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Chiedi a Google del candidato

07 Marzo 2008

Chiedi a Google del candidato

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Per sapere qualcosa degli sconosciuti con cui capiti di intrattenere relazioni sociali si finisce per cercare informazioni sui motori di ricerca. Ecco che cosa succede con le prime liste elettorali

Circola un certo entusiasmo sull’importanza di Internet nella campagna elettorale del 2008. Si tratta di un entusiasmo in parte giustificato dalla risonanza ottenuta da alcune iniziative, da maggiori investimenti in questo campo da parte dei partiti e dei principali esponenti politici, dal concretizzarsi di alcune candidature nate sul web (come quelle di Ivan Scalfarotto e Mario Adinolfi). Forse si tratta di un entusiasmo eccessivo, sia perchè i media tradizionali rimangono le uniche fonti informative per una percentuale ancora troppo alta dell’elettorato, sia perché la necessità di presidiare la Rete, dotandosi almeno di un riferimento online per sostenitori, simpatizzanti, semplici elettori, non sembra essere tra le priorità di tutti i candidati, in particolare di quelli che ne avrebbero maggiormente bisogno.

Per verificare questa impressione, vi propongo una prova facile. Qualche giorno fa sono state diffuse le liste dei candidati alla Camera e al Senato del Partito Democratico. Un lungo elenco di nomi in cui certo non mancano i big della politica nazionale e gli outsider di fama (come il prefetto Achille Serra o Umberto Veronesi), ma che contiene anche molti amministratori locali, funzionari di partito, addetti ai lavori, esponenti della società civile. Tutte persone magari di grande competenza, ma i cui nomi (e cognomi) dicono poco a chi dovrebbe mettere una crocetta sul simbolo di un partito, e vorrebbe sapere chi sta mandando in Parlamento.

E allora mettiamoci nei panni di un elettore curioso e dubbioso, e facciamo una cosa che nell’anno 2008 non rappresenta più una bizzarria per pochi nerd (come dimostra il consiglio dato da Berlusconi a Saccà in una famosa telefonata intercettata): se conosci un nome e un cognome ma non sai niente della persona che lo porta, cercalo su internet. Se essere facilmente rintracciabile è ormai un’esigenza sentita da molti professionisti e da tante aziende, perché non dovrebbe esserlo per chi è a caccia di un seggio? I primi risultati sono confortanti: molti dei protagonisti della politica italiana hanno un sito o un blog. Sono spesso aggiornati, dotati di contenuti multimediali, a volte aperti ai contributi e ai commenti di lettori ed elettori. Certo, sono quelli che ne avrebbero meno bisogno, quelli che occupano gli spazi sui giornali e in tv, che godono di interviste, ospitate, manifesti a tappeto. Eppure ci sono, e questo è un buon segnale, forse anche conferma di una capacità del centrosinistra di usare internet riconosciuta anche da alcuni avversari.

Continuando a inserire i nomi e i cognomi dei candidati presenti in lista, emerge però una seconda fascia, caratterizzata da una presenza in rete che potremmo definire passiva. Si tratta in particolare di onorevoli uscenti e amministratori locali, ma non solo. Ricercando i loro nomi escono per lo più pagine istituzionali, e quasi tutti devono ringraziare gli addetti all’aggiornamento dei siti di Camera e Senato, o dell’ente locale di cui fanno parte. È già qualcosa, perché se il potenziale elettore finisce ad esempio sulle pagine del sito della Camera, può venire a sapere almeno il titolo di studio, l’età, il gruppo parlamentare e i principali impegni. C’è anche la possibilità di vedere la faccia dell’onorevole (che non fa mai male) e di studiarsi le proposte presentate nell’ultima legislatura.

È già qualcosa, dicevamo, ma ha tutti i limiti di una presenza passiva. Le informazioni contenute sono standard e le attività non sono raccontate, ma riportate in quel linguaggio burocratico che di sicuro non invoglia alla lettura e non chiarisce tutti i dubbi dei non addetti ai lavori. E poi, cosa più importante di tutte, chi è presente in Rete solo in questa modalità, non ha nessuna possibilità di intervenire sulla sua identità web, non può dialogare con i suoi potenziali elettori, non può intervenire sul modo di porsi. Inoltre, la presenza passiva non garantisce il politico da qualche controindicazione: basta pensare all’onorevole Massimo Fiorio, ricercatore universitario. L’invidiabile Page Rank del sito della Camera non gli assicura il primo risultato nelle ricerche con i suoi estremi, e viene scavalcato da due omonimi: uno è un hair stylist, l’altro è il bassista di un gruppo indie emergente (i Canadians, per la cronaca).

