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Boo.com chiude: l’e-commerce è già in crisi

22 Maggio 2000

Boo.com chiude: l’e-commerce è già in crisi

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Mentre gli analisti prevedono una crisi dei siti di commercio elettronico per i prossimi anni, le prime teste cominciano a cadere

Le principali società di ricerche di mercato paiono non avere dubbi: la maggior parte degli attuali siti di commercio elettronico è destinata a fallire nei prossimi anni. L’argomento è caldo e se ne stanno occupando tutti: analisti, giornalisti, aziende informatiche di vario genere e consulenti. Ce ne siamo ovviamente occupati anche su Apogeonline con numerosi articoli e commenti.

In molti ci siamo chiesti, però, se si tratti, anche questa volta, di previsioni azzardate che, pur di segno opposto a quelle smodatamente ottimistiche fatte finora, finiscono con l’essere delle “eiaculazioni precoci del pensiero”. Per capire cosa intendiamo, pensate alla grande bufala del Push, dato per vincente da tutti (ma veramente tutti) gli analisti due anni fa. In quel lontano 1998 l’autorevole rivista “Wired” aveva addirittura consigliato di dire addio al proprio browser e Jess Berst aveva pubblicato un memorabile editoriale dal titolo “Il giorno in cui è morto il browser”. Come tutti sanno, le cose sono andate in modo diametralmente opposto.

La crisi dei siti di commercio elettronico prevista da Gartner Group o Forrester Research si rivelerà l’ennesima bufala? Potete scommettere di No. La crisi non solo ci sarà, ma è già sotto i nostri occhi. E se la chiusura del sito di e-commerce della Levi’s a fine ’99 poteva essere interpretata in vario modo, quella di “Boo.com”, annunciata la scorsa settimana, suona come una drammatica conferma delle più nere previsioni.

“Boo.com”, infatti, non è un sito promosso da un’azienda della cosiddetta old economy, poco avvezza alla Rete come Levi’s, ma una start-up, cioè una società nata appositamente per la Rete. Specializzata nella vendita di abbigliamento di tendenza e basata a Londra e con sedi a New York, Stoccolma, Monaco, Parigi e Amsterdam, è stata messa in liquidazione, lasciando senza lavoro 300 persone. A inizio maggio alcuni dei principali azionisti, tra i quali Goldman Sachs, JP Morgan e Benetton, avevano manifestato l’intenzione di cedere le loro quote e mercoledì scorso all’idea hanno fatto seguire l’azione.

In un comunicato, i due fondatori svedesi della società, si sono dichiarati “profondamente delusi” di non aver ottenuto i finanziamenti supplementari che avevano chiesto (30 milioni di dollari). “Boo.com”, al momento del lancio, 18 mesi fa, aveva potuto usufruire di una campagna promozionale dal budget miliardario. In perfetto stile start-up il budget pubblicitario era una delle voci più consistenti. Gli effetti non erano mancati e il valore della società era salito fino a 400 milioni di dollari.

Mentre scriviamo non sappiamo quale sarà il destino finale di “Boo.com”. Certamente le 300 persone che vi lavorano non passeranno nelle prossime settimane dei bei momenti, e senza ombra di dubbio questo fallimento non aumenterà la fiducia degli investitori e dei mercati nei confronti della nuova economia.

La crisi che sta attraversando la new economy è in realtà un problema a doppia faccia: da una parte rende meno facili le cose a chi è in cerca di finanziamenti e pensa di ottenerli quotandosi rapidamente in Borsa, dall’altra riporta tutti con i piedi per terra, ricordando che anche l’e-business, in fondo, non è nient’altro che business. Che ci siano di mezzo dei computer è una questione accessoria.

Ma i momenti di crisi hanno anche un altro aspetto positivo: servono per imparare qualcosa. Per esempio i più arditi imprenditori online possono fare tesoro di queste parole di Charles R. Schwab, fondatore e Ceo di The Charles Schwab Corporation, azienda leader nel trading online: “Mi chiedono spesso come Internet ha cambiato la nostra attività. La risposta, che può sorprendere, è che non l’ha cambiata assolutamente. Piuttosto che modificare realmente le nostre attività, Internet ha migliorato il nostro modo di dirigere l’azienda”.

In parole povere The Charles Schwab Corporation ha dato la possibilità ai privati di effettuare transazioni finanziarie – comprare e vendere azioni in Borsa – in modo semplice e veloce. Ha offerto ai consumatori qualcosa che le vecchie banche e i brocker di Wall Street non avevano mai offerto. L’ha fatto utilizzando Internet. Se avesse potuto farlo con un altro mezzo avrebbe avuto ugualmente successo. Quello che i clienti di Charles Schwab vogliono non è giocare con un computer, ma comprare e vendere azioni in modo semplice e veloce per guadagnare dei soldi. Quanti siti di commercio elettronico offrono un REALE vantaggio al consumatore?

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