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Contenuti a pagamento, la strategia dell’iPhone

24 Giugno 2009

Contenuti a pagamento, la strategia dell’iPhone

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Il declino dell'industria della musica e le sperimentazioni sui nuovi dispositivi di fruizione dei contenuti sembra stia dando qualche idea anche agli editori, in cerca di soluzioni per avvicinarsi al pay per content

Da qualche tempo mi ritrovo, con mia stessa sorpresa, a parlare del problema del pay per content e della sopravvivenza stessa dei produttori di contenuti (era il tema anche dei miei articoli precedenti: Tira un’aria di pay per content e E chi le pagherà tutte queste notizie?). L’impressione che si ha cercando di scrutare dietro le quinte del mondo dei produttori di contenuti o meglio degli editori, è talvolta di un sano e robusto panico. E ne hanno ben donde: basta guardare le cifre che non stanno tornando dell’industria musicale, la prima a essere stata investita dallo tsunami della digitalizzazione accoppiata al fenomeno della Rete e della “liberalizzazione” (qualcuno lo chiama esproprio) dei contenuti.

La musica come parametro

Prendendo i dati pubblicati da eMarketer, diamo un’occhiata a cosa dovrebbe succedere nelle vendite di musica nei prossimi anni. Partiamo dal 2008: 8,4 miliardi di dollari di fatturato totale, di cui poco più del 31% venduti online. Ma nel 2013 l’online salirà a cifre attorno all’83%: peccato che pur raddoppiando in termini di fatturato non riuscirà a compensare il crollo delle vendite di dischi “fisici”, portando il totale del business a un più modesto 5,5 miliardi di dollari. Vale a dire, 3 miliardi di dollari persi in 5 anni. Paura.: chi fa editoria e vede il suo giornale di carta intraprendere una brutta china in termine di vendite (e fatturati pubblicitari) probabilmente il riferimento allo scenario musicale lo prende, eccome. E quando si parla di musica oggi non si può prescindere dal colosso del settore – ovvero Apple e iTunes, il canale che muove davvero i fatturati. Di qui facile comprendere che qualcuno si sia (anche intelligentemente, devo dire) domandato se non usare non solo lo stesso modello ma lo stesso canale per vendere contenuti non musicali. Su una piattaforma in cui gli utenti (tanti) sono già abituati a scambiare denaro contro contenuti.

Come la musica per l’iPod

È dunque possibile che vedremo nascere un numero sempre maggiore di applicazioni iPhone/iPod (e, senza dubbio, per le altre piattaforme che mostreranno la capacità di far consumare contenuti ai propri utenti) per vendere contenuti editoriali, musicali e vari/eventuali. Oggi qualsiasi editore abbia un nome un minimo noto ha già sviluppato una sua versione della pubblicazione per l’iPhone (vabbè, d’accordo, qualche eccezione c’è), normalmente fruibile gratuitamente, per sperimentare, testare le acque e magari provare la strada della pubblicità mobile. Ma, visti anche i ragionamenti che abbiamo fatto in passato, mi aspetto un’offensiva diretta in direzione del contenuto free, per portarlo a pagamento in percentuali molto, molto più abbondanti delle attuali. Lo vedremo anche con pubblicazioni in abbinamento sul’iPhone? Qualcuno si sta già muovendo – come nel caso di Men’s Health – nota pubblicazione rivolta ad un pubblico maschile. Non un magazine “classico”, in questa declinazione, ma una vera e propria app (Men’s Health Workout, 1,59€) focalizzata sul “workout” (detta alla buona, esercizi con i pesi). Foto, istruzioni, un sistema per monitorare i propri progressi in palestra, il tutto realizzato usando al massimo i redattori e il personale della rivista cartacea, in un buon esempio di integrazione multicanalare. L’aspetto però innovativo è che si tratta di una delle primissime applicazioni che permette l’in-app purchase. Ovvero: non solo paghi l’applicazione quando la scarichi (o la tiri giù gratis), ma dall’interno dell’applicazione puoi acquistare e scaricare contenuti aggiuntivi, senza dover passare dallo Store. Lavorando quindi sull’impulso e la semplificazione del processo d’acquisto – fattori che come sappiamo, aumentano le potenzialità di vendita online. In questo caso, alla modica cifra di 99 centesimi si potranno scaricare gruppi di esercizi addizionali.

Ci convinceranno a micropagare?

Questo tipo di applicazioni, a parte il sistema di monitoraggio dei progressi, in fondo è il classico contenuto che ci aspettiamo di trovare sulla rivista cartacea, o meglio sul sito web della rivista – e non pagarlo. Chissà se però, messo su un iPhone (o un cellulare Nokia, un Android), verrà comprato più volentieri? E chissà se dai contenuti “how-to” si riuscirà a farci evolvere all’acquisto (con la comoda forma dei micropagamenti immateriali, attraverso ad esempio PayPal) anche di contenuti più testuali, se riconosciuti di valore? Del resto questa è l’idea dei lettori di ebook (da Kindle al lettore de La Stampa), dove il device fa da traino al contenuto, al contrario di quello che nella storia è sempre stato. Come nel caso del televisore, che mi compro per guardare i programmi, non certo perché mi piace e mi gratifica come oggetto.

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