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Da Seattle a Internet contro la globalizzazione

06 Marzo 2000

Da Seattle a Internet contro la globalizzazione

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La Rete non è solo più un grande supermercato. Guida completa ai siti e ai movimenti che lottano contro le distorsioni della globalizzazione. Partendo da Seattle e approdando al Web

Tanti, forse troppi, oggi rischiano di perdere una segreta speranza nei confronti di Internet: che la Rete possa divenire un potente strumento al servizio di una forma più alta di democrazia, uno strumento di evoluzione della cittadinanza sia personale quanto collettiva e globale.

Il diluvio di server commerciali, la corsa frenetica all’oro di Internet, la vendita e rivendita di identità di consumo in rete, le caselle postali violate da insulsi messaggi, la macchina di un Web visto come un gigantesco supermercato a prezzi superscontati: tutto ciò ha preso il sopravvento, a poco a poco, sui progetti dei sognatori della prima metà degli anni Novanta centrati su una fioritura dal basso della Rete, sulla capacità di usare un mezzo finalmente aperto, globale e bidirezionale per dare voce ai silenziosi, per metterli in comunicazione, per unirli e migliorare la loro vita, per controllare il potere senza per questo infrangere leggi o proporsi utopie, ismi, ideologie.

Insomma, la nascita di un contropotere, del sale della nuova, possibile democrazia. E la sua nascita su questioni concrete, stringenti, di sopravvivenza della specie e del pianeta. Con buona pace di una vecchia sinistra (ma anche destra) troppo spesso fatta di appartenenze, di potere appena mascherato, di chiacchiere ideologiche, di inamovibili professionisti della politica.

Il sogno sembrava davvero perso qualche tempo fa, di fronte allo strapotere della New Economy (leggi capitalismo e nuova imprenditoria aggiornatasi all’era della rete). Ferme o persino morte molte reti civiche Usa, finito l’entusiasmo iniziale per il (sovente) ingenuo “fai da te” su Internet, raggelato il dibattito (sempre gli stessi, narcisisticamente) di quelli che ormai si parlano addosso nei newsgroup, poche le voci di dissenso capaci di “bucare” il rumore prodotto dai piccoli e grandi nascenti “signori digitali”. Tutti a “chattare” dentro i canali di questo o quel colosso dei bit. Tutti a schiacciare bottoni Web per acquistare, con lo sconto, libri mai letti o hard disk di troppo. Fine della ricreazione.

Poi però un piccolo, silenzioso, impercettibile miracolo. E proprio, e perfettamente, nei binari del sogno, del vagheggiato “contropotere” dei cittadini in rete.

Quale il migliore punto di partenza? Il maggiore difensore civico attuale, ovvero il vecchio buon Ralph Nader. Che fa pubblicare, sul suo sito (Public Citizen, www.citizen.org) nel 1997 un documento lungo, ostico e, soprattutto, segreto. Si chiama Mai (Multilateral Agreement on Investments). È stato stilato, dopo anni di faticose (e volutamente riservate) trattative prima nell’Ocse e poi nella Wto (World Trade Organisation). È una bozza di accordo tra 29 paesi, industrializzati e in via di sviluppo, in faticosissima discussione dal 1995 che, in pratica, mira a rimuovere quante più barriere possibili per le multinazionali, il loro accesso ai mercati e alle risorse (lavoro, ambiente) su base globale.

In apparenza un passo avanti, e solo abbozzato, nella formazione di un mercato mondiale. In apparenza un’altra di quelle super-complicate trattative che da decenni impegnano i vari round prima del Gatt, poi del Wto e si trascinano nei bizantinismi tecnici delle istituzioni internazionali.

