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Creatività e passione la benzina dell’open source

04 Febbraio 2002

Creatività e passione la benzina dell’open source

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A margine di un LinuxWorld sempre più business-oriented, spicca un sondaggio che esalta l'attività degli hacker

Si è appena conclusa a New York l’annuale edizione di LinuxWorld, stavolta più chiaramente dominata dalla presenza di dirigenti e businesspeople. Come ha sottolineato (non senza disappunto) qualche partecipante di vecchia data, ora le corporation vanno scalzando gli hacker da questo tipo di eventi, anche in senso letterale. Nota un programmatore dei primi albori: “Adesso l’expo è tutta puntata su cervello e business, anziché arte e cuore come prima.” Eppure appena qualche anno fa proprio il grande business era il target preferito del mondo open source, elemento indispensabile alla sua crescita. Ciò rimane valido ancor più oggi, con la crisi del settore evidenziata dai non pochi stand deserti di questo LinuxWorld. E gran parte di quelli presenti offrivano hardware pesante e “Enterprise Solutions.” Segno dei tempi che cambiano, certamente, senza però dimenticare come spina dorsale dell’open source rimane l’attivismo della comunità globale.

In un simile contesto, è quindi sufficiente segnalare alcuni degli annunci più interessanti a margine della manifestazione, con particolare attenzione ai risultati di un sondaggio diretto proprio agli hacker-programmatori.

Superata la lunga fase di test in Giappone, ecco in arrivo la versione 1.0 del PS2 Linux Kit firmato Sony. Si tratta in pratica di un ambiente di sviluppo a livello amatoriale, grazie al quale sarà possibile mettere a punto specifici programmi Linux da far girare su PlayStation2, oltre ovviamente a quelli già in circolazione. Il kit, disponibile sul web in primavera inoltrata, costerà intorno ai 200 dollari (250 euro in Europa). Il pacchetto comprende inoltre un hard disk interno di 40 gigabyte più tastiera e mouse USB. L’annuncio di Sony ha ottenuto l’attenzione maggiore nel parterre del LinuxWorld, superando di gran lunga quelli di nomi quali Hewlett-Packard, IBM e Red Hat, per lo più limitati a novità relative a listini-prezzi, applicazioni in ambito network e opzioni pro-sicurezza.

Rimanendo su IBM, sono stati presentati i primi due mainframe che girano esclusivamente su Linux. In distribuzione entro la primavera, i due nuovi modelli di iSeries e zSeries mirano a sostituire rack di piccoli server, offrendo maggiori potenzialità a livello funzionale con netti risparmi economici. In particolare, lo z800 ha come target l’imprenditoria medio-piccola, potendo rimpiazzare centinaia di server con un costo complessivo intorno ai 400.000 dollari, quasi la metà del prezzo medio di un comune mainframe. L’altro modello della famiglia iSeries, ancora senza nome, potrà invece sostituire una quindicina di server con una spesa vicina ai 50.000 dollari.

Decisamente più stimolanti invece i dati del sondaggio presentati sempre a latere di LinuxWorld. Un sondaggio riservato agli addetti ai lavori e curato dal Boston Consulting Group, società di consulenze per strategie e gestione imprenditoriale con 52 uffici sparsi in 34 paesi. Motivazioni primarie alla base del continuo “fervore” dei programmatori sono lo stimolo intellettuale, il divertimento puro e la volontà di affinare le proprie capacità tecniche. È quanto si evince dalle interviste online a 526 utenti registrati di SourceForge.net, il maggior sito dedicato agli sviluppatori open source di tutto il mondo. I quali amano definirsi hacker a tutti gli effetti, nell’accezione correttamente definita tra l’altro da uno dei teorici del movimento, Eric Raymond (autore di “The New Hacker Dictionary” e altri testi storici): qualcuno a cui piace immensamente esplorare a fondo i dettagli dei sistemi informatici ed è in grado di impostare rapidamente qualunque codice di programmazione. Nulla a che fare, quindi, con intrusori malintenzionati meglio noti come “cracker.”

Gli hacker di SourceForge risiedono in 35 paesi diversi, dedicano una media di 10 ore settimanale ai progetti comuni, e per lo più sono professionisti del mondo info-tech, con una decina di anni di esperienza alle spalle. Un po’ tutti dimostrano un elevato livello di creatività nei vari progetti in corso. Il 43 per cento si è coinvolto per divertimento, identica la percentuale di quanti dichiarano di voler migliorare le capacità tecniche, mentre il 34 per cento lo fa per contribuire alla crescita della comunità open source. La “sconfitta” dei sistemi proprietari non gioca quindi un ruolo primario nell’opera (sempre gratuita) di questi sviluppatori.

Secondo Bob Wolf, co-autore del sondaggio, quest’ultimo “ha fornito una base concreta per la comprensione delle comunità autogestite in generale e di quella open source in particolare.” E i fattori trainanti del successo del movimento — passione e creatività — aggiunge il collega Karim Lakhani, “potrebbero essere adattati per migliorare il capitale intellettuale delle aziende nonché le loro capacità d’innovazione e lo sviluppo dei relativi processi produttivi.” Analogo il giudizio di un addetto ai lavori, Jeff “hemos” Bates, direttore di OSDN Online: “Pur se il movimento open source esiste da svariati anni, le sue implicazioni nel mondo del business non sono mai state analizzate in maniera adeguata.” In pratica, visto che tipicamente un’organizzazione riesce a concretizzare appena il 10-20 per cento del proprio potenziale creativo, il modello organizzativo e operativo del giro open source si pone come seria alternativa alle strategie high-tech. Ciò sia per la robustezza dei prodotti realizzati, da Linux ad Apache, sia come strumento ideale per superare di slancio i pericoli dei periodi di riflusso come l’attuale.
Un riconoscimento, tanto indiretto quanto sostanziale, al successo degli hacker di questi ultimi anni. E non è certo poco.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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