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Da Lessig all’hip-hop per difendere il file-sharing

29 Aprile 2005

Da Lessig all’hip-hop per difendere il file-sharing

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Il diritto collettivo a "Share, Mix and Burn" per superare limiti normativi e lobby industriali

La diffusione della musica online rimane al centro dello scenario digitale dei nostri giorni. E il relativo dibattito si va (giustamente) ampliando fino a comprendere diritti degli utenti e innovazione tecnologica, futuro dell’arte e comportamenti sociali, strettoie legali e potentati industriali. Un calderone in continua ebollizione dove, pur nella diversità di posizioni, è cruciale stimolare la partecipazione dei vari soggetti e l’interesse pubblico. Motivo per cui tra i recenti eventi statunitensi va segnalato l’incontro, presso la New York Public Library, che ha mescolato tra loro Lawrence Lessig, professore alla Stanford University, Jeff Tweedy, leader della rock band Wilco, e Steven Johnson, editor per Wired Magazine, in veste di moderatore.

Sotto il titolo “Who Owns Culture?,” (Chi possiede la cultura?) la discussione si è presto concentrata sul file-sharing musicale, evidenziando l’accordo di relatori e pubblico su un punto importante: chiunque navighi online ha diritto al download dei prodotti culturali ivi disponibili. Lessig, noto alfiere di simili posizioni, ha ribadito che la criminalizzazione del file-sharing avrà “effetti inibitori sulla creazione culturale”, citando casi di tecnologie passate (quali radio, videoregistratori e via cavo) che hanno portato a modifiche legislative per riequilibrare l’ambito del consumo individuale e dell’innovazione tecnologica, contro il potere delle precedenti industrie. Da parte sua, Tweedy ha parlato di “disobbedienza civile” nel descrivere le positività del download musicale, grazie al quale la sua band ha raggiunto un’improbabile successo. Nel 2001, infatti, nel bel mezzo di un tour Wilco si ritrova senza casa discografica e senza denaro, sull’orlo dell’abbandono finale. Ma quando Tweedy decise di distribuire il nuovo singolo “Yankee Hotel Foxtrot” come streaming sul Web, il successo fu immediato, consentendo a Wilco di tornare in pista alla grande. Un boom inarrestabile che ha portato poi a un contratto con Nonesuch Records e a forti vendite dei successivi CD del gruppo, con punte fino a 500.000 copie. Il download libero e gratuito ha stimolato, anziché diminuito, l’interesse generale e i relativi acquisti di quegli album. Un trend comune a molte altre band vecchie e nuove, come pure accade per altri ‘artefatti culturali’ del nostro tempo, libri cartacei in primis.

E gli artisti cosa ne pensano? È noto come parecchi contestino il suddetto modello, che in generale funziona per nomi poco noti, ma non può andar bene per tutti i musicisti affermati. Eppure, secondo Jeff Tweedy, gli unici che si lamentano del file-sharing “sono quelli che hanno talmente tanti soldi da non meritare ulteriori pagamenti”. Mentre Lessig ha insistito sul fatto che “la libertà di remix, non solo le parole ma la cultura” si è dimostrata centrale nella creazione di imprevedibili opere d’arte, dai tempi di Shakespeare a recenti rifacimenti quali il “White Album” dei Beatles.

Riflessioni, queste, tutt’altro che nuove nel settore della musica, soprattutto quella giovanile. Lo conferma Sean “P. Diddy” Combs, star del giro hip-hop e CEO di Bad Boy Entertainment Group. Il quale, forte di un analogo successo dovuto per lo più ai fan online, si appresta a entrare nell’emergente settore del wireless music business. Il servizio offrirà download per iPod e cellulari, e sarà “mirato ai giovani e al loro lifestyle… qualcosa che diventerà il mio MVNO [mobile Virtual Network Operator]”. Pur se in questo caso trattasi di un vero business model, in opposizione al semplice download casuale e gratuito, il punto è che “in futuro ci si dovrà concentrare su tecnologie che consentano la condivisione… e la gente è disposta a pagare per questo”, insiste Sean “P. Diddy” Combs. “Io e la mia azienda vogliamo offrire alla comunità accesso a certi contenuti e creare così potere di mercato”.

Ancora una volta, dunque, si tratta di rimescolare le potenzialità tecnologiche e commerciali per adattarle al futuro digitale, anziché rimanere attaccati a modelli obsoleti o, peggio, insistere con policy repressive. Proprio questa la critica dello stesso Lessig al report del New York Times sull’evento alla biblioteca pubblica: “Chi legge il pezzo – scrive sul suo blog -, pensa: ci risiamo, riecco questa gente che sostiene il furto, e odia gli artisti”. In altri termini: l’auspicio del movimento di riforma sul copyright, è che appare inutile presentare la questione all’interno di un contesto polarizzato ed estremista. Occorre invece ampliare il dibattito e spiegare al grande pubblico le varie dinamiche della questione, spesso non così ovvie. Cosa che fa invece l’articolo apparso su Campus Progress, testata online dedicata ai campus universitari, che ha garantito lo streaming live e ora il file MP3 dell’intero incontro. Sotto il titolo Art is Not a Loaf of Bread (L’arte non è un filone di pane), il pezzo insiste tra l’altro sul fatto che “bisogna riconoscere la realtà dell’impossibilità di bloccare Internet” e quindi la legge dovrebbe adattarvisi. Concludendo con un altro dato incontrovertibile, ripreso da una battuta di Tweedy: “[Il download] continuerà ad esistere, sta succedendo ora, e non vedo come sia possibile respingerne l’ondata”.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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