In apparenza. Nel frattempo c’è stato il caso di Bophal, delle denunce per il supersfruttamento del lavoro dei bambini (di cui sono accusate varie multinazionali, tra cui la Nike), la prospettiva delle prime sperimentazioni delle culture transgeniche che a molti (tanti, in primis il sociologo e attivista Jeremy Rifkin) fanno una maledetta paura (e hanno già prodotto qualche “incidente”). Il Mai viene (e non a torto) presentato su Internet come il documento politico che consente tutto questo, che dà mano libera alle multinazionali, che pone la loro creatura di comando, il Wto, come un “centro di governo dell’economia mondiale non eletto da nessuno, autonominato dai potenti della terra, al di fuori delle regole democratiche” secondo Public Citizen. “È la dittatura dei mercati sul mondo”, gli fa eco Ignazio Ramonet, sulle colonne di “Le Monde Diplomatique”, punto di riferimento per la sinistra radicale europea.

Fin qui le solite critiche, i soliti attacchi radicali degli eterni minoritari che non si rassegnano ad accettare il verbo del “pensiero unico” (come loro lo chiamano), ovvero della ricetta che, per quasi tutto il mondo, è divenuta la medicina base applicata dai governi: liberalizzare, privatizzare, sviluppare i mercati. Da anni cresce intorno a questa triade il malumore, prima di pochi (e divisi) fuori dal coro, poi, progressivamente, di molti, dotati di un nuovo e imprevisto canale di espressione.

Intorno a Public Citizen, così, comincia a svilupparsi, su Internet, la grande discussione della sinistra (e non-sinistra) radicale e ambientalista mondiale che durerà, in pratica, tre anni. Si formano spontaneamente liste di discussione, casi e testimonianze vengono portate in rete, si aggregano a macchia d’olio gruppi di attivisti di ogni parte del mondo, nascono siti Web di controInformazionesui danni ambientali, sulla protezione della biodiversità (la necessità di preservare gli ecosistemi, anche culturali e sociali), sulla critica al pensiero unico e le sue possibili, più o meno fantasiose (ma anche queste hanno i loro diritti), alternative.

Una inchiesta comparsa sull’ultimo numero di gennaio dell’Economist dà alcuni interessanti cifre sul fenomeno “forte”, strutturale, che vi sta sotto. Non ci sono solo discussioni e parole sulla rete. C’è un reticolo fittissimo di oltre 29 mila Ngo a raggio internazionale (Non governmental organisations, organizzazioni non governative) secondo stime dell’Onu. Ma queste sono solo la punta di un iceberg che, se esteso alle piccole Ngo nazionali supera la cifra di 2 milioni solo negli Usa. È un intricato ecosistema di gruppi spontanei, formatesi spontaneamente negli anni 80 e 90 e che si occupano di tutto, praticamente di ogni problema sociale, economico, culturale che interessi il pianeta, o anche piccolissime nicchie di esso.

È il “terzo settore” (altrimenti detto volontariato) che coinvolge e occupa stabilmente milioni di attivisti, che mobilita risorse private e pubbliche. Che, nei paesi del terzo mondo e nelle zone di crisi (basti pensare a quanto avvenuto recentemente in Kossovo) è divenuta l’autentica longa manus operativa dei governi. Una generazione di “cittadini del pianeta” che ormai ha acquisito un ruolo politico più rilevante sul campo e nei fatti che nelle rappresentanze istituzionali.

E che esibisce, in non pochi casi, dimensioni massicce (vi sono Ngo, come Ammnesty International o Us Charities che poco hanno da invidiare alle multinazionali, quanto a dimensioni, ramificazione globale e bilanci), ruolo politico (si pensi alla Comunità di S. Egidio, protagonista della pacificazione di un intero paese, il Mozambico), capacità di incidere su organismi come l’Onu, la Banca Mondiale (molti progetti di sostegno ai paesi in via di sviluppo passano per il vo sul volontariato), l’Unesco, l’Unicef.

Indirettamente (attraverso i propri attivisti) e poi, sempre più, direttamente le Ngo partecipano al grande dibattito in rete sul Mai, il Wto, il governo mondiale dell’economia e dell’ambiente. Praticamente tutte queste organizzazioni sono su Internet da anni. Tra le prime a dotarsi di siti Web, di posta elettronica e di comunità di rete, lo fanno, del resto, di necessità. Internet è praticamente, per molte di loro, l’unico strumento disponibile a basso costo per farsi conoscere, pubblicizzare le proprie campagne, promuovere la raccolta di fondi, coordinare attivisti e volontari, tenere i rapporti esterni.

