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Bush finanzia Bin Laden? Gli scherzi della tecnologia

28 Novembre 2001

Bush finanzia Bin Laden? Gli scherzi della tecnologia

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Esistono vari modi di investigazione. Più è complesso il quadro, più è complicato riuscire a scoprire lo schema criminale. Lo abbiamo imparato durante il processo sulle tangenti Enimont, dove un “informatizzato” Di Pietro illustrava lo schema dei finanziamenti con l’uso di computer.

Si tratta, in pratica, di un metodo di investigazione per immagine: si costruisce un’immagine dei fatti, dei personaggi implicati e dei vari collegamenti in modo da costruire un quadro completo.

Questo sistema, perfezionato, è stato presentato giorni fa al Milipol, il salone mondiale della sicurezza di stato che si tiene a Bourget, vicino a Parigi.

In un periodo come questo, in cui si vuole tracciare la fitta rete di collegamenti tra gli attentati al World Trade Center, Bin Laden, la sua organizzazione Al Qaeda e i finanziamenti, un software come questo fa comodo.

Una settimana dopo gli attentati di New York e Washington, Intelligence Online, una rivista del settore aveva pubblicato un rapporto segreto sulle organizzazioni finanziarie, commerciali e umanitarie legate a Bin Laden e alla sua famiglia.

Utilizzando questo rapporto, Patrice Cayrol a capo di Intelligence par l’image, una azienda che usa il sistema di investigazione per immagine, aveva costruito lo schema della rete del capo di Al Qaeda per illustrare le possibilità del software che in Francia viene commercializzato, non senza pretese, con il nome di CIA (Centrale d’information et d’analyse).

Uno schema che ha riservato non poche sorprese. Due in particolare: alla periferia dello schema costruito dal software appaiono i nomi di Ronald Regan e George W. Bush.
Com’è possibile che il nome del paladino di “Enduring Freedom” compaia nello schema dei collaterali a Bin Laden?

Presto detto. Un software non ha, come dire, sensibilità politica e ha inserito nello schema molti membri dell’entourage dei due presidenti, che sono a capo del Carlyle Group, un fondo d’investimento legato a personalità mediorientali.

Patrice Cayrol si giustifica dicendo che “troppa informazione uccide l’informazione”.

La tecnologia, da sola però, non è sufficiente, come avvertono gli specialisti che partecipano al salone. Gli attentati dell’11 settembre hanno insegnato che queste tecnologie sono di nessuna utilità, senza il lavoro tradizionale di reperimento delle informazioni e di analisi.

In questo salone mondiale, poi, aperto solo ai componenti dei servizi di polizia, dell’esercito e di altre forze paramilitari, i prodotti in mostra non sono proprio quelli che si usano effettivamente.

Soprattutto nel campo della raccolta informazioni: non c’è quasi nulla che si possa vedere e tutto quello che è illegale (e largamente utilizzato) non c’è.
Ad esempio spiccano per l’assenza, malgrado tutto il mondo ne parli, i sistemi di intercettazione della posta elettronica, sul modello del sistema Carnivore utilizzato dall’FBI o gli “sniffers” che propriamente installati memorizzano tutto quello che viene battuto sulla tastiera prima che venga inviato attraverso Internet ad un indirizzo profittando della connessione alla rete.

Tuttavia, ci pensa un colonnello dal nome da operetta, Jean-Pierre Zonzon con 25 anni di esperienza alle spalle e a capo dell’Istituto europeo delle scienze avanzate della sicurezza, a calmare l’entusiasmo.

Secondo lui “persuasi di detenere la verità, gli americani hanno trascurato l’aspetto umano delle informazioni. La tecnologia non serve a nulla se l’avversario usa metodi del passato”.

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