzione in schiavitù di “non uomini” (perché esterni alla propria gente, al proprio villaggio) ha dato origine alla prima forza-lavoro, i primi dipendenti (oltre al bestiame e ai familiari). Tuttavia, il lavoro vero e proprio, quello che dà vita a un’economia non si realizza che con i primi scambi. L’economia del lavoro si fonda sulla socializzazione della prestazione, del manufatto, della conoscenza.
È la scoperta che quando non sto operando per me stesso posso occupare il mio tempo per qualcun altro, che i prodotti che non uso possono essere recuperati trasferendoli ad altri e che, così facendo, posso aspettarmi da altri un pari trattamento, a dar vita all’economia.

Scoprirò presto che posso rinunciare a una parte del tempo che mi serve o a una parte dei miei beni, per ricevere di più di quanto desidero dagli altri.
Solo con il tempo comincerò a conservare beni di scambio come esordio del capitale.
La socializzazione del lavoro supera il semplice scambio e arriva all’accordo fra più persone e fra più gruppi per realizzare attività, sfide, altrimenti dette “imprese” di ordine superiore, i cui prodotti (o i vantaggi che ne derivano) saranno messi in comune come un bene collettivo o suddivisibile.
All’inizio il lavoro è un’azione positiva per se stessi e per gli altri. Rendersi utili dà senso alla vita e rappresenta la forma più nobile di relazione reificata.

L’economia del lavoro

La prima deformazione di questo significato del lavoro si è verificata con due passaggi chiave:

  • la simbolizzazione dello scambio e del capitale
  • l’istituzionalizzazione del mercato e della “Impresa”.

La simbolizzazione dello scambio avviene attraverso la moneta e la moneta, a sua volta, origina il mercato come attività astratta, separata dalla produzione. Il mercato così crea il denaro come bene a sé stante, indipendente dalla generazione del bene o del servizio e dal bisogno stesso: è un traduttore di lavori eterogenei, di benefici eterogenei e, nello stesso tempo, un “frutto” simbolico a lunga conservazione.
Anche l’Impresa supera l’organizzazione per l’azione collettiva per diventare un soggetto a se stante, che addirittura può essere ceduto, scambiato, ereditato assieme alle persone che vi operano. E, se prima aveva un ideatore, un capo, un “duce”, ora ha uno o più “padroni”. L’idea di “padrone del lavoro” degli altri allontana definitivamente la percezione del lavoro come libera socializzazione, come capacità di rendersi utili a se stessi e agli altri: si produce il bene del padrone semplicemente per dovere o perché ci si aspetta di riceverne del bene.

Snaturamento del lavoro

Con un flash-forward cinematografico ci lasciamo alle spalle millenni di storia che deleghiamo a opere monumentali come Il Capitale e arriviamo ai nostri giorni.
Nell’economia moderna il capitale è definitivamente indipendente sia dal lavoro che dallo scambio di beni e servizi. Sono molti ormai che lavorano “senza fini di lucro” e non mancano le organizzazioni e addirittura le imprese che agiscono con questo fine. Sono ancora di più quelli che ottengono capitale senza nessun coinvolgimento diretto con la produzione e lo scambio di beni e servizi, ma soltanto grazie al fatto di possedere del capitale e di usarlo oculatamente.

Siamo al paradosso per cui si arriva a pagare per fare il lavoro che piace – che è anche quello per cui finiamo per renderci meglio utili. Chi lavora non si arricchisce con il proprio operato, mentre chi è ricco si arricchisce con le proprie ricchezze senza lavorare. Se investe il proprio capitale per lavorare o per intraprendere un’impresa molto probabilmente s’impoverisce. Spesso la generazione di lavoro è una tassa che i ricchi devono pagare per mantenere la parvenza di una concatenazione causale fra l’attività e lo scambio simbolico.

La Nuova Economia

Tutto questo fino all’esordio della new economy.
Il vero core di questo fenomeno non è rappresentato dalle dot-com, dalle nuove tecnologie o dalla globalizzazione, ma dallo scambio fondato su dimensioni esclusivamente simboliche. Si sono mobilitati capitali solo sull’idea di attività potenziali. Il primo caso è stato quello di Netscape, la società entrata in borsa sulla promessa della realizzazione di un browser innovativo, che però non era ancora pronto per il commercio. Il gran successo che ebbe il titolo fece pensare a molti che fosse l’era dell’innovazione, mentre era semplicemente l’estremizzazione della simbolizzazione dello scambio.

Agli operatori di borsa non importava un bel nulla del browser di Anderssen e Clark: l’importante era avere un tavolo nuovo per lo scambio simbolico. Il denaro è per definizione un bene potenziale che in genere veniva scambiato con altro denaro o con qualcosa di concreto. L’economia moderna e post-moderna è arrivata a realizzare lo scambio di un bene potenziale con altri beni potenziali e alla fine con simboli potenziali: oltre al browser promesso, si potrebbe fare l’esempio del nome (quanto di più astratto può esistere!) come quello depositato da David Bowie. Per questo la new economy non è “nuova”, ma rappresenta piuttosto l’atto finale, la decadenza dell’economia moderna.

