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California, quantificato il prezzo del monopolio Microsoft

14 Gennaio 2003

California, quantificato il prezzo del monopolio Microsoft

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Microsoft offre di pagare una mega-ammenda per chiudere uno dei tanti processi che la vedono imputata e non dover ammettere che chiunque abbia acquistato Windows o Office negli ultimi sei anni ha pagato più del dovuto, grazie alla posizione monopolistica di Microsoft, e ha diritto a un rimborso. Ma solo se abita in California. E gli altri?

Due articoli consecutivi su Microsoft potranno sembrarvi i primi sintomi di una mia incipiente ossessione, ma non è colpa mia se la società di Redmond ha l’importanza che ha e per questo fa capolino spesso tra le notizie salienti della settimana. E poi non le ho chiesto io di pagare duemila miliardi delle vecchie lire per evitare un processo in tribunale.

I consumatori californiani infatti intentarono nel 1999 un processo contro Microsoft, accusandola di aver approfittato della propria posizione di monopolio per alzare i prezzi dei propri prodotti (in particolare Windows e Office) più di quanto avrebbe potuto in un mercato aperto alla concorrenza.

Il processo sarebbe dovuto iniziare a febbraio di quest’anno, ma Microsoft ha preferito non discutere l’accusa e risolvere la disputa concordando di versare ai consumatori l’equivalente di 1,1 miliardi di dollari sotto forma di buoni per l’acquisto di computer e software di qualsiasi produttore, a patto di non dover ammettere di aver commesso scorrettezze.

In sostanza, chiunque in California abbia acquistato Windows, Excel, Word, Works o Office fra febbraio 1995 e dicembre 2001 ha diritto a un rimborso: ventinove dollari per Office, ventisei per Excel, sedici per Windows e cinque per Word e Works.

Non sono grandi cifre se considerate singolarmente, ma siccome l’80% delle licenze Microsoft californiane è stato venduto ad aziende che hanno un ragguardevole numero di PC, i rimborsi spettanti alle singole società possono totalizzare cifre decisamente rispettabili, e comunque assommano appunto a quei duemila miliardi di lire sopra citati.

Sognando California

La notizia lascia un certo amaro in bocca, innanzi tutto perché dimostra concretamente (e in un certo senso quantifica) ciò che si è sempre teorizzato: ossia che in un regime di monopolio, il monopolista può imporre i prezzi che preferisce e spennare il consumatore con guadagni nettamente superiori a quelli che potrebbe conseguire in presenza di concorrenti.

A parte l’esempio corrente, gli atti del più famoso processo antitrust contro Microsoft recentemente conclusosi rivelano che una ricerca di mercato commissionata dalla stessa società suggerì di far pagare 49 dollari per gli upgrade di Windows 98, ma che Microsoft decise di metterli in vendita a 89 e di aumentare il prezzo di Windows 95 all’uscita di Windows 98, sapendo che i consumatori avrebbero comunque pagato quanto richiesto perché sostanzialmente non avevano scelta.

L’amarezza nasce anche dalla logica considerazione che presumibilmente gli stessi prezzi gonfiati sono stati applicati nel resto del mondo, Italia compresa, ma di rimborsi non si parla proprio, a meno che Bill Gates non voglia fare una lieta sorpresa durante la sua imminente visita al Senato italiano. Le leggi di tutela del consumatore che ci sono in California ce le possiamo soltanto sognare.

C’è anche un terzo motivo di perplessità. Duemila miliardi di lire sono una cifra immensa per un’azienda normale (farebbero miracoli per il caso Fiat, per esempio), ma per Microsoft sono una goccia nell’oceano, dato che a novembre 2002 aveva circa 80 mila miliardi di lire in riserve in contanti: una cifra talmente spropositata che gli azionisti reclamano la sua spartizione come dividendo, ritenendo inammissibile la giustificazione di Microsoft che quella montagna di denaro liquido va tenuta per le emergenze.

In altre parole, ciò che per un’azienda normale sarebbe una mazzata per Microsoft è un trascurabile fastidio. Fastidio che fra l’altro, spulciando i dettagli dell’accordo provvisorio, si riduce non poco: Microsoft pagherà il miliardo di dollari nell’arco di cinque anni, nonostante ne guadagni altrettanti ogni mese. E lo pagherà realmente soltanto se ogni singolo consumatore californiano rivendica il proprio rimborso, cosa poco probabile: diversamente, un terzo della cifra non rimborsata resterà a Microsoft e gli altri due terzi andranno alle scuole californiane sotto forma di sussidi e donazioni di software. Software Microsoft, s’intende.

Dato che fabbricare il supporto fisico (CD, scatola e manuali) del software ha un costo modestissimo e ben diverso dal prezzo a cui viene venduto, sarà interessante vedere come Microsoft quantificherà il valore di quelle donazioni del proprio software. Se dovesse adottare il criterio del prezzo di mercato, l’onere effettivo del risarcimento diventerebbe insignificante.

Lo sconto di pena complessivo, insomma, è rilevante: nel caso migliore (per Microsoft), la società di Redmond potrebbe cavarsela con 367 milioni di dollari, ossia l’equivalente di dieci giorni di incassi. Altro che risarcimento esemplare. Non stupisce che il comunicato stampa di Microsoft sia pieno di gioia per questo “accordo… innovativo” che offre a Microsoft “l’occasione di aiutare migliaia di scuole in tutta la California a procurarsi i computer e il software di cui hanno bisogno”. Un’interpretazione piuttosto originale, dato che i soldi del risarcimento provengono appunto dalle tasche dei consumatori californiani i cui figli presumibilmente frequentano quelle stesse scuole.

Vendita delle indulgenze

L’ “accordo innovativo”, se approvato, ripete uno schema già visto, per il quale i giudici statunitensi sembrano avere una spiccata preferenza: anziché condannare la società dopo averla riconosciuta colpevole, fanno in modo che paghi una mega-multa prima di arrivare al processo vero e proprio, rimpinguando così le casse dello stato, evitando processi interminabili e offrendo in cambio l’assoluzione e persino l’occasione di fare bella figura aiutando i poverelli. Purtroppo questo metodo comporta anche la possibilità di rifarsi una verginità e ripetere impunemente il misfatto. Basta avere i soldi per pagare.

Per carità, in un clima giudiziario di questo genere, Microsoft fa benissimo ad adottare la sua attuale strategia, dato che ottimizza i profitti che sono la ragion d’essere di ogni impresa commerciale. Sembra invece che chi è preposto a vigilare sulle conseguenze sociali di queste strategie si sia addormentato al volante senza pensare alle conseguenze a lungo termine di questo sonno della ragione, proprio come ai tempi della vendita delle indulgenze. Chissà se il nostro Mario “Martin Lutero” Monti riuscirà a far meglio dei suoi colleghi d’oltreoceano e appendere le sue novelle novantacinque tesi antitrust alla porta della Cattedrale dell’UE?

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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