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Biometria: istruzioni per l’uso – (prima parte)

02 Dicembre 2002

Biometria: istruzioni per l’uso – (prima parte)

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Se a tutti è prima o poi capitato di dimenticarsi le chiavi di casa, o la password del computer, o il codice del bancomat, a nessuno può accadere di "dimenticarsi" un dito o un occhio

Dunque, perché non usare le impronte digitali o l’iride per aprire le porte o accedere ai propri riservati servizi telematici? Con questa logica si sta affermando, nel settore della sicurezza, una nuova disciplina chiamata “biometria”. A metà strada fra la scienza pura e la tecnologia applicata la biometria si occupa di capire come alcune caratteristiche del corpo umano uniche per ciascun individuo possano essere utilizzati come strumento di riconoscimento personale.

La natura, infatti, ha fatto un lavoro straordinario: ci ha creato tutti uguali e, contemporaneamente, tutti diversi. Tutti noi abbiamo la stessa struttura (occhi, braccia, cuore, gambe, peli…), ma il viso, la voce, gli atteggiamenti, le impronte digitali e della mano, la calligrafia, il disegno dell’iride… sono elementi di unicità che sono riscontrabili in nessuno dei nostri simili. Da una decina d’anni, grazie alla disponibilità di computer sempre più veloci e potenti nell’elaborare i dati, alcune caratteristiche del corpo possono essere rilevate, classificate e usate come mezzo di riconoscimento.

La biometria, dunque, in primo luogo, esamina tutti questi dati fisionomici (legati alle caratteristiche anatomiche e di comportamento di un individuo) andando a evidenziare quelle particolarità, spesso minuscole, che ci rendono unici al mondo; quindi stimola la tecnologia a creare strumenti appropriati per far diventare tali peculiarità la “chiave” necessaria e indispensabile per aprire una porta, avviare la propria automobile, accedere a un computer, utilizzare i servizi del bancomat o di altre reti telematiche.

Storicamente la biometria trova spunto dallo studio delle impronte digitali ai fini del riconoscimento delle persone, ma è con l’avvento dell’elettronica e, soprattutto, con l’esigenza di nuovi strumenti a servizio della sicurezza “esplosa” dopo l’attentato alle Torri gemelle che queste tecnologie sono venute alla ribalta.

In quest’ottica un dito della nostra mano potrà diventare una “chiave di sicurezza” assolutamente a “prova di falsario”. Anziché imparare a memoria sempre nuovi codici (il Pin del bancomat o del telefonino, la password del computer, il codice di accesso necessario per superare la barriera di sicurezza di certi uffici o centri di ricerca… sequenze alfanumeriche che possono sempre essere estorte, spiate o decifrate) basta dotarsi di un piccolo e semplice apparecchio che legga le impronte digitali (un mini-scanner che costa poche decina di euro) per controllare i dipendenti di un aeroporto che devono poter accedere in certe zone vietate al pubblico o i ricercatori di una industria farmaceutica che lavorano su segreti ancora da brevettare.

Allo stesso modo il mini-scanner utilizzato per rilevare l’impronta di un dito può essere montato su uno sportello bancomat, sulla tastiera del telefonino, sulla maniglia della porta di sicurezza, sulla tastiera di un computer o direttamente sul mouse in modo che solo chi è autorizzato possa prelevare del contante, accendere un calcolatore, entrare in una stanza, aprire una cassaforte, avviare una automobile di lusso….

Come avviene il riconoscimento di un’impronta digitale? Osservando la pelle delle nostre dita, della mano, ma anche dei piedi, con una normale lente di ingrandimento noteremo che essa è attraversata da decine e decine di minuscole linee (formate da papille, cioè puntini, tutte in fila indiana) che attraversano il palmo formando anse e archi o che si acciambellano su se stessi creando dei vortici. L’impronta di un dito comprende fino a 100 linee (dette minutiae) che hanno la caratteristica di essere assolutamente uniche e che i tecnici chiamano “dermatoglifo”, ovvero “firma della pelle”. Neanche due gemelli monozigoti (cioè i gemelli identici fra loro) hanno impronte digitali uguali. Inoltre le impronte rimangono invariate per tutta la vita. In un certo modo le impronte digitali sono l’espressione “esteriore” del nostro Dna, anche se ancora non sappiamo quali sono i geni che “stabiliscono” la diversità delle minutiae da individuo a individuo.

I primi ad accorgersi di tutto questo furono i medici del Settecento che diedero il via ai primi studi scientifici sull’anatomia umana, ma fu l’inglese Francis Galton, nel 1892, a ipotizzare che le impronte digitali potessero essere riconosciute registrate e usate come mezzo di riconoscimento di una persona. Dieci anni dopo l’ungherese Juan Vucetich elaborò un primo metodo di classificazione finalizzata al riconoscimento dei criminali, che suscitava, però forti perplessità in quanto le impronte “prelevate” sugli oggetti toccati dal presunto colpevole erano raccolte spesso in modo imperfetto. É vero che bastano anche una dozzina di minutiae per riconoscere senza ombra di dubbio il dermatoglifo di una persona, ma lo “stampo” che le dita lasciano su ogni superficie liscia, non porosa e abbastanza rigida che incontrano (ovvero il vetro, il metallo, il legno, la plastica… ma difficilmente la carta, la stoffa di un vestito, la pelle di una persona con cui si è lottato…) deve essere impresso in modo sufficientemente nitido e raccolto in modo corretto.

A tutto queste difficoltà trovò soluzione un italiano, il piemontese Giovanni Gasti (era nato a Castellazzo Bormida, in provincia di Alessandria), che era un esperto della Scuola italiana di polizia scientifica, fondata nel 1902. Nel 1907 Gasti riprese il metodo “ungherese” per il riconoscimento delle impronte digitali e lo perfezionò in modo da renderlo uno strumento affidabile per le investigazioni e inattaccabile in tribunale. Tant’è che il metodo Gasti è quello tutt’ora usato dalle principali polizie del mondo.

Ovviamente oggi le impronte non sono più confrontate a “occhio”. Ci sono computer e software appositi capaci di verificare se l’impronta raccolta sul luogo di un delitto esiste già negli archivi della polizia. In venti minuti il cervellone della polizia (tramite il sistema Afis, Autentic fingerprints identification system) può fornire un primo responso e indicare quali sono le persone le cui impronte sono ad “alta compatibilità” con quelle raccolte (cioè impronte simili al 95%). Mentre per l’identificazione definitiva ci vogliono dalle 2 alle 12 ore, dipende dalla “qualità” e dal numero delle tracce lasciate. Un’impronta si può cancellare usando un fazzoletto o un panno umido, ma quando si ha fretta può sfuggire qualcosa e, in certi casi, anche da una impronta parziale, un “angolino” con poche minutiae, si può risalire al colpevole.

Oggi le impronte digitali stanno per uscire dagli archivi della polizia. Per entrare, in primo luogo, in quelli dell’anagrafe. Man mano che le attuali carte di identità “di carta” verranno rinnovate, tutti i cittadini italiani riceveranno una carta d’identità elettronica, in plastica, esteriormente simile a un bancomat, che conterrà anche le nostre impronte digitali. Il funzionario dell’anagrafe ci chiederà di appoggiare le dita della mano su un vetro, al di sotto del quale un piccolo scanner memorizzerà il nostro dermatoglifo che verrà poi trasferito sulla carta d’identità.

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