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Causa persa per i cybersquatter?

03 Giugno 1999

Causa persa per i cybersquatter?

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È arrivata in aula la prima denuncia legale contro i cosiddetti “cybersquatter”, coloro che registrano siti Web contenenti i nomi di note società, o loro somiglianze e storpiature. Ciò sia per farne parodie sia, più comunemente, per attirarvi qualche navigatore sprovveduto e sfruttare così l’onda lunga dell’e-commerce.

Una corte federale della Virginia sta discutendo l’esposto della Porsche nord americana contro 138 URL che ne hanno utilizzato illegalmente il nome e relative variazioni (tipo “porsch”). Altra novità assoluta: la strategia scelta dai legali della famosa casa automobilistica è quella di citare in giudizio i domini registrati, non i proprietari degli stessi, veri o prestanome che fossero. Grazie a tale tattica (definita “in rem”) si è così aggirato lo stallo maggiore finora incontrato dalle grosse aziende in questo tipo di cause giudiziarie: dover reperire fisicamente i singoli registranti per notificare loro la denuncia in corso. Molti di loro, infatti, danno nomi e indirizzi falsi, oppure vivono in luoghi quali Iran o Libia.

L’iniziativa legale ha fatto già desistere circa la metà dei 138 siti sotto accusa, tra i quali non rientrano comunque quelli che offrono vario materiale e informazioni relative alle autovetture Porsche, oltre a quanti ne utilizzano legalmente il nome. Obiettivo finale è ottenere una sentenza che funga da precedente, così da vietare di fatto ai “cybersquatter” le registrazioni abusive o improprie.

Un obiettivo che interessa moltissime società, non soltanto in Nord America (da Chanel a Nissan, da Playboy e Microsoft), finora restie a intraprendere decise azioni legali per gli alti costi e le impraticabilità logistiche. Fino ad oggi, anzi, la norma è stata piuttosto l’accordo amichevole o l’acquisto del sito “fuorviante” (non di rado tali siti offrono materiale pornografico). La mossa della Porsche ha spinto Pacific Bell a presentare similare denuncia “in rem”, mentre altre grosse corporation si apprestano a farlo.

Ma c’è un rischio: “gettando una grande rete per catturare i tonni, si finisce con il catturare anche dei delfini,” nelle parole del difensore di un utente inglese che possiede due indirizzi Porsche privi del corrispondente sito Web. Oppure si pescano persino dei rivenditori della stessa Porsche in California e Florida, come hanno ammesso gli stessi legali dell’azienda prima di depennarli dall’elenco dei denunciati. Per non parlare di una certa intimidazione alle critiche dei consumatori online. Un tema bollente, quello intorno ai “cybersquatter”, ancor più nel momento della deregulation sulle società che gestiscono la registrazione dei nomi di dominio, appena allargata dall’ente preposto, ICANN, a 43 entità di vari Paesi.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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