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Coniugare al meglio copyright, tecnologia e intrattenimento

13 Dicembre 2004

Coniugare al meglio copyright, tecnologia e intrattenimento

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Posizioni fluide tra gli artisti USA sul file-sharing online, mentre Lessig arriva in Italia per il lancio delle licenze Creative Commons

Gli artisti statunitensi non sembrano preoccuparsi eccessivamente del file-sharing online, di certo non tanto quanto l’industria discografica. E pur odiando la “pirateria”, comprendono appieno i vantaggi di diffusione e visibilità offerti da internet. Questa l’istantanea che si ricava da un recente sondaggio curato dal Pew Internet and American Life Project che per la prima volta ha preso in esame l’opinione di chi produce film, letteratura, musica, arte digitale. Un gruppo di persone certamente cruciale nell’infuocato dibattito attuale, che tuttavia rimane quasi sempre nell’ombra, mentre si preferisce dare risalto all’opinione dei loro supposti “portavoce”, ovvero chi ne gestisce i diritti sulle opere. Le cui posizioni sono notoriamente da tolleranza zero, contribuendo così all’estremizzazione di uno scenario che invece sia gli artisti sia gli utenti considerano in maniera assai più fluida e diversificata.

Tra i dati ricavati, circa la metà dei rispondenti ritiene che vada punita la copia non autorizzata di musica e film, ma solo il 15 per cento considera responsabili i singoli utenti e il 50 per cento ne dà la colpa ai servizi tipo Kazaa e Grokster. Quest’ultima cifra scende al 17 per cento per quanto riguarda i 2.755 musicisti interpellati, il 37 per cento dei quali se la prende invece direttamente con chi scarica online canzoni coperte da copyright. Una varietà di idee che rivela come, pur se irritati dalla diffusione del file-sharing illegale, gli artisti considerano con attenzione le potenzialità offerte dal web nel far conoscere le proprie opere al pubblico mondiale. Lo spiega Lee Rainie, direttore del Pew Internet Project: “Il quadro complessivo è che la comunità artistico-musicale ha una gamma di vedute ed esperienze assai più ampia di quanto immaginano coloro che seguono il dibattito sul copyright in corso a Washington”. Analoga posizione espressa da Jenny Toomey, executive director di Future of Music Campaign, ente nonprofit che lavora per ricomporre il gap tra le due maggiori fazioni coinvolte nella “guerra sul copyright”: l’industria e i politici da un lato, i fautori del download libero dall’altro. Secondo Toomey, “queste decisioni devono essere prese insieme gli artisti, non basta che i due gruppi trovino un artista che stia dalla loro parte”.

È il caso di citare infatti artisti rap come Moby e Chuck D, che appoggiano apertamente il file-sharing per l’ampia notorietà a che ha portato loro. Mentre la politica repressiva della RIAA da sempre invoca la difesa dei musicisti come fattore primario delle proprie iniziative legali. In attesa di capire se simili sondaggi possano essere recepiti e offrire sbocchi concreti verso il compromesso, l’obiettivo finale rimane pur sempre la “costruzione di una nuova struttura che non ripeta i fallimenti di quella attuale,” insiste Jenny Toomey, rammentando come simili cambiamenti “non possono attuarsi nottetempo”. In tal senso va quindi sottolineata l’importanza di iniziative tipo questa del Pew Internet and American Life Project per riportare il dibattito a livelli meno drammatici e più realisti. E, si spera, verso norme giuridiche meno asfissianti di quelle approvate (e in discussione) al Congresso USA.

In sintonia, cioè, con quanto sostengono da tempo Lawrence Lessig e altri esperti della materia: un necessario compromesso che coinvolga tutte le parti in causa senza criminalizzarne nessuna a priori. Lo ribadisce lo stesso Lessig nell’introduzione a “Free Culture”, di prossima uscita in Italia per Apogeo: “Il ruolo della legge è sempre meno quello di offrire sostegno alla creatività e sempre più quello di tutelare determinate industrie contro la competizione. Proprio nel momento in cui la tecnologia digitale potrebbe scatenare un’eccezionale vena di creatività commerciale e non-commerciale, la legge obera tale creatività con norme follemente complicate e vaghe, e con la minaccia di pene oscenamente severe”. Posizione rilanciata in un importante lavoro, di fresca uscita in USA, curato dal suo collega presso la Harvard Law School, William Fisher: Promises to Keep: Technology, Law, and the Future of Entertainment. Dove si analizzano gli errori che ci hanno portato a questo bel guazzabuglio e, soprattutto, si offrono tre possibili proposte (tutte prevedono una combinazione tra riforme giuridiche e nuovi business model) per uscirne fuori al più presto e senza eccessivi danni per la società nel suo insieme.

All’uopo va ricordato un altro esperimento, nella direzione della ragionevolezza, che sta per vedere la luce in versione italiana: il lancio delle licenze Creative Commons, previsto a Torino il prossimo 16 dicembre (Sala Conferenze Fondazione Giovanni Agnelli, via Giacosa 38). L’importante evento vedrà la partecipazione dello stesso Lessig, il quale il giorno successivo sarà poi presente ad un altro evento molto vicino alle tematiche dei Creative Commons, a Torino, presso la ITCILO, Padiglione L, Viale Maestri del Lavoro, 10. Un convegno (solo in inglese) sul conflitto tra proprietà intellettuale e diritti umani: la Conference on Intellectual Property and Fundamental Human Rights, organizzata da WIPO Worldwide Academy, Law School dell’Università di Torino e International Training Centre of ILO. Ancora, il 18 dicembre Lessig parteciperà ad un ulteriore incontro pubblico sul tema “Condividi la conoscenza: nuovi Commons, nuovi diritti” (presso lo IULM di Milano, 9:30-13), dove interverranno tra gli altri il Senatore Verde Fiorello Cortiana e il garante della privacy Stefano Rodotà.

Situazioni vitali, soprattutto in l’Italia, per stimolare il dibattito pubblico su queste tematiche calde, a cui va infine affiancato l’ottimo lavoro online curato da attivisti ed esperti intorno al progetto Creative Commons, inclusa la relativa mailing list dove il dibatte sulle traduzioni e sulle applicazioni concrete delle licenze in Italia. Questioni tutt’altro che semplici e su cui è importante allargare l’area della partecipazione, anche sulle differenze culturali e giuridiche che vanno giocoforza adattate rispetto alle versioni originali delle licenze (e del contesto) statunitensi.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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