Le Nuove Schiavitù

A questo punto la situazione è precipitata e quella che sta emergendo è una situazione grottesca. Da un lato troppo spesso non ci si riesce a mantenere più con il lavoro. Hanno un bel dire giornalisti ed economisti che ci sono Nazioni che hanno risolto il problema della disoccupazione. La disoccupazione si fa presto a sconfiggerla: basta reintrodurre la schiavitù, ad esempio. Chiamare la gente a lavorare non è difficile. Pagarla, invece, è un’altra storia. Quando sento commentatori che da Friedman o anchor men simili decantano il basso tasso di disoccupazione degli Usa., mi viene da gridare allo scandalo: “sareste capaci di sostenere che il grado di povertà altrettanto basso?”. Ma se non lo siete, bisogna ricordare che l’equazione alta occupazione & alta povertà si traduce semplicemente in sperequazione e economia schiavista: vuol dire soltanto che in quello Stato ci sono molti schiavi.

Molto meglio allora la formula “alta povertà & bassa occupazione” del pauperismo: “vivo con poco, ma almeno mi godo la mia vita”.

Il rigetto del lavoro

È normale, a questo punto, che sempre meno persone abbiano voglia di lavorare. Solo i debiti e le tasse possono costringerli allo stato di schiavitù. Tuttavia, in uno stato in cui gli stessi fornitori di occupazione tradizionali non hanno sufficienti motivazioni per investire capitali nella non più remunerativa generazione di lavoro, il debito diventa una condizione di fondo scarsamente perseguibile, perché l’esperienza insegna che è impossibile reclamare pagamenti da indigenti in condizione di non-solvibilità. I creditori rischiano di diventare a loro volta insolventi: meglio quindi non lavorare! Meglio non creare imprese.
A questo punto, però, neppure più il capitalista può dormire sonni tranquilli.

La perdita di credibilità del lavoro e la diminuzione del numero delle imprese e del loro prestigio si traduce in de-simbolizzazione del denaro e de-istituzionalizzazione dei mercati. Detto in altri termini, non si crede più che i titoli delle società producano ricchezza e alla fine si stenta a capire come il denaro possa produrre ancora altro denaro.

Viene da pensare che la sicurezza possa provenire dalla soddisfazione dei bisogni di base, ma neppure il mercato alimentare va meglio, non va bene la sanità e l’esubero degli investimenti edilizi probabilmente produrrà un’inflazione di appartamenti sfitti i cui costi potranno alla lunga costringere i proprietari a svenderne creando ulteriori incertezze.
Anche la concentrazione delle attività economiche nelle capitali potrà tradursi in squilibri fra metropoli invivibili e regioni in decadenza.

La perdita di valore della produzione intellettuale causata da una certa eccedenza e dalla liberalizzazione dei canali di diffusione, ma soprattutto dalla ridotta o inesistente remunerazione da parte dell'”industria della cultura”, porta a una perdita di interesse per la produzione intellettuale. La polarizzazione dell’attività intellettuale sui prodotti di fruibilità economica immediata porta a un progressivo spegnimento della cultura non economica; ma senza sperimentazione artistica, letteraria, drammaturgica, musicale, e così via, anche quella strumentale finisce per non avere più stimoli e ricambio di idee a cui attingere.
Senza idee nuove non possono esistere nuove imprese e la civiltà diventa regressiva o per lo meno conservatrice: senza idee anche l’economia si arena.
Il quadro che si sta creando ha, come viene da osservare, tinte fosche, se non addirittura tenebrose.

La società a due dimensioni

Quali possono essere le conseguenze?
La prima che ci si presenta con una certa ovvietà è la polarizzazione della società.
I ricchi tenderanno a prendere se stessi come riferimento e a chiudersi in “fortificazioni” difensive in stile medievale che li isolino dal mare della povertà. Si serviranno di “ufficiali” che opereranno ai confini tra il mare dei poveri e la “città” dei ricchi. Costoro, pur di non venire estromessi dalle mura, saranno disposti a lavorare molto senza soddisfazione e senza altre prospettive che questo lavoro demotivato. Lavoreranno come truppe mercenarie per far fronte al ricatto che i loro figli non finiscano fuori dalle mura perché, se non fosse per loro, rinuncerebbero volentieri a quella vita e si lascerebbero vivere nel pauperismo.

Va da sé che il pauperismo spingerà gli indigenti fuori della città, come corpi anonimi con l’unico fine di riuscire a sopravvivere un altro giorno ancora, consapevoli che quando sei finito fuori dalle mura è praticamente impossibile riuscire a rientrarci e che neppure i loro figli potranno farlo. La violenza e il randagismo saranno i modelli di sopravvivenza di riferimento e lavoro o civiltà saranno dimensioni estranee alle impellenze delle persone. Questi saranno considerati non-uomini da quelli che vivono nella “città” e in quanto tali potranno essere sfruttati a piacimento, senza alcuno dei diritti che valgono esclusivamente per “gli uomini”.

