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Brevetto BT sui link? Mi piace

12 Febbraio 2002

Brevetto BT sui link? Mi piace

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S'è levato un gran polverone a proposito del tentativo di British Telecom di utilizzare un suo vecchio brevetto (US4.873.662) per rivendicare la paternità dell'invenzione dei link che collegano le pagine della Rete e quindi chiedere royalty ai provider Internet statunitensi. Molti hanno pensato che questo brevetto sia la fine del Web.

So di attirarmi un bel po’ di proteste, ma lo dico lo stesso: il brevetto BT mi piace, perché farà del bene alla Rete. Prima che mi prendiate per pazzo, permettetemi una spiegazione un pochino tecnica. Non sono un consulente in proprietà industriale, ma per lavoro ho una certa dimestichezza con il settore, per cui ho la presunzione di parlare con un minimo di cognizione di causa.

Capre, cavoli e cavilli

L’essenza di un brevetto è il contenuto delle cosiddette “rivendicazioni”: una definizione specifica del metodo o del dispositivo che si desidera tutelare. Il resto del testo è puramente esplicativo e non è assolutamente vincolante. Quindi per sapere se il brevetto BT copre davvero i link, dobbiamo guardare soltanto le rivendicazioni, e in particolare la prima, dalla quale dipendono tutte le altre.

Vi risparmio l’inglese iperburocratico del brevetto, ma il sunto di questa prima rivendicazione è che BT descrive un “blocco di informazioni” che comprende due parti: una prima parte che contiene le informazioni da visualizzare e una seconda parte che contiene informazioni da non visualizzare. Le informazioni da non visualizzare includono l’indirizzo di altri blocchi di informazioni.

Se per “blocco di informazioni” si intende “file”, allora in effetti questo brevetto descrive inequivocabilmente una pagina Web: la “prima parte” è il testo visibile della pagina e la “seconda parte” è il link (un’istruzione non visibile) ad un’altra pagina. Tutto questo BT lo descriveva nel 1980, ben prima che Tim Berners-Lee inventasse il Web (1989). Quindi il brevetto è pertinente. Ahi ahi, Internet è spacciata, pagheremo tutti l’obolo alla Telecom inglese.

O forse no. Infatti nel brevetto c’è un’importante precisazione che la maggior parte dei commentatori ha ignorato nel panico: quel “da non visualizzare” (information not for display, nell’originale). È qui che casca l’asino. In pratica, il brevetto copre una pagina Web soltanto se il link è realizzato con informazioni non visibili. Se le informazioni del link sono visibili, il brevetto è allegramente aggirato e BT se ne va a casa con la coda tra le gambe.

Faccio un esempio pratico per chiarire il concetto. Se creo un link del tipo “Visitate Apogeonline”, in cui cliccando sulla parola Apogeonline si viene trasferiti al sito di Apogeonline, sto violando il brevetto BT, perché sto usando informazioni non visibili (l’HTML Visitate Apogeonline) per associare la parola Apogeonline al sito in questione. Ma se scrivo “Visitate Apogeonline (https://www.apogeonline.com)” non sto usando informazioni non visibili e quindi non sto violando il brevetto.

Questo significa che se un browser è semplicemente in grado di riconoscere le stringhe che iniziano con http://, https:// e simili presenti in un testo e le interpreta come link, il browser elude disinvoltamente il brevetto BT e salva capra e cavoli (o meglio, Web e link).

Programmi con questa funzionalità non sono fantascienza. Il mio buon vecchio Eudora Light 3.0.6, classe 1997, l’ha già. Quando un e-mail di testo semplice contiene una stringa che inizia con http:// e varianti sul tema, Eudora la interpreta come link, e se vi clicco sopra apre la pagina Web corrispondente nel mio browser. E lo fanno anche StarOffice e Word, ad esempio. Credo quindi che per Microsoft, Netscape, Opera e gli altri produttori di browser introdurre una modifica del genere sia assolutamente banale. Con qualche affinamento, questa tecnica si può estendere anche ai link interni a una medesima pagina o a un medesimo sito.

Lezioni da imparare

Insomma, anche ammesso che BT riesca a farsi riconoscere l’applicabilità del brevetto al Web, non c’è pericolo di paralisi della Rete. Le Cassandre di Internet si tranquillizzino. Ormai è tradizione che quando un colosso aziendale si sveglia dal proprio torpore e pretende royalty per qualche oscuro brevetto riesumato dal dimenticatoio, la Rete reagisce semplicemente adottando tecnologie che eludono il brevetto.

Per esempio, qualcuno ricorderà che nel dicembre del 1994 la Unisys tentò di chiedere royalty per l’algoritmo di compressione usato nelle immagini in formato GIF sulla base del brevetto US4558302, e tuttora pretende che ogni utente si procuri una licenza per leggere o scrivere questo tipo di immagini. Alcuni grandi gruppi (Microsoft compresa) hanno pagato la licenza, ma la maggior parte degli utenti ha semplicemente smesso di usare il formato GIF.

Un altro esempio più recente: a settembre del 1998, Fraunhofer e Thomson iniziarono a pretendere royalty sull’algoritmo alla base del formato audio MP3. Per tutta risposta sono nati i formati Ogg Vorbis, esente da royalty, e WMA di Microsoft. Il formato MP3 è ancora largamente diffuso perché finora la richiesta di royalty è stata limitata agli sviluppatori: quelli grandi hanno pagato, quelli piccoli (gli autori di shareware e freeware) hanno mollato il formato. Ora che la richiesta si estende anche a chi fa streaming (radio via Internet), è solo questione di tempo prima che venga soppiantato.

Per cui BT si accomodi e faccia pure causa: la Rete troverà altre strade.

Benefici per la Rete?

Una vittoria di BT avrebbe comunque delle conseguenze molto interessanti sulla parte commerciale di Internet, che dovrebbe decidere se pagare le royalty o (orrore!) abolire i banner pubblicitari. Infatti il brevetto BT copre proprio i link che consentono di inserire immagini in una pagina Web e quindi copre i banner.

Questo potrebbe portare a una Rete in cui i siti commerciali rimuovono tutte quelle dannate immagini pubblicitarie che appesantiscono la navigazione, magari sostituendole con qualcosa di più creativo (banner di testo? Ascii art?), oppure pagano BT pur di tenersi i banner grafici. Per contro, pagare royalty sui banner potrebbe strangolare molti siti utili che sopravvivono grazie alla sponsorizzazione pubblicitaria.

La parte non commerciale della Rete, invece, quella ruspante, gestita in proprio dagli utenti, non sarebbe soggetta a queste limitazioni. BT ha infatti già ammesso che non è pensabile rincorrere milioni di utenti per riscuotere royalty da chiunque abbia pagine Web con link non espliciti. Questo potrebbe produrre una rinascita della Rete “fai-da-te”, quella delle origini, di cui tanti lamentano la scomparsa sotto lo schiacciasassi della commercializzazione.

E se invece BT perdesse? Anche in questo caso, Internet ne beneficerebbe. “Lo sviluppo del Web è seriamente minacciato dai brevetti banali”, ha commentato Berners-Lee (pur senza riferirsi specificamente al brevetto BT). Probabilmente una sconfitta di British Telecom farebbe capire (finalmente) alle grandi aziende che rivendicare diritti presunti o reali sulle tecnologie informatiche di base è futile e costoso. E la Rete potrebbe evolversi senza l’angoscia di incappare in liti milionarie.

Insomma, il brevetto BT mi piace. Adesso, se volete, potete anche darmi del pazzo.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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