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Cos’è cambiato nelle proteste studentesche

01 Dicembre 2010

Cos’è cambiato nelle proteste studentesche

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C'è qualcosa di nuovo nella protesta studentesca che si sta diffondendo in tutto il Paese. Non soltanto l'uso dei social media per organizzare le manifestazioni, ma anche un modo pubblico di essere mobilitati e di lasciare traccia della propria adesione

«Studenti occupano Basilica S. Marco», «Bloccate dagli studenti 16 stazioni», «Ingegneria occupata, una catena umana di studenti, docenti e ricercatori». È così, attraverso messaggi come questi, sintetici e pieni di “urgenza” comunicativa, che abbiamo potuto e possiamo seguire le vicende della protesta universitaria e delle diverse forme di manifestazione degli studenti degli atenei d’Italia. Lo abbiamo potuto fare leggendo quotidianamente e in tempo reale le auto narrazioni della protesta come un flusso attraverso Twitter (guardate i contenuti veicolati e aggregati attraverso gli hashtag #vsddl e #nogelmini) e “vedere” le informazioni sulle diverse università occupate, i gesti eclatanti di occupazioni di tetti e monumenti, lo sfilare di manifestazioni eccetera. Racconti dal basso che hanno alimentato anche le pagine di siti e quotidiani online e che si sono fatti alimentare dai media generalisti, diffondendo l’informazione che giorno dopo giorno si va costruendo su questo spaccato che testimonia il disagio sullo stato dell’istruzione in Italia.

Strategie

Dietro i gesti eclatanti della “presa” dei principali monumenti del nostro Paese, una strategia di produzione di immagini che possono subito farsi immaginario per il mondo dei media, c’è tutta la capacità di comunicarsi e auto organizzarsi attraverso la rete in modi che sembrano essere sia consapevoli che capaci di aggregare. Alimentare con contenuti Twitter, Facebook, i blog, significa garantirsi la copertura da parte dei media generalisti con giornalisti sempre più attenti a scovare contenuti generati in rete che possono alimentare con freschezza le news. Ed è, infatti, proprio attraverso il web che anche le istituzioni cercano il terreno di contatto. Il canale YouTube che il Ministro Gelmini frequenta raramente, ma che usa per comunicazioni “a caldo” con i giovani, ha visto comparire in questi giorni un nuovo contenuto sul tema Non fatevi strumentalizzare dai baroni e dai centri sociali e ha avuto oltre 70.000 visualizzazioni e generato oltre 3.500 commenti. E va dato atto che anche quelli negativi (quasi tutti) sono presenti e leggibili (compresi insulti e alcuni consigli di look): una scelta comunque coraggiosa visto che il video sfida direttamente chi occupa. Immediate sono state le risposte online da parte degli studenti di LINK- coordinamento universitario che hanno creato un contro video messaggio (una video lettera, come dicono) utilizzando lo stesso canale: da pari a pari, comunicativamente.

Anche se, consentitemi di farlo notare, in realtà la maggior parte delle visioni e delle segnalazioni sono relative al video mostrato da Repubblica Radio Tv e non della versione sul canale studentesco su YouTube. Di fatto – non me ne vogliate – si è un po’ perso lo scontro conversazionale finendo nelle mani – utili ad un rilancio più di massa – di un medium generalista, e generando traffico utile commercialmente. Quanto sarebbe stato bello invece avere la partecipazione di massa alla visone del video di risposta diretto su YouTube (io, infatti, vi ho linkato quello). Ma la parte forse più interessante  è rappresentata dall’associazione tra le forme della protesta e la componente parte più “social” della Rete: l’uso dei social network anche per le forme di auto organizzazione e di micro racconto interno al movimento, con ambizione meno generalista e più vicina al territorio, agli altri studenti, alle famiglie. Un racconto continuo e permanente in pubblico che serve a costruire l’identità e l’appartenenza alle ragioni della protesta.

Parteciperò

Anche le micro attività legate all’autogestione delle singole sedi vengono ad esempio organizzate e promosse attraverso Facebook, che garantisce forme di adesione e diffusione virale. Ecco allora che un concerto – forma di intrattenimento compatibile con l’occupazione – può essere “trattato” come evento di Facebook e diffuso con richiesta “Parteciperò/Forse/No”. Come questo che segnala nelle informazioni:

DJ Moona direttamente da Bruxelles. Durante la serata verranno ribadite le ragioni della nostra protesta. Venite a divertirvi, venite a protestare… OKKUPATEvene!!!

E la forma di occupazione diventa anche un’occasione di comunicazione pubblica che può essere veicolata online non solo spiegando le ragioni della protesta, ma raccontando per immagini, anche con montaggio e girato low-fi, tutto quello che avreste voluto sapere su un’occupazione, ma non avete mai osato chiedere. Come in questo video che mostra un montato con il dietro le quinte di ogni occupazione: dalle assemblee organizzative, alle micro attività di produzione, al tempo dedicato allo studio auto organizzato e alla lettura dei media, all’autogestione di corsi … fino alla dimensione festiva e aggregante serale. La normalità dei linguaggi, dei volti, dei gesti. Un modo di produrre una contro-narrazione sulla protesta che scardini le forme ufficiali e controbatta all’accusa di illegalità con la “normalità” di giovani che usano un mix tra ironia ed impegno (spesso – anche se non sempre – anti-ideologico) per definirsi e definire le loro ragioni.

Svelarsi

La novità che sta dietro queste giornate di protesta e occupazione è proprio il tasso di estrema trasparenza e la necessità di rendere pubblica ogni singola azione sfruttando la rete come luogo non solo di visibilità ma di esposizione. Anche personale. I volti di chi occupa, di chi sostiene le proprie ragioni, in modi pacati o violenti, sono presenti nelle migliaia di video che circolano sul web e che sono auto prodotti, che sono sia frutto di scelte strategiche di comunicazione dei diversi movimenti che “urgenze” comunicative di singoli o gruppi. Che quindi non sempre hanno la pretesa di raccontare in modi coerenti le ragioni, ma che  mostrano nel mosaico sfaccettato di situazioni e narrazioni una realtà viva e pulsante.

E l’uso di questa parte della rete ci racconta una storia in cui non è possibile non metterci la faccia quando si comunica. Pensate all’uso di Facebook. Allora ogni like a un’iniziativa, ogni “Parteciperò”, ogni profilo taggato, ogni commento lasciato con il proprio nome che spicca in bella evidenza è una forma di auto denuncia. Non so quanta consapevolezza ci sia dietro a queste forme, ma ogni gesto pubblicato è un gesto pubblico. Qui non servono agenti che filmino di nascosto assemblee e cortei o forze dell’ordine che identifichino attraverso fermi e richiesta di carte di identità: non c’è intenzione di nascondersi, ma di rivelarsi. I filmati sono pubblici, perché la comunicazione dal basso è anche una garanzia per chi protesta; dietro al profilo che si associa a un gruppo Facebook di protesta o di occupazione c’è un nome e un cognome. L’adesione avviene in quello spazio “privato in pubblico” che i siti di social network creano perché, di fatto, è un luogo formato dalla visibilità delle connessioni sociali. Connessioni che diventano segnale di appartenenza che è visibile, rintracciabile, memorizzabile e che, quindi, si trasforma immediatamente in un possibile J’accuse.

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