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Da Gutenberg ad aNobii

14 Giugno 2007

Da Gutenberg ad aNobii

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Da sempre il numero di libri pubblicati è immensamente superiore al numero di titoli che conosciamo e tra cui cerchiamo le nostre letture. Ma Internet e gli strumenti sociali di condivisione delle informazioni stanno mettendo progressivamente a sistema l'incontro tra domanda e offerta

Chris Anderson, nella sua teoria completa della coda lunga (quella raccolta in volume), racconta che non è iniziata con Amazon nè con eBay. E a ben guardare nemmeno con Internet:

“Piuttosto, è il culmine di una serie di innovazioni commerciali che risalgono a più di cent’anni fa – l’evoluzione del modo con cui facciamo, troviamo, distribuiamo e vendiamo beni. Pensate a tutti gli elementi estranei a Internet che permettono, ad esempio, un acquisto su Amazon: FedEx, il codice ISBN, la carta di credito, i database relazionali, persino il codice a barre.”
[Chris Anderson, La Coda Lunga]

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In realtà Anderson dedica poche pagine alla storia della “coda lunga” e fa iniziare il tutto dalla fine del XIX secolo, con l’inizio delle vendite per corrispondenza. Ma, in una prospettiva ampia, le origini sono molto più lontane e hanno a che fare con l’intera evoluzione del rapporto tra un bene sempre maggiormente disponibile, nei secoli, e l’incontro con il suo potenziale acquirente. Che in questo caso è il lettore. Ed è una storia particolarmente istruttiva perchè spiega, con l’esempio librario, l’impatto di Internet su diversi mercati.

Il rapporto tra informazione e mercato è una variabile determinante nel funzionamento del mercato stesso. Per ottimizzare al meglio domanda e offerta è necessario che il potenziale portatore di domanda sia pienamente informato sull’offerta. Se, in una ipotesi teorica, esistessero tutte le informazioni necessarie su tutti i prodotti disponibili, sapremmo innazitutto qual è esattamente il prodotto che soddisfa in pieno le nostre aspettative. E poi, con ragionevole probabilità, potremmo sospettare di nutrire delle aspettative che non credevamo di avere perchè non immaginavamo che determinati prodotti esistessero. Tempo fa, in maniera scherzosa, partendo da studi di fisci teorici applicavamo il concetto alla formazione delle coppie stabili:

[…] quando l’informazione è molto imprecisa, l’intero sistema si rompe in piccoli gruppi poichè intrinsecamente non c’è necessità di cercare partner più affini in un ambiente più ampio. Man mano che aumenta la precisione [della ricerca], si allargano gli ambienti e cresce la qualità degli incontri. […] In una società primitiva, in cui l’informazione è imprecisa su tutto, anche le attività economiche sono confinate in gruppi limitati e isolati, senza il vantaggio aggiunto dei contatti tra i gruppi. Se l’informazione diventa più abbondante e più precisa, le regioni connesse diventano più ampie, portando fino alla comunità globale. […] Se l’informazione è molto imprecisa e primitiva, l’individuo non sarà stimolato abbastanza da far emergere le sue qualità latenti, poichè si convincerà che non saranno apprezzate abbastanza. Allo stesso modo, un individuo non può desiderare molto in una società con poche informazioni, poichè è forzato ad essere realistico. I gusti, persino i più frivoli, hanno bisogno di tempo per svilupparsi.”
[Yi-Cheng Zang, Happier World With More Information]

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Di fatto, minore è l’informazione che abbiamo più siamo portati ad accontentarci o a scegliere su base euristica. Con i libri la storia comincia da lontano. Da Gutemberg in poi si supera un problema di riproduzione notevole: la stampa è molto più rapida degli amanuensi a creare copie dei testi (e soprattutto, direbbero i filologi, fa meno errori e interpretazioni). Il numero di libri disponibili (non solo di titoli, ma anche di copie fisiche) aumenta progressivamente. E, non a caso, aumenta la domanda di lettura. Come effetto collaterale (accade sempre con innovazioni mediali) nasce il pensiero scientifico, la cultura comincia muoversi più velocemente anche nei settori meno interessati alle trasformazioni (il protestantesimo non sarebbe stato possibile, ad esempio, senza la maggiore diffusione della lettura). Nel corso di alcune decine di generazioni si arriva ad una grande diffusione dell’alfabetizzazione, a una discreta capacità di distribuzione (complici, inizialmente, network come le poste e le ferrovie), a numeri relativamente elevati di stampatori e di editori, che tuttavia continuano ad essere inferiori alla domanda di pubblicazione degli autori.

Non ho numeri precisi sottomano, ma per questo discorso bastano delle idee di grandezza. Solo in Italia esistono oggi circa quattromila editori e vengono pubblicate diverse decine di migliaia di libri ogni anno. Le informazioni che i lettori hanno avuto sui titoli disponibili (per poter prendere decisioni di acquisto) sono sempre state particolarmente limitate. I media tradizionali, generalmente sotto la pressione degli uffici stampa più forti, proponevano recensioni di una estremamente minima quantità di titoli. Che, per lo squilibrio tra la notorietà di cui potevano godere e l’anonimato di tutti gli altri, diventavano bestseller e confermavano la teoria secondo cui per fare fatturato bisognava vendere moltissimi copie di pochissimi titoli. Quei titoli, appunto, su cui si riusciva a costruire informazione per i lettori.

