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Bill Joy, la mente dietro Java e Jini

03 Giugno 1999

Bill Joy, la mente dietro Java e Jini

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Bill Joy, co-fondatore della Sun Microsystems con Scott McNealy, direttore della ricerca e vicepresidente, è la vera mente scientifica della società. È convinto che l'era del PC sia finita. Nostra intervista esclusiva.

È stato l’ispiratore di Java e ora ha creato Jini. Nella Silicon Valley lo considerano un padre del ‘network computing’, ma lui ha lasciato la California per ritirarsi sui monti del Colorado. Vive ad Aspen, dove ha fondato il suo “Smallworks lab”. Bill Joy, co-fondatore della Sun Microsystems, con Scott McNealy, direttore della ricerca e vicepresidente, è la vera mente scientifica della società. Fin dagli inizi, quando già era noto all’Università di Berkeley come uno dei principali progettisti del sistema operativo Unix. Ora è convinto che l’era del PC sia finita. Ecco la sua visione di ciò che verrà dopo.

È vero che l’idea di creare Jini le è venuta già nel ’94? Può indicarci quale percorso ha seguito?

“Ho iniziato vent’anni fa a pensare allo sviluppo di nuovo software che consentisse ai data base, alle applicazioni aziendali e ai servizi di girare in rete. E quindi alla transizione dall’ambiente basato sul disco rigido dei singoli computer a un nuovo modo di far dialogare le macchine tra loro e condividere le applicazioni. Credevo infatti a un modello ‘distribuito’.

Ora, quello del software on line è diventato un grande fenomeno. E l’aspetto chiave per noi è rappresentato da Java. Perché consente di spostare il software dovunque, in modo flessibile e sicuro. Java gira dappertutto, da una carta con chip a un grande sistema. Da Java deriva Jini, nuova piattaforma per qualunque ambiente di rete, dove possono esserci grandi o piccoli sistemi, anche una miriade di oggetti tecnologici, che si stanno diffondendo ormai più dei PC (agende elettroniche, personal digital assistant, telefoni cellulari). Basta un piccolo browser perché questi oggetti portatili siano connessi.

Il trend attuale è verso la miniaturizzazione, ci aspettiamo un grande numero di apparecchi incorporati dovunque: più semplici da usare e con la capacità di comunicare e agire collettivamente in rete. Jini è il software che crea un ambiente in cui l’attenzione è focalizzata su come questi oggetti possono lavorare insieme e creare nuovi servizi. Con Jini infatti si possono scambiare non solo informazioni, ma anche codici di istruzione. Gli oggetti connessi diventano operativi attraverso la rete. Ognuno ha un ruolo da svolgere, un indirizzo proprio, e capacità di comunicare”.

Quando arriveranno sul mercato i primi prodotti con Jini incorporato?

“I primi, in arrivo già quest’anno, saranno telecamere e stampanti. E poi i Personal Digital Assistant, che possono avere uno sviluppo molto interessante. Saranno disponibili fra non molto, nel giro di qualche mese. Per i telefoni cellulari ci vorrà un po’ più di tempo, perché è necessaria l’integrazione in un software più complesso. Immagino che saranno disponibili nel 2000. Dipende dai processi di progettazione di ogni tipo di prodotto, che hanno tempi diversi. Per le automobili per esempio, anche se un progetto Jini è già avviato alla General Motors, ci vorranno almeno tre anni.

Penso che la applicazioni più utili al momento saranno quelle nel ‘wireless’, su strumenti portatili, che possano comunicare via radio-network. Questo permette di creare anche reti di prossimità. Pensiamo a un campus, o a un aeroporto, o a un grande edificio pubblico. In Europa la svolta avverrà quando entrerà in funzione la nuova generazione di trasmissioni cellulari a larga banda, prevista per il prossimo anno, che faciliterà la trasmissione dati tra ogni sorta di “devices” portatili.
Ma quando parlo di reti ‘wireless’ penso in effetti a tre possibili soluzioni: Gsm, radiotrasmissione a due frequenze, e infrarossi. Dipenderà poi dagli standard che emergeranno e anche dalla convenienza, secondo i possibili usi”.

Pensa che ci sia bisogno di maggiore ampiezza di banda?

“Personalmente penso che per il Web in molti casi un megabit al secondo sia abbastanza, ma in altri casi no. Una tendenza che trovo interessante è quella della ‘streaming music’, ma sarebbe bello avere una migliore qualità audio e faciliterebbe anche la diffusione di stazioni radio personalizzate. Con l’Mp3 si ha un megabyte per minuto, ma la gente vorrebbe poter scaricare brani musicali più lunghi e di migliore qualità”.

Pensa che la tecnologia Jini possa essere utile anche nel campo dell’educazione?

“Sì, questo è un mio desiderio molto forte. Infatti abbiamo scelto nella strategia delle licenze di Jini di dare libero accesso al codice fonte nelle università, per sviluppare nuove comunità di ricerca. Non ci sono limitazioni, come nel caso delle comunità per l’uso commerciale. Le università possono avere accesso a tutto il software Jini, liberamente, e molte lo stanno già sperimentando”.

Ma Jini può rappresentare anche un nuovo modello per il mondo dell’educazione?

“Sono cauto sulle possibilità di migliorare l’educazione con il software, perché mia moglie è insegnante, ed è pronta a discutere sulle difficoltà di migliorare l’educazione. Ma certamente penso all’uso di un software collaborativo, che permetta di condividere gli strumenti. Se si crede che questo tipo di software possa migliorare l’educazione, bisognerebbe poterlo dimostrare. Quello che fa è che permettere di creare più facilmente delle comunità.

Con la tecnologia chiamata Java Space, per esempio, si può condividere con molta facilità l’uso del multimedia e fare attività insieme. Con Jini si possono condividere strumenti nelle classi. Ma non so se questo possa migliorare i curriculum scolastici. Posso citare il commento di uno psicologo di Berkeley, secondo il quale l’automazione portata dai computer modifica il modo in cui comprendiamo il mondo e il nostro modo di agire.

Abbiamo avuto delle conversazioni e scambiato esperienze all’università. Ciò che il mio amico George stava osservando è che la gente scopre il mondo per metafore. I computer però non operano affatto comprendendo o raccontando storie correlate alle nostre metafore”.

E allora?

“Mi sembra che se vogliamo andare oltre, ciò che faremo nei prossimi vent’anni sarà di costruire “network devices”, che non solo andranno più veloci e saranno più pervasivi, ma saranno così diffusi che quando li metteremo in rete chissà che tipo di cose potranno succedere. Si tratta di studiare sistemi complessi capaci di adattarsi, e questo generà un’esplosione di connessioni. Ma alla fine, penso che noi saremo veramente capaci di correlarci a tutti questi oggetti e loro a noi, soprattutto se saremo intenzionati ad avere nelle mani delle cose più piacevolmente irrazionali. Credo che i “network devices” si debbano correlare a noi in modo più simile a come funzionano le nostre menti, che sono più metaforiche”.

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