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Cogito erogo sum

14 Ottobre 2014

Cogito erogo sum

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Il flop dello streaming Apple dovrebbe insegnare a tutti che trasmettere bene video sul web è sempre magia nera.

Il 9 settembre 2014, in occasione del lancio di iPhone 6 e dell’annuncio di Apple Watch, Apple ha trasmesso sul proprio sito la diretta video dell’evento. Chi ha provato a seguirla però è rimasto frustrato da una serie di problemi.
Un po’ tutti in rete si sono lamentati di interruzioni dell’audio o del video o di entrambi, ritardi nella connessione, sovrapposizione della traduzione in cinese mandarino all’audio inglese e via dicendo. Insomma, una schifezza.

I commentatori — tra cui anche giornalisti che scrivono per testate autorevoli come Forbes oppure il Wall Street Journal — si sono giustamente precipitati a criticare duramente il risultato. Dimostrando però strada facendo di non capire un accidente di niente di tecnologia.

La diretta streaming era dichiaratamente visibile soltanto a chi utilizzasse il browser di casa Apple, Safari. Perché questa scelta? Ci sono due possibili risposte. Magari la casa fondata da Steve Jobs vuole pubblicizzare gli iPhone 6 soltanto al 5,01 percento del pubblico potenziale (questa è infatti la percentuale di diffusione di Safari sui computer desktop). Improbabile, nevvero? Allora dev’essere vera l’alternativa: erogare video in diretta è dannatamente difficile e Apple ha sentito il bisogno di controllare il più possibile tutti i suoi fattori tecnologici nel tentativo (miseramente fallito, come abbiamo visto) di fare bella figura.

L’esperienza web arrivava ai visitatori da tre fonti. La home page di apple.com con il suo HTML; gli elementi incorporati in quella pagina come CSS, immagini e Javascript esterni, che stavano su Amazon S3; e il video che arrivava dalla rete CDN (Content Delivery Network) di Akamai.

Il webmaster di Apple ha commesso un errore marchiano: quando un sito viene visto in tutto il mondo su Amazon S3 va acceso il sistema Amazon CloudFront, il quale si occupa di mandare i file a me che sto in Italia da un ripetitore collocato a Milano e collegato in fibra ottica dedicata al centro dati europeo di Amazon che sta in Irlanda. Su una pagina web come quella, del peso di 5,76 megabyte, far convergere il mondo negli USA è una idea perdente. (Il manager Apple che ha voluto mettere un Twitter feed dentro quella pagina andrebbe passato a fil di spada, il webmaster che l’ha impostato per ricaricare in AJAX ogni dieci secondi e ha spento la compressione gzip in Apache va mandato in miniera).

Anche l’audio arrivato a molti con il doppiaggio in cinese, a naso, dipendeva dal fatto che la mancanza di distribuzione locale ha impedito di distinguere i cinesi dal resto del mondo. Dopo mezz’ora dall’inizio qualcuno a Cupertino si è fatto prendere dal panico e ha riavviato l’incolpevole server di codifica audiovideo, il che non ha certo giovato.

E il video? Per causa sua venivano erogati su Internet circa otto terabit per secondo, una cifra paragonabile alla finale dei mondiali di calcio. Tanti, ma non inauditi. Il video di per sé non ha aggiunto problemi. A mia memoria, Akamai non ha mai dato un problemi ai suoi clienti. Sono bravi. Disgraziatamente si fanno pagare in modo proporzionale: qualche anno fa avevo bisogno di un servizio del genere e ho scritto ad un loro account anticipando che il budget del cliente si aggirava sul milione di euro. Non hanno neppure risposto per dire pezzenti. Ho dovuto imparare a fare da solo con CloudFormation, capirete.

L'autore

  • Luca Accomazzi
    Luca Accomazzi (@misterakko) lavora con i personal Apple dal 1980. Autore di oltre venti libri, innumerevoli articoli di divulgazione, decine di siti web e due pacchetti software, Accomazzi vanta (in ordine sparso) una laurea in informatica, una moglie, una figlia, una società che sviluppa tecnologie per siti Internet

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