Comprensibile quindi che il sasso lanciato da Public Citizen nel 1997 generi nei mesi successivi onde sempre più larghe. Nel febbraio del 1999, quando un sindacalista americano, Ron Judd, segretario del King Caunti Labour Council lancia su Internet la proposta della marcia anti-Wto a Seattle, ci sono oltre 700 Ngo in ascolto. Si è per la prima volta formata, sulla rete, un’alleanza che solo qualche anno prima sarebbe parsa innaturale. C’è il nucleo forte degli intellettuali ambientalisti, come l’International Forum on Globalisation – www.ifg.org – che raccoglie in California un Think Tank attivo dal 1994 e che comprende nomi come Vandana Shiva, Jerry Mander, Debi Barker, Tony Clarke e Victor Menotti.

Oppure Global Exchange – www.globalexchange.org -, altra Ngo californiana attiva fin dal 1998 sui temi del Nord-Sud, del commercio equo e solidale (in particolare con il Sud-America), dei diritti umani e civili. C’è il consumerismo di Public Citizen che poi finisce per coinvolgere anche il movimento sindacale americano, fino alla potente Afl-Cio (www.aflcio.org), con i suoi movimenti anti-globalizzazione (www.madeinusa.org) che, smessi i panni protezionistici del passato, preferiscono ora concentrarsi su campagne contro lo sfruttamento del lavoro minorile nei paesi in via di sviluppo.

La linea comune che emerge dalla grande discussione focalizza, in pratica, su un punto. La Wto prende decisioni che coinvolgono l’intero pianeta, ma non è un organismo democratico, elettivo, rappresentativo di tutte le parti in gioco. Un concetto, questo, che ripetono tutti gli appelli, tutti i manifesti, e che fa seguito alla de facto emarginazione delle maggiori Ngo dalla cruciale trattativa sul Mai operata a suo tempo dall’Ocse. E questo per un motivo preciso, dicono gli oppositori: il Mai, insieme al via libera alla produzione globale di alimenti transgenici, non era negoziabile in presenza di reali oppositori indipendenti, e non ricattabili governi di paesi in via di sviluppo quasi tutti pesanti debitori di quelli ricchi. E poi. perché il Mai implica gravissimi rischi ambientali, perché porta all’omologazione delle colture e delle culture. Perché prefigura un mondo di multinazionali dominanti che replicano, come Mc Donald’s (l’arcinemico di Jose Bovè, il leader contadino francese tra i protagonisti di Seattle), il proprio modello da New York a Kuala Lumpur.

Il mondo merita – dicono- un governo globale democratico e partecipato che guidi una diversa e più equa globalizzazione. La società civile internazionale deve battersi per difendere la biodiversità (tema irrisolto del vertice di Rio sull’ambiente), intesa questa in senso ampio. Come sistema di tecnologie sicure, come equilibrio finanziario e produttivo, come localismi e rispetto del diverso, come scambio tra pari, tanto più fecondo quanto attivo dentro un sistema di comunicazioni il più possibile libero (e qui l’opposizione anche al controllo commerciale dei contenuti su Internet) a basso costo, nato dal basso, pubblico, organizzato e prodotto dai cittadini stessi.

Queste, per sommi capi e in modo grossolano, le idee chiave dell’anti-Wto. Idee piuttosto semplici, generali, di una sinistra mondiale che appare rigenerata fuori dalle vetuste ideologie e dagli apparati di partito, su una rete di attacco attivo ai problemi. Differenziata in migliaia di soggetti singoli ma, proprio per questo, pronti a creare su Internet comunità trasversali, su temi caldi (ambiente, globalizzazione…), discuterli, arricchirli di proprie esperienze e punti di vista, farle proprie, e quindi alla fine più capace di unirsi e di agire assieme. Anche in alleanze che qualche anno fa sarebbero state giudicate del tutto improbabili.

