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Come coniugare al meglio la radio e Internet?

27 Ottobre 2004

Come coniugare al meglio la radio e Internet?

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Negli Stati Uniti si va da royalty pesanti per le Web-radio (pur con mega-accordi industriali) a probabili restrizioni tecnologiche per il segnale digitale

Radio digitale e via Web: un’accoppiata potenzialmente straripante che però deve ancora concretizzarsi sul serio. E nonostante i molti esperimenti avviati ovunque nel mondo, uno dei maggiori ostacoli rimane quello economico da un parte e quello legale-restrittivo dall’altra. O meglio, per il contesto statunitense si tratta di norme che impongono alle Web-radio il pagamento di esose royalty che invece non si applicano alle comuni emittenti terrestri. Mentre la versione digitale del comune segnale, passo pressoché obbligato per le stazioni FM e AM e atteso da molti soggetti innovativi, rischia di bloccarsi a causa di probabili (ed eccessive) restrizioni legislative.

Un panorama in cui va intanto segnalato positivamente il recente accordo siglato tra la American Society of Composers, Authors Publishers (ASCAP) e il Radio Music License Committee (RMLC), anche se rimangono pur sempre fuori le stazioni indipendenti e locali come pure altre potenzialità ancora in fasce. Gli esperti ci rammentano che la radio via Internet potrebbe attivare una rivoluzione pari a quella della FM nei confronti della radio AM. E viste le potenzialità a livello globale, le emittenti di nicchia potrebbero facilmente prosperare, come dimostrano gli oltre 80 ottanta milioni di utenti-ascoltatori riportati finora da alcune stime. Eppure nell’aprile 2003 l’azione di lobby della Digital Media Association e della Recording Industry Association of America ha imposto una differenza fondamentale tra la radio via Internet e quella terrestre: la prima deve pagare un tipo di tariffa sul copyright che non si applica alla seconda. E in più doveva seguire una serie di adempimenti burocratici a dir poco folli, tipo tabulati con luogo, paese, data e orario in cui si è collegato ciascun utente o informazioni sul titolare del copyright di ogni pezzo trasmesso. “Doveva” perché recentemente la Library of Congress ha eliminato tali requisiti formali, pur se rimangono valide le royalty sulla musica.

È per questo che, almeno nel giro mainstream, è stata salutata con entusiasmo la notizia della firma del patto tra l’ASCAP e i 12.000 aderenti al circuito del RMLC. Questi ultimi potranno così trasmettere canzoni simultaneamente nell’etere e su Internet, scegliendo liberamente tra i 7,5 milioni di titoli sotto il copyright dell’ASCAP. La quale in cambio riceverà pagamenti rateali complessivi pari a 1,7 miliardi di dollari, coprendo retroattivamente le quote dovute dal 2001 al 2003 e stabilendo nuove linee-guida da adesso al 2009. Si eviterà così di gravare sulle singoli emittenti come accaduto finora e, soprattutto, d’incorrere in possibili problemi legali visto l’ambito comunque caldo della trasmissione tramite il digitale. Secondo Vincent Candilora, dirigente dell’ASCAP, l’accordo “indica la portata del reale valore economico dei nostri membri nei confronti dell’industria radiofonica”. Mentre qualcuno definisce l’operazione, su cui è appena arrivato il placet di un giudice distrettuale, come il più grande “affare nelle licenze mai concluso nella storia della radio americana”.

Il mega-deal è solo l’ultimo di una serie di contratti ad hoc stipulati tra l’industria musicale e le organizzazioni di categoria per ovviare, appunto, all’impiccio dei pagamenti per le trasmissioni online. Ad esempio, nomi quali America Online, Microsoft, RealNetworks e Yahoo sborsano 0.0762 centesimi di dollaro per ciascuna canzone trasmessa tramite i rispettivi servizi radio, anche se quest’accordo scadrà a fine anno. Nello scenario non vanno però dimenticate altre componenti cruciali quali gli “standard anti-pirateria” allo studio per il segnale digitale. Anche qui la RIAA spinge per la politica da ‘zero tolerance’ cui ci ha abituati da tempo, chiedendo alla Federal Communications Commission di imporre meccanismi legali per prevenire l’archiviazione e la ridistribuzione di musica “ascoltata” online senza pagare il balzello del diritto d’autore. In definitiva si vorrebbe imporre agli appositi device in arrivo, stile iPod, un’apposita versione della ‘broadcast flag’ già prevista per la TV digitale. Infatti, dal prossimo anno sarà illegale vendere dispositivi capaci di collegarsi alla TV digitale e privi di tutela anti-copia del segnale. Disposizioni a cui si sono opposti legalmente la Electronic Frontier Foundation ed altre entità tra cui Public Knowledge e la American Library Association, sulla base della tutela all’uso legittimo dei media e dell’eccessiva autorità legislativa della FCC.

Un’analoga restrizione bloccherebbe sul nascere il boom in auge della radio digitale, anzi creerebbe una seconda vicenda alla Napster, come evidenzia l’articolo di J. D. Lasica su Mindjack.com. Anche se, chiarisce il pezzo, la norma si applicherebbe soltanto alle stazioni radio che trasmettono il segnale digitale nell’etere, ovvero l’upgrade delle comuni emittenti AM e FM, e “non alle radio via satellite o ai Web-caster che ricorrono allo streaming via Internet”. Eppure nel complesso, quest’insieme di accorgimenti e restrizioni non giova certo all’ampia libertà di cultura che ci si auspicherebbe nell’era della comunicazione elettronica globale.

Come per le reti P2P e il file-sharing musicale, tutti questi ‘fenomeni’ vanno trovando la propria collocazione nell’esperienza quotidiana di milioni di persone, anche ai danni di giganti tradizionali quali l’industria discografica, come già successo in passato per altri conglomerati. Ecco allora che, restando nel contesto della radio digitale, sono circa 400 le emittenti che hanno già implementato gli standard tecnici iniziali approvati dalla FCC e basati sulla tecnologia mesa a punto nel 2002 da iBiquity. Entro tre anni lo stesso faranno le prime 1.000 stazioni del maggiore circuito USA, quello di Clear Channel, oltre a una miriade di situazioni locali e/o autonome al limite della legalità. Un effetto domino impossibile da arrestare con norme e tecnologie repressive.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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