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Bill Gates si dimette, anzi no

17 Gennaio 2000

Bill Gates si dimette, anzi no

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Il 13 gennaio 2000, Bill Gates si è dimesso dal ruolo di Chief Executive Officer (leggasi "megadirettore galattico") di Microsoft, tenuto per venticinque anni. L'amministrazione quotidiana del colosso dell'informatica è ora in mano all'ex numero due, Steve Ballmer. Ma se pensate che questa sia un'uscita di scena, siete fuori strada

Infatti Bill non se ne va: anzi, rimane chairman (presidente) e si è creato una nuova posizione in Microsoft, quella di chief software architect. Da quello