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Che cosa abbiamo capito fin qui di Google+

04 Luglio 2011

Che cosa abbiamo capito fin qui di Google+

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Nuova gestione delle reti di prossimità con i propri conoscenti e contatti e maggiore attenzione alla privacy. Uno sguardo approfondito al nuovo social network lanciato a Mountain Views la settimana scorsa

Da pochi giorni è attivo Google+ il nuovo social network di Google. Dopo i fallimenti di Google Buzz e Google Wave questo tentativo viene visto in Rete posizionarsi come antitesi a Facebook o superamento possibile di Twitter. Ma le cose mi sembrano essere più complesse di così. Inutile dire che il punto di vista che posso qui raccontare tiene conto delle poche giornate italiane dedicate ad aggregare amici (ma qui il concetto di friend non è centrale, come vedremo), a sperimentare la condivisione di contenuti e a osservare le prime riflessioni online. Immaginate quindi queste mie considerazioni come un primo tassello su una realtà che crescerà enormemente nei prossimi giorni dal punto di vista degli utenti e di ciò che produrranno all’interno e dal punto di vista dello sviluppo tecnologico che è in fieri. Ma alcune caratteristiche di fondo forse le possiamo osservare in relazione alle dinamiche socio-tecniche che costruiscono il modello Google+.

Cerchie sociali

Una prima distinzione da fare è che su Google+ non ci relazioniamo con i friend ma con cerchie sociali. La metafora di riferimento cambia rispetto, ad esempio a Facebook. Possiamo anche pensare che le “liste” di Facebook siano omologhe, ma lo scarso utilizzo da parte degli utenti e il fatto che non rappresentino il presupposto base su cui costruire la relazione mi fa pensare altrimenti. Google+ propone un modo di pensarci in modo connesso in Rete che esplicita più strettamente il rapporto che online esiste fra relazioni sociali e contenuti. Le cerchie base proposte (ma potete costruirne a volontà)  sono “Amici”, “Famiglia”, “Conoscenti”, “Persone che seguo”.  Apparentemente l’obiettivo è creare distinzioni di base del tipo pubblico/privato in relazione ai rapporti sociali che abbiamo offline e che impattano online (amici, famiglia ecc.). Ma la vera distinzione chiave è costituita dalla categoria “Persone che seguo” e sottolinea l’interesse che abbiamo per i contenuti prodotti in sé e per il fatto che tali contenuti creino per noi forme di relazione tra profili. Cerchie create come: “Guru”, “quelli che la pubblicità” eccetera lo testimoniano.

Questa caratteristiche nella socialsfera è un attributo sviluppato come pratica principalmente su FirendFeed, social network comprato da Facebook che ne ha vampirizzato il meglio (avete presente il bottone “like”, tanto per dirne una?) e lo ha congelato impedendogli di crescere. In pratica ci impone di pensare la distinzione fra pubblico e privato come una realtà sfumata che sintetizza rapporti sociali e interessi per i contenuti: non sono tutti friend indistintamente, ma parti delle nostre cerchie sociali più prossime o più allargate, concentriche o tangenziali (Geroge Simmel insegna). Dovremo abituarci a definire gli “altri online” come attribuzione di cerchia, considerando che alcune persone apparterranno a più cerchie. Un’operazione che risulta certamente non naturale nella nostra vita quotidiana dove i rapporti li viviamo e sperimentiamo ma non sempre li dobbiamo definire con questo livello di chiarezza organizzativa.

Un modello misto

Se vogliamo essere più precisi Google+ rappresenta un modello misto nella tipologia dei siti di social network. Ci sono siti come Facebook e LinkedIn che costruiscono la rete sulla connessione reciproca e altri, come Twitter, che sposano un modello in cui esiste una centralità del Follower, con orientamento, se volete, maggiore al contenuto informativo (posso seguire qualcuno anche senza essere suo amico). FriendFeed e Google+ utilizzano invece una modalità mista friend/follower. Google+ la risolve abilmente attraverso il concetto di cerchie e propone, quindi, un cambiamento di paradigma rispetto a come la maggioranza degli abitanti dei social network è abituato seguendo il modello Facebook. Ne conseguono alcuni principi che al momento mi sembrano essere tematizzati nelle diverse conversazioni su Google+.

  • Principio di non reciprocità. Il presupposto su cui si fonda Google+ è di creare significative sfumature nella dimensione pubblico/privato. Per questo motivo, la realtà delle cerchie sociali online permette livelli diversi di condivisione di contenuti. Ma garantisce anche la possibilità di distinguere nettamente la friendship dalla possibilità di seguire ciò che qualcuno che riteniamo interessante mette in pubblico. Non occorre essere friend di un guru della Rete per leggere quello che lui posta come contenuto pubblico. Né serve che qualcuno accetti una nostra amicizia per leggerlo: di lui vedremo tutto quello che condivide in pubblico.
  • Principio di selezione continua dei rapporti. Google+ sembra invitarci a esplorare cerchie/contenuti in modi diversi. Così, magari, se cominciamo a trovare interessanti i contenuti di qualcuno messo in una cerchia marginale che leggiamo poco possiamo spostarlo con un semplice passaggio di mouse. È in questo modo che esplicitiamo il rapporto fra contenuti e relazioni: ad esempio spostando qualcuno da un gruppo generico a un gruppo di affinità ed interesse.
Early adopter

Una seconda considerazione di ordine sempre generale ha a che fare con il fatto che Google + è in beta test, il che significa che al momento stanno partecipando al social network principalmente early adopetr dello stampo di guru della Rete, giornalisti, insider di diversa natura eccetera. Come sostiene Robert Scoble, sintetizzando con la frase «perché tua mamma non userà Google+»: «Google ha confermato stanotte di aver accettato solo persone con forti grafi sociali così da assicurarsi sia che ognuno abbia una buona prima esperienza sia per poter testare alcune tecnologie prima di aprirsi ad un audience allargata». Ci vorrà un po’, quindi, affinché le persone “normali” sentano parlare di Google+ dai propri amici. Ma non si tratta solo di un problema generico di conoscenza, che nelle prossime settimane porterà probabilmente Google+, se le cose andranno come devono, a entrare nell’agenda dei media e quindi in quella delle persone.

La vera differenza circa l’adozione lo farà l’effetto network, che, raccontato con le parole di Danah Boyd, afferma che: «esistono meccanismi che conducono gli early adopter su un determinato sito, ma il fattore cruciale nel determinare se una persona diventerà o meno un utente del sito stesso è se questo è il luogo dove i propri amici si incontrano […] Molti dei nuovi social media, infatti, sono come giardini chiusi che richiedono, per essere di una qualche utilità, di essere usati anche dai tuoi amici». Se dovessi pensare in termini di effetto network, mi sembra che al momento in Italia Google+ potrebbe desertificare FriendFeed. Non a caso alcuni hanno creato cerchie del tipo “friendfeeder”.

Integrazione

È evidente, poi, che al momento le possibilità gestionali e organizzative di Google+ rappresentano un’utilità forte per chi vive intensamente in rete. Sempre Scoble dice: «È per noi! Andiamo su, è per noi geek e early adopter e social media guru, noi che abbiamo bisogno di un luogo per parlare liberi dalla gente che pensa che Justin Bieber venga subito dopo Gesù». Ipotesi elitaria, ma precisa in questo momento di sperimentazione, soprattutto se pensiamo alle connessione con l’ambiente di BigG: Google Docs, Gmail, Gtalk eccetera. E in tal senso non sottovaluterei le sperimentazioni fatte e che si faranno su Google +, a partire da un possibile arrivo di Google Games e Google Questions e dalla vera novità che è rappresentata dalla possibilità di videoconferenza multipla, la funzione di Hanghouts, in italiano “videoritrovo” webcam live con una propria cerchia. Novità che non è tanto relativa alla possibilità, con caos annesso, di videoconferenza di gruppo, ma che ha a che fare con la tecnologia di supporto a un servizio di cloud computing:

The real kicker is the technology that powers the service. Even in its infancy, Hangouts is an interesting cloud service. But in the not-so-distant future, it could evolve into a standards-based video conferencing solution that runs natively in many browsers and on a whole range of devices.

Privacy

Un ultimo punto, ben affrontato da Ernesto Belisario, ha a che fare con la privacy: a differenza di Facebook, Google+ sembra aver impostato la costruzione del suo social network ex ante sul concetto di privacy e la collocazione nelle cerchie dei contatti rimandano strettamente ai contenuti che si vogliono mostrare. Ma la trasparenza, come nota Belisario, non è ancora ai livelli più alti, il che significa che, ancora una volta, la responsabilità è sulle spalle di noi utenti che dobbiamo affrontare il social network senza dare per scontato quello che facciamo, ma facendoci domande e leggendo suggerimenti su come gestire profili e contenuti. In definitiva ci troviamo di fronte ad un ambiente capace di assorbire la totalità di esperienze gestionali, informative e relazionali. Molti bug potranno essere sanati, il resto potrà farlo il comportamento degli utenti e le loro segnalazioni, lamentele e richieste. Lo scoglio rispetto all’adozione è al momento rappresentato dalle domande «perché dovrei faticare a ricostruire la mia rete di contatti di Facebook lì dentro?», «perché dovrei buttare i contenuti prodotti fino adesso?», «perché devo ripartire da capo?». A questi quesiti non c’è risposta razionale: solo l’effetto network può rispondere, così come ha fatto per Friendster e MySpace.

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