Ed è proprio quello che succede dentro il “cyberspazio pubblico”. Ognuno fa proprio, a modo suo, il sistema di obbiettivi generali della protesta. Gli ambientalisti sulla biodiversità, i consumeristi sui rischi del transgenico, i sindacalisti sulla crescente ineguaglianza insita nel neoliberismo squilibrato, selvaggio, senza contrappesi democratici e senza nuovo stato sociale. E, intorno a questa triade ambientalismo-consumerismo-sindacalismo si forma la “Coalition” anti-Wto.

In Europa raccoglie innanzitutto circuiti alternativi storici come Peacenet, ma anche ambientalisti di ogni paese (da GreenNet inglese ai Verdi italiani, francesi, tedeschi), attivisti di Altromercato, radicali di Attac (associazione francese per il sostegno alla Tobin Tax, ovvero alla tassazione delle transazioni finanziarie come nuovo mezzo di finanziamento del possibile nuovo welfare globale), centri sociali (spicca in Italia il network Isole nella Rete); gruppi radicali Usa, come la Ruckus Society (www.ruckus.org), organizzatori di campi e di azioni dirette in stile Greenpeace. Sono solo esempi.

È impossibile illustrare tutti i soggetti. E quantificare quanti partecipanti i cerchi concentrici della “lunga discussione” intorno al Mai e al Wto abbiano toccato nei tre anni. Di sicuro dietro ai 50mila effettivamente convenuti a Seattle (stima della polizia di Seattle, secondo gli organizzatori la cifra autentica sale a 85mila) se ne possono contare almeno dieci o cento volte tanti (che peraltro sono contemporaneamente scesi a manifestare nei giorni del Wto in numerose città dei paesi industriali).

Nella primavera del 1999 la sembra giunta a massa critica. La Pga (azione globale dei popoli, www.agp.org) è una delle prime Ngo sovranazionali (ma in prevalenza europea, centrata sulla rete civica di Leiden, www.dsl.nl) che è nata intorno ai primi controvertici Wto della primavera 1998 a Ginevra. E pubblica, su tutta la rete, il suo manifesto anti liberista e la sua convocazione generale a Seattle. L’organizzazione (o meglio, quasi una sigla sotto cui sta una rete di organizzazioni) lavora quasi esclusivamente via Internet. E diffonde i suoi appelli su centinaia di siti e di comunità alternative. Coordina così la mobilitazione. Più tradizionale l’impegno dell’Afl-Cio: offre 20mila posti a Seattle con spese di viaggio pagate; 15 mila le sostiene l’associazione delle chiese di Washington; si organizza una carovana anti-liberista e ambientalista che dal Canada scenderà su Seattle.

Allo stesso tempo prende corpo uno dei fenomeni più interessanti dell’intera vicenda. La formazione di un autonomo sistema mediatico, basato su gruppi di attivisti e giornalisti indipendenti armati di computer, modem e di telecamere digitali in grado di “riversare” immediatamente e a basso costo sui siti Web della coalition (via webcast) reportage più o meno in tempo reale sulla coalition stessa e sulla protesta.

Sito chiave di questa componente mediatica è Freespeech (www.freespeech.org), organizzazione non profit nata fin dagli anni 70, dalla legge anti monopolista Usa sulle tv via cavo che riserva su queste reti (altrimenti totalizzanti per le famiglie abbonate e per le comunità locali) specifici canali all’accesso pubblico (ovvero ai media direttamente creati dai cittadini). Nel corso degli anni, sulla base di questa esperienza, Freespeech è divenuto il leader dell’autoproduzione mediatica non solo sui circuiti TV-cavo ma anche sul satellite e poi su Internet. I suoi server (rigorosamente finanziati attraverso donazioni e contributi volontari) accolgono i siti di 7mila organizzazioni non profit, con 2500 filmati in webcast.

