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Chi ha paura della libertà online?

20 Novembre 2002

Chi ha paura della libertà online?

di

Repressione dell'attivismo antagonista in Italia, cyberdissidente vietnamita condannato, super-sorveglianza confermata per l'USA Patriot Act.

Ci risiamo. L’informazione indipendente fa paura, ancora più quando ricorre agli strumenti del digitale. Ergo, occorre reprimerne fonti e attivisti. Come pure impedire la libera circolazione delle idee. Tutto in nome di attacchi — veri, presunti o inventati che siano, poco importa — al “cuore dello Stato”, come si diceva una volta. Un paradigma tanto perverso quanto comune al mondo intero, purtroppo. Ribolle in queste ore l’Internet nostrana, sulla scia di arresti e procedimenti giudiziari lanciati non certo casualmente all’indomani del primo Social Forum Europeo, riuscitissimo sotto ogni punto di vista. In Vietnam viene condannato a quattro anni di carcere un cyberdissidente, reo di aver diffuso online propri saggi di critica contro il regime nazionalista. Negli Stati Uniti, infine, il Dipartimento di Giustizia esulta perché la corte d’appello di Washington ha stabilito la costituzionalità delle misure che espandono a dismisura la sorveglianza delle comunicazioni private (soprattutto intercettazioni telefoniche ed email), ovvero le norme incluse nell’USA Patriot Act approvato subito dopo la tragedia dell’11 settembre 2001. Alla faccia della privacy e dei diritti civili dei cittadini.

Le iniziative giudiziarie italiane rivelano immediatamente i tipici connotati tragicomici, rischiando per l’ennesima volta di finire una bolla di sapone analoga al nefasto Italian Crackdown contro le BBS amatoriali del 1994. Tuttavia, allora come oggi, è in ballo qualcosa di molto prezioso per tutti e per ciascuno: la libertà di comunicazione online nonché l’esistenza dell’informazione antagonista. Senza dimenticare le 20 persone attualmente in galera, su un totale di 42 cittadini raggiunte dal procedimento giudiziario aperto dalla procura di Cosenza per “associazione sovversiva e cospirazione mediante associazione” (art. 270/bis). Per avere un’idea dello scenario confuso e grossolano messo in moto, basta fare il collage delle notizie veicolate dal tam-tam digitale, invitando a tenersi aggiornati tramite i relativi siti.

Intanto, il comunicato del collettivo Autistici/Inventati, uno dei siti sotto controllo da parte della magistratura, sottolinea un punto importante: la piena trasparenza della attività oggi sotto accusa. “Le valutazioni circa l’utilizzo della rete come luogo privilegiato di coordinamento per attività eversive di ogni genere ci appaiono ridicole, e non di meno sono sempre più frequenti. Dovrebbe essere qualcosa di più simile alla Banda Bassotti, che ad un’associazione sovversiva, il gruppo che scelga di sovvertire violentemente l’ordine economico dello stato coordinandosi per telefono e su liste di discussione pubbliche, su siti pubblici in hosting su server che non hanno mai nascosto la propria esistenza.” Parimenti sacrosanta la piena tutela della privacy individuale tramite strumenti e pratiche adeguati, percorso che fa oramai parte della tradizione dell’intero cyberspazio. Prosegue lo stesso testo: “La nostra Associazione diffonde dalla sua nascita la cultura degli strumenti crittografici come mezzo di tutela della privacy. Il nostro server offre gratuitamente diversi servizi tesi alla tutela della riservatezza delle comunicazioni e dei suoi contenuti. Non accettiamo affatto che queste pratiche vengano criminalizzate, con la falsa giustificazione della tutela della sicurezza del cittadino da spettri quali terrorismo, criminalità informatica ed, in questo caso, un’associazione sovversiva.”

Dura anche la presa di posizione di Isole nella Rete, sito storico del movimento a difesa dei cyber-rights: “Si deve rispondere con forza ed unitariamente ad un’azione repressiva che va a colpire chi è più attivo in Rete e nelle piazze nel portare contenuti di dissenso o nel tentare di difendersi da una repressione che ha fatto feriti e morti anche negli ultimi anni di lotta politica. Contro tutte le forme di censura politica, contro la criminalizzazione dei movimenti e contro tutte le galere, invitiamo tutte le forze dei movimenti attivi da Genova a Firenze (nessuno escluso), a mobilitarsi per la liberazione degli attivisti arrestati”.

Una mobilitazione che non si è fatta attendere, fino ad ampliarsi online e a livello internazionale. Sotto lo slogan “Il movimento non si arresta”, sabato 23 Novembre, di fianco alla manifestazione nazionale di piazza in solidarietà con gli arrestati, partirà un netstrike verso il sito del Ministero di Grazia e Giustizia.

Parimenti preoccupante la notizia sul cyberdissidente vietnamita. Accusato di “azioni di propaganda contro la Repubblica Socialista del Vietnam” e “comunicazione con stranieri via Internet”, Le Chi Quang ha ammesso la pubblicazione online di alcuni suoi saggi, tra cui “attenzione alla Cina imperialista”, senza però (giustamente) riconoscere in ciò un’azione criminale. Come accaduto ad altri connazionali incarcerati per aver diffuso o consultato via Internet materiale considerato sovversivo, la censura vietnamita non ha avuto pietà: Le Chi Quang dovrà scontare quattro anni di carcere. La campagna di denuncia di queste gravi violazioni dei diritti civili viene portata avanti da entità quali Reporters Senza Frontiere e Free Vietnam Alliance, in sintonia con altre testate d’informazione internazionale online come unimondo.it, nella speranza di bloccare o quantomeno limitare l’ondata repressiva in atto.

Infine in USA, al Ministero di Giustizia è stata confermata “ampia discrezione” nell’impiego di intercettazioni ed altre tecniche di sorveglianza nei confronti di presunti terroriste e spie. In 56 pagine la sentenza emessa l’altro giorno dalla corte d’appello di Washington, DC, ribalta così la decisione opposta presa a maggio dalla Foreign Intelligence Surveillance Court. Quest’ultima aveva infatti considerato eccessive le linee-guida stilate dall’Attorney General John Ashcroft a seguito del Patriot Act, poichè avrebbero “ingiustamente limitato al libertà d’espressione dei singoli, offrendo massima discrezionalità operativa al governo.” In prima istanza erano state cioè accolte le obiezioni sollevate dalla ACLU, il cui portavoce stavolta ha così commentato: “Siamo delusi dalla sentenza, poichè sembra suggerire che la Surveillance Court esiste soltanto per vidimare le decisioni governative.” Ancora un volta, quindi, il consenso costituzionale viene esteso a possibili interventi di sorveglianza diffusa e generalizzata ai danni di individui sospetti. E pur se finora non si segnalano casi controversi in tal senso, di certo lo scenario globale appare tutt’altro che allegro.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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