Al di là di questi inconvenienti, il principale limite di questo tipo di presenza in rete rimane la freddezza. Ed è un problema che riguarda anche chi entra in politica dal mondo delle imprese e delle professioni e dovrebbe presumibilmente mostrare di padroneggiare le più moderne tecniche di comunicazione. E invece cercate nomi anche molto in vista in questi ultimi giorni, come Matteo Colaninno, Massimo Calearo, Stefano Ceccanti, Gianrico Carofiglio. I risultati portano a pagine sui siti delle loro associazioni e delle società in cui lavorano, delle università in cui insegnano, dei siti che vendono i loro libri. Il navigatore si fa perlomeno un’idea della loro posizione ma è evidente a un primo sguardo il poco fascino e lo scarso impatto comunicativo. Che ad esempio non ha modo di sapere nulla delle motivazioni che hanno portato queste persone a candidarsi.

Per finire, ci sono anche diversi casi in cui il candidato non ha nessuna identità in Rete, e quindi è praticamente in balia degli eventi del web. Paradossalmente è un problema che riguarda i volti nuovi, candidati nell’ottica di rinnovamento, quelli che avrebbero maggiormente bisogno di affermare la propria personalità. E invece cercando i nomi di persone come Antonio Boccuzzi,Luciana Pedoto o Sandra Zampa non si trovano pagine che siano gestite da loro o dal Partito, ma articoli di giornale, post su blog, opinioni o interventi su forum e siti vari. Sono esempi evidenti di come in mancanza di una propria voce sul web ci si espone alle iniziative e opinioni altrui, per cui chi ci cerca può trovare per prima cosa editorialisti a noi ostili, critiche o gossip. Da manuale il caso di Marianna Madia: è una delle candidature volute dal Pd per dimostrare il ricambio generazionale e l’ingresso dei giovani nella politica, ma non ha un blog o un sito. E cercando il suo nome spuntano in testa ai risultati post di blogger dubbiosi sulle sue qualità e sulla sua scelta. Un danno talmente evidente che convince immediatamente sulla necessità presidiare il territorio web.

Se vogliamo tirare le somme da tutto questo tempo passato a inserire sui motori di ricerca i nomi dei candidati del Pd possiamo forse arrivare a questa conclusione contraddittoria rispetto allo spirito del web alle sue caratteristiche. Internet, mezzo di comunicazione privilegiato da chi non ha le risorse economiche per essere presente sui mass media, è meglio gestito dagli stessi politici che hanno grande risonanza sui giornali, in tv, nelle affissioni, almeno nel partito di Veltroni. Non possiamo fare a meno di chiederci perché. Se è normale che per aver un sito ben fatto e professionale serve avere uno staff e un buon investimento, sappiamo benissimo come ci siano soluzioni a minor costo che permettono comunque di far sentire la propria voce, o almeno di non far risuonare troppo la propria assenza. Questa tematica, ben nota a singoli professionisti e a moltissime aziende, sembra sconosciuta in politica. Forse la colpa, come si osservò già nella scorsa tornata, è della legge elettorale priva di preferenze. La comunicazione è centralizzata e affidata ai partiti, il candidato poco stimolato a conquistare i voti manciata per manciata, visto che la sua elezione dipende quasi esclusivamente dalla sua posizione nella lista. Il mancato bisogno, non aguzza l’ingegno. Probabilmente se nei prossimi giorni avremo modo di trovare con facilità informazioni relative a questi nomi, sarà sul sito del loro partito.

Per finire, un’ultima osservazione. Ho provato a cercare questi nomi sui più diffusi social network. Ho smesso quasi subito, scoraggiato dalla mancanza di risultati. Sicuramente è un’assenza meno grave. Ma ad esempio il Partito Democratico è presente su quttro piattaforme diverse (Twitter, YouTube, IlCanocchiale, Flickr) mentre sul sito di Barack Obama se ne contano addirittura 15. Sono tutte risorse gratuite, che richiedono solo tempo e idee. Le usano i grandi partiti e i leader, perché non dovrebbero farlo i candidati giovani e emergenti?

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