Dopo un lungo e interessante dibattito avvenuto nell’apposita mailing list della Open Source Initiative (Osi), Creative Commons ha preferito ritirare il tool chiamato CC0 (CC Zero) dalla procedura di approvazione prevista per entrare nel novero delle licenze approvate da Osi. Qual è il problema? I brevetti, ancora loro.
Facciamo un passo indietro per chi sia digiuno di questi meccanismi. Con un messaggio spedito il 17 febbraio scorso alla lista License Review di Osi, Christopher Allan Webber (membro dello staff tecnologico di Creative Commons) si è preso la briga di proporre formalmente CC0 per l’inserimento nella lista delle licenze Osi, affinché possa diventare uno strumento di rilascio di software in pubblico dominio.
CC0 sta avendo un notevole successo, specie nel settore della Public Sector Information, perché permette di rilasciare i dati in un regime il più libero possibile, senza problemi di compatibilità tra licenze e di gestione del copyright. Infatti, come alcuni sapranno già, non si tratta di una vera e propria licenza ma piuttosto di un waiver: una sorta di dichiarazione pubblica con cui si rinuncia all’esercizio dei diritti d’autore. Il suo inserimento nella lista Osi ne promuoverebbe l’uso su scala globale anche nel campo del software, per tutti quegli enti, aziende o singoli sviluppatori che preferiscono rilasciare software in pubblico dominio e non in modalità copyleft.
Ma durante la discussione è emerso un problema non irrilevante. Il testo del waiver, così com’è ora, non prende in considerazione i brevetti, bensì solo i diritti d’autore e connessi. E questo è pericoloso se si vuole sdoganare lo strumento nel mondo informatico, né può risultare coerente con le policy di Osi. Il processo si è quindi – per così dire – congelato in attesa di una seconda versione di CC0, che però – per stessa affermazione di Webber – non vedrà la luce prima del 2013.
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