Si tratta di uno scenario preconizzato da tempo dagli scrittori di fantascienza e in particolare dal cyberpunk. Chi pensa che sia un’esagerazione provi a guardare meglio alle condizioni di vita nei paesi del cosiddetto terzo mondo, ma anche alle periferie dei paesi a capitalismo avanzato.

La post-economia

La seconda strada è più difficile da praticare, perché richiede un certo disincanto da parte delle persone che oggi vivono per difendere i loro agi residuali. Potremmo definirla un ritorno al baratto è la via della post-economia. Si tratta innanzitutto di rigettare gradualmente, ma inesorabilmente, la simbolizzazione dello scambio e l’istituzionalizzazione dei mercati. Riscoprire il valore del lavoro come relazione di scambio. Non si paga per lavorare e il lavoro deve dare dei ritorni tangibili nel rispetto della qualità della vita. Non si guadagna per capitalizzare, ma per scambiare. Si lavora innanzitutto per rendersi utili, traendo soddisfazione da questo e si lavora soltanto per coloro i quali intendono rendersi altrettanto utili. Non si lavora per chi cerca di speculare sul lavoro altrui o per fare accumulare capitale a dei padroni ormai disinteressati ai magri proventi del lavoro, che non assolvono al mantenimento dell’ipersimbolizzazione dell’economia.

Il lavoro è una condizione di civiltà e la civiltà è il fine da difendere e da tutelare. Così le istituzioni che garantiscono una qualità della vita umana (e non selvaggia) vanno tutelate sia da chi vi lavora dentro, sia da chi ne trae beneficio: questo vale per la scuola, la sanità, l’edilizia, i beni culturali, le infrastrutture e così via. Bisogna essere consapevoli che solo i beni sociali hanno valore, mentre quelli personali sono altamente deperibili e, presto o tardi li si perderà a fronte di una società deflativa (con effetti inflazionali sui soggetti).
Si tratta di riscoprire le dinamiche di base dello scambio che fondano la solidarietà, la dimensione genuina della condizione umana, la riconoscenza e la soddisfazione di sentirsi utili, il diritto a una vita, se non agiata, almeno agevole perché la padronanza della propria esperienza esistenziale (svegliarsi e guardare il mondo assaporando con pienezza il sentimento di essere vivo per scoprire quello che ti riserva la giornata e andare incontro alle persone perché questo ti consente di crescere e di condividere vissuti e sentimenti con gli altri) viene prima di qualsiasi riserva finanziaria potenziale.

Il frommiano “avere o essere” non si deve contrapporre più perché si ha per essere e si è per vivere e si vive per vincere insieme la paura e la sofferenza.
Tornare ai fondamentali della vita per non diventare gli avanzi mal riusciti di una società mostruosa che ben difficilmente sopravvivrebbe alla prossima guerra.

Neo-baratto e lavoro felice

I principi di associazioni come l’Internet Foundation o la GNU/GPL vanno in questo senso e non sono certo i soli figli della post-economia. Smettiamo comunque di delegare a questi miti la speranza di una rivoluzione. Un cambiamento di questo tipo non può avvenire che lentamente e fondandosi sul quotidiano di ognuno di noi, a partire da un atteggiamento etico e politico, una perseveranza anche di fronte alle seduzioni speculative e alle minacce di crisi.

La post-economia è extrafinanziaria e parte da quello che avviene ogni giorno in casa. Nella pratica si traduce nel prendere in considerazione in ogni momento altre forme di compenso che escludano il denaro e, quando se ne si presenti l’opportunità, nell’usarle.
Piccoli e medi imprenditori sanno bene come sia sempre più frequente il rischio di non venire pagati per le proprie prestazioni: i contratti che si sono fatti non erano così attenti e, comunque, anche se fosse stato fatto tutto a dovere non si sarebbe potuto esigere nulla perché il cliente è poi risultato insolvente, oppure ci si scopre ultimi di una lunga lista di creditori che aspettano nella speranza che l’azienda non fallisca, altrimenti tutto sarà definitivamente perduto.

Fate affari con società in grado di barattare con voi! Innanzitutto perché se possono barattare vuol dire che qualcosa di sano ce l’hanno, visto che fanno qualcosa e non sono solo sub-fornitori di promesse. In secondo luogo perché il giorno che non potranno pagare per mancanza di liquidità potrete esigere qualcos’altro e non tornerete a casa a mani vuote. Meglio ancora andrà se avrete fin da subito scelto di venire rimborsati in merce o servizi quantificabili: con il vostro lavoro avrete generato altro lavoro alimentando un circolo virtuoso.

Il baratto è quel circolo virtuoso che si contrappone al circolo vizioso del denaro e dell’impotenza simbolico-istituzionale. Provate a immaginare di amare una persona e di ricevere da lei una cambiale, un pagherò simbolico che un giorno potrà essere scambiato per altre merci o servizi…
Allucinante, vero?!
Riscopriamo, allora, l’autenticità dello scambio onesto e sincero: probabilmente questo mondo non fa più per noi!

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