Sebbene con i media di massa, nella seconda metà del secolo scorso, la potenza di fuoco sia aumentata notevolmente, non è un fenomeno recentissimo. Già nel 1891 Henry James, nel suo saggio the Science of Criticism, definiva la critica un bene di consumo, una commodity:

Se è possibile sostenere che la critica letteraria fiorisca fra noi, allora è fuor di dubbio che essa fiorisce immensamente, poiché scorre attraverso la stampa periodica come un fiume che abbia rotto gli argini. La sua quantità è prodigiosa ed è un bene di consumo del quale l’offerta, a prescindere dalle stime sulla domanda, sarà senza ombra di dubbio l’ultima cosa che ci verrà a mancare.
[cit. in Carlo martinez, The Science of Criticism, la scrittura critica tra consumo ed arte]

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Era un modello imperfetto, sebbene il migliore possibile allora. Certo, c’erano alcuni correttivi. Inizialmente c’era il libraio che faceva da mediatore, consigliando i lettori. Qualcuno forse ricorda le librerie di Mezzocannone a Napoli, locali piccolissimi in cui generalmente non si riusciva quasi ad entrare, ma in cui esisteva un rapporto fiduciario tra cliente e titolare. Poi fu escogitato un altro sistema: togliere i libri dagli scaffali e, in luogo di mostrarli col dorso, impilarli con la copertina in alto e far passeggiare il lettore tra i titoli. Un modo come un altro per aumentare l’informazione e far conoscere l’offerta. E naturalmente, come parziale supporto alla circolazione di informazioni, c’era anche il passaparola tra conoscenti, colleghi ed amici. Ma c’erano anche altri problemi strutturali. La distribuzione costa e fuori dalle aree molto urbanizzate non è economicamente sostenibile, in assenza di una massa critica di lettori. Quindi va fatta una scelta: ancora una volta, in periferia e in provincia, si mandano solo i titoli con maggiori probabilità di essere venduti. I bestsellers, appunto.

Poi è arrivata Internet. I lettori stessi, utilizzando la potenza della Rete, hanno cominciato a mettere in circolo informazioni sulle loro letture, aumentando il volume di informazioni nel mercato, costruendo rapporti fiduciari tra loro e bypassando l’ormai teorico primato della critica (qualche giorno fa Enzo Mazza, direttore generale della FIMI e quindi portatore del punto di vista dell’industria musicale, mi confermava che anche per la musica è evidente lo stesso principio). Librerie come Amazon hanno cercato di integrare la capacità sociale di far circolare informazioni sull’offerta con la disponibilità totale di accesso a tutti i titoli. È da questo momento che ha cominciato ad essere evidente la “coda lunga”: con maggiori informazioni e maggior accesso, le scelte degli individui non convergono su pochi titoli, ma assecondano le preferenze personali (e si comincia a far fatturato vendendo poche copie di moltissimi titoli).

Poi è arrivato aNobii: un social network attraverso il quale condividere le proprie letture (guardate ad esempio la mia libreria), in maniera ordinata, raccolta e decisamente relazionale. Si tratta a mio parere di un passo importante nella storia dell’evoluzione delle informazioni nel mercato librario. Per diverse ragioni, la prima delle quali è la capacità di fornire un unico link che, partendo dal libro, rimanda alle esperienze di lettura e ai giudizi di moltissimi lettori insieme, costruendo un buona anagrafica sociale dei titoli (io ho già sostituito l’abitudine di mettere link a IBS con quella di linkare la pagina di aNobii). Inoltre è facilmente navigabile tematicamente (seguendo i percorsi di lettura altrui) o per pura serendipity e questo facilita in maniera radicale la scoperta di nuovi titoli. Le statistiche del mio profilo raccontano che in tre settimane, grazie ai pochi titoli (197 su quasi 3.000) che ho inserito per ora, 77 persone hanno scoperto 88 titoli che non conoscevano. Moltiplichiamo questi dati per il numero di utenti e ci renderemo conto delle proporzioni.

In qualche modo aNobii mette a sistema e centralizza il processo di scoperta e di “incontro” (tra libro e il suo lettore) che prima era distribuito tra algoritmi di affinità (come quello di Amazon) e suggerimenti sparsi per migliaia di blog e indicizzati solo da Google. E non è un sistema alternativo, poichè si interfaccia direttamente con le librerie online (solo quelle anglofone) e ha i tipici “gadget” per inserire nei blog i propri dati.

Certo, perchè aNobii dimostri la sua efficacia reale è necessario che alcune piccole complicazioni vengano superate (ad esempio, l’identificazione tramite ISBN e barcode spesso fa considerare diversi titoli le differenti edizioni dello stesso titolo), ma già oggi funziona benissimo la selezione per area linguistica e geografica (è possibile arrivare a selezionare anche la singola città) e il sistema di ricerca e aggiunta dei titoli al proprio scaffale è semplicissimo. Poi una buona parte del successo dipenderà da quanto i lettori si appassioneranno allo strumento (da quanto vedo e leggo molti si stanno divertendo un sacco) e da come saremo capaci di utilizzare gli strumenti di Folksnomy (tag e categorie).

Io, personalmente, ho copiato (non riesco a ricordare da chi) una struttura di categorie che identifica il tipo di letteratura e suddivide in letture “imprescindibili” e “prescindibili” (a mio parere) i libri letti. Ma c’è spazio per giocarci ancora. E quanto all’inserimento di libri non presenti su aNobii (o che non riusciamo ad aggiungere perchè non troviamo negli scaffali altrui) ho trovato un sistemino rapido copiando dall’Url della scheda del libro di IBS il codice. Il che è molto più rapido che andare in soggiorno, prendere fisicamente il libro e digitare le cifre.

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