Nelle settimane precedenti il Wto a Seattle viene stabilito un Indipendent Media Center a cui collaborano centinaia di attivisti di ogni parte del mondo. Indymedia (www.indymedia.org) coordina i reportages fotografici e video dalle strade della protesta. Deep Dish Tv trasmette questi servizi via satellite sui canali pubblici di un centinaio di stazioni locali ad accesso pubblico. Centinaia di giornalisti e di grafici, coordinati da Paper Tiger TV (www.papertiger.org), provvedono all’editing, al taglio e alla redazione di questi servizi. La Damn (Direct Action Media Network, nata dalla Tao – the anarchy organisation – canadese, http://www.tao.ca) fornisce anch’essa un forte contributo al sistema di media center alternativi. E poi ci sono anche altre piccole Ngo mediatiche: Changing America, Big Noise Film, Videoactive, Wispered Media con le loro piccole telecamere digitali negli zainetti colorati.

I cinque giorni della “battaglia di Seattle” vengono ripresi, commentati, mandati in tempo reale sui circuiti Web e televisivi. Le cariche della polizia di Seattle del primo dicembre, le nuvole di gas, gli spari delle pallottole di gomma, le ferite dei dimostranti. Ma anche i fuochi degli “hooligans”, della rabbia violenta dei più estremisti. I 600 arresti, i discorsi infuocati di Jose Bovè, di Vandana Shiva, di Jim Hightower e di altri leader del movimento contadino e terzomondista anti transgenico.

E infine la chiusura improvvisa del vertice Wto il 4 dicembre. I gesti di stizza e di disappunto dei dirigenti e dei delegati. Clinton che rende pubbliche le sue perplessità sulla Wto. E dichiara:. La sua proposta di risoluzione sul bando al lavoro nero dei bambini. Le manifestazioni gioiose dei cortei che cantano vittoria.

Tutto su Internet. Tutto documentato secondo le tecnologie multimediali più avanzate (che poi sono le meno costose). La Real networks (l’azienda chiave del software webcast, vera star del Nasdaq) che apre il suo sito alla collaborazioni con gli attivisti. Tutto distribuito ma anche coordinato via rete. Ed è un sistema mediatico tanto distribuito, su decine di siti, che sarebbe praticamente impossibile chiudergli la bocca. E che, con la battaglia di Seattle, comincia ad acquisire un ruolo e un’attenzione vasta, in grado di espandere la sua carica informativa anche sulla situazione dei paesi poveri (Nicaragua, Filippine, Cuba), sui disastri ambientali, sulle campagne anti-traffico di rifiuti pericolosi, sui casi di violazione dei diritti umani (Colombia…).

Ma questo è solo l’occhio (e l’orecchio) di un ecosistema più vasto, prodottosi dentro e intorno alla rete globale. Nel nuovo media, Internet, a basso costo d’entrata e che consente non solo di informare, ma anche di coinvolgere, coordinare, cooperare, agire. Un ecosistema che cominciò a spuntare a fine anni 80 con le prime freenets-reti civiche, (e nei giorni del vertice è la rete civica di Vancouver – www.vcn.ca – che ospita il sito della carovana anti-neoliberista, mentre quella di Leiden è il server di molti attivisti europei). Ma di qui si snoda ai circuiti verdi, consumeristi, sindacali. Coinvolge i gruppi anarchici e anarcosindacalisti (come gli antichi Iww, Industrial Workers of the Wold, attivi dai primi decenni del secolo, detti in gergo Wobblies e oggi dotati di una efficiente rete internazionale di siti, – www.iwww.org) ma anche i liberali radicali di Libertarian (www.libertarian.org) che predicano l’economia aperta e nata dal basso. Insieme, in apparente stridore, con i laburisti inglesi (www.labourstart.org) e tutta la corrente che spinge per il controllo pubblico, ovviamente dal basso, della globalizzazione.

In un ecosistema spontaneo le contraddizioni sono naturalmente inevitabili. Ma, dietro al “vento di Seattle” che questa grossolana ricostruzione centrata su Internet ha almeno tentato di delineare c’è, forse, il seme della politica di questo nuovo secolo. Una politica di problemi, di punti chiave. Quella che consente a un outsider repubblicano come John McCain di crescere nei consensi durante la sua inattesa corsa alle presidenziali Usa sotto la bandiera alla lotta alle 2000mila e passa Lobbies che stanno asfissiando la democrazia statunitense, e impediscono l’autentico gioco democratico con le comunità e i cittadini. E nel programma di questo conservatore anomalo, almeno secondo i canoni del reaganismo, c’è l’impegno a usare i surplus del bilancio pubblico Usa non per gli sgravi fiscali alle classi ricche (programma di Bush jr.) quanto per finanziare pensioni sociali e riforma sanitaria. Alla faccia del neoliberismo, e proprio da un esponente del partito che lo ha inventato, nemmeno molti anni fa.

E McCain, così, sposta verso di sé massicce quantità di voti di “indipendenti”, elettori che provengono sia da destra che da sinistra, ma interessati a qualcosa di nuovo, qualcosa per cui valga la pena almeno di prendersi la briga di andare al seggio. Magari dopo aver incontrato il candidato su Internet, in un gruppo di discussione in cui davvero interveniva di persona (come era massicciamente successo al suo predecessore outsider Ventura, l’ex lottatore di wrestling divenuto, con sorpresa generale, Governatore del Minnesota).

È la nuova politica che fa nascere e crescere in Texas, stato storicamente conservatore, fenomeni come Alliance for Democracy (www.afd-online.org) tribuna del nuovo populismo made in Usa, che cerca di unificare tutte le forze nate dal basso (di destra o di sinistra, poco importa) contro il mondo dei monopoli multinazionali, di una globalizzazione decisa e guidata dai pochi, dei “cyberlords”, degli inavvicinabili padroni della rete.

Sono milioni di “formiche”, spesso sperdute e molte ancora confuse, che però stanno progressivamente trovando nella rete il proprio cervello e braccio comune. Tanto potente da aver incrinato, fin dalle fondamenta, il progetto di un governo mondiale senza di loro.

Certo. È un ecosistema anche figlio anche delle paure che attraversano la società americana. Innanzitutto proprio a causa del diluvio di retorica sulla “new economy”. Da un lato il mercato che cresce impetuoso, le famiglie che staccano grossi dividendi sulle azioni Internet del Nasdaq e si permettono qualche lusso. Ma dall’altro le continue ristrutturazioni aziendali, l’obsolescenza rapida di mestieri e professioni, il gioco della “start-up” che non tutti possono permettersi, la “corsa dei topi” dei workaholics della Silicon Valley, le diseguaglianze, i perdenti, le tecnologie che risparmiano lavoro, gli scenari (si legga Distraction – in italiano Caos Usa – del radicale e lucido Bruce Sterling) su un mondo in prevalenza di senza lavoro, divenuti nomadi e che si alimentano con cibo sintetico biotecnologico.

È stato il massimo profeta di questo movimento, l’osannato (e vituperato) Noam Chomski, che scrive su uno dei principali siti della cultura alternativa Usa, Z Magazine (www.zmag.org), a definire come “società civile internazionale” questo fenomeno emergente di opposizione, di critica, di controllo dal basso del potere.

In realtà l’ecosistema alternativo di Internet, anche se non manca di punti di riferimento visibili, è perennemente allo stato magmatico, fluido, apprenditivo. Può essere attratto anche da soggetti in apparenza avversi, come è il caso di McCain, in nome del richiamo a forme di democrazia più autentiche, efficaci e allo stesso tempo più tradizionali.

La chiave, dopo questa lunga navigazione dentro l’albero Web della Coalition (oltre 200 siti visitati) appare però visibile, evidente, anche se mai detta in chiaro. La possibilità e la voglia di “prendere la parola”, e di crescere e contare grazie al nuovo sistema di comunicazione globale. Attivo e bidirezionale.

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