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Curiosità, istinto, organizzazione per fare buone strategie di Content Design

08 Luglio 2019

Curiosità, istinto, organizzazione per fare buone strategie di Content Design

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La ricetta per ricavare il massimo dal nostro corso di settembre prepara a quella per riuscire a progettare buon contenuto per aziende e clienti.

Il corso di formazione è un luogo per scambisti

Tenere un corso è un privilegio, un’occasione unica per imparare; prima di tutto, perché si è costretti a dare una forma alla propria conoscenza, spesso incamerata in modo istintivo, se si vuole farne uno strumento di lavoro per qualcuno diverso da sé. E in secondo luogo perché il riscontro di chi partecipa a un corso è l’unica, spietata cartina di tornasole sulla bontà – di merito e di forma – di quanto si porta in cattedra.

La seconda edizione del mio corso in Fondazione Feltrinelli porta con sé un carico di riscontri fondamentali su entrambi questi fronti, sia per le esperienze in aula fatte nel frattempo, sia per l’applicazione dei metodi nella quotidianità del mio lavoro.

Lo spirito, invariato rispetto all’anno scorso, è quindi quello dello scambista, più che del docente: saremo in aula per dare e ricevere, condividendo nozioni, esperienze e aspettative per farne qualcosa di utilizzabile dal giorno dopo, perché la vera moltiplicazione di valore avviene nel momento in cui le proprie conoscenze possono essere usate con soddisfazione da qualcun altro.

Il manifesto di un contenuto che funziona

Lo scorso anno avevo accennato a un manifesto delle caratteristiche di un contenuto che funziona:

  • Onesto
  • Utile
  • Accessibile
  • Strutturato
  • Semplice
  • User-centered
  • Autorevole
  • Autoriale
  • Bello
  • Appropriato
  • Coerente
  • Supportato

Lo riconfermo senza pentimenti.

Anzi, nutro una convinzione in più sulla bontà di averne uno – qualunque sia – e la necessità di arrivare alla sua realizzazione attraverso un processo consapevole, la costanza di ricordarsene sempre.

In modo particolare, vedo sempre più importante un percorso di presa di coscienza di sé dell’organizzazione: per creare un contenuto onesto, occorre mappare il proprio concetto di onestà, lavorando prima di tutto su quello di verità: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo… le domande della vita, paradossalmente più semplici da sciogliere per un’organizzazione che per un individuo, grazie a un processo di indagine adeguato. Ma poi molto più complesse da mantenere coerentemente nella realtà di tutti i giorni.

L’approccio strategico al content design funziona dalla multinazionale al singolo professionista

L’aspetto per me più interessante rispetto all’approccio strategico alla progettazione del contenuto è che può funzionare allo stesso modo sui due estremi dello spettro: quello dell’organizzazione ampia e strutturata e quello del singolo, ad esempio il libero professionista. Sono diverse le dinamiche con cui si perviene alle risposte, ma non le domande alla base della piramide: si scende comunque nelle proprie cavità – a volte inesplorate – e si torna in superficie con materiale grezzo, da elaborare e trasformare in contenuto di valore.

Per il mio corso chiedo di portare competenze morbide

Per affrontare un processo di design che non sia autoreferenziale, occorrono orecchie aperte, curiosità, umiltà. Sono i requisiti per essere spugne, le soft skill senza i quali un design si indebolisce. Sono caratteristiche che richiedono una predisposizione, o almeno una disposizione d’animo; la buona notizia è che, con gli attrezzi giusti, si possono allenare, proprio come quei muscoli che non ci ricordiamo di avere fino a che non ci servono. Portarli con sé in aula può aiutare da subito a porsi nel giusto assetto mentale.

Ci sono azioni che si possono misurare e altre che devono cambiare in meglio l’organizzazione

Uno dei fondamenti del design è che si stabiliscano parametri con i quali misurarne l’efficacia. Se per buona parte delle attività questo è possibile, ad esempio per le metriche di misurazione delle performance di conversione, la quantità di visite, la qualità della fruizione, per altre lo è meno. Credo che una strategia funzioni, oltre che quando… funziona in senso numerico, quando fa fare un salto di qualità all’organizzazione che la persegue; quando le decisioni sul contenuto vengono prese in modo spontaneo, istintivo (il che pare un ossimoro, perché un’organizzazione non può avere un istinto); quando la percezione esterna di un’organizzazione è di un essere univoco, nonostante la frammentazione dei momenti di contatto; quando ciascuno all’interno dell’organizzazione sa cosa dire, perché è così che risponderebbe l’azienda se fosse una persona. Sentire di avere il controllo. Sapere a cosa si appartiene. Potere dare voce e credibilità. Sapere cosa dire.

Questa è l’idea di strategia del content design che porterò in aula.

L'autore

  • Nicola Bonora
    Nicola Bonora, nell'arco di 25 anni, ha lavorato in azienda, da freelance e come imprenditore disegnando, curando, gestendo o semplicemente vendendo progetti online per realtà di ogni genere e dimensione. Il suo obiettivo è rendere semplice la complessità dei sistemi applicando processi di design. Ha elaborato un modello originale per insegnare le buone pratiche della progettazione del contenuto digitale. Oggi è Digital & UX Strategist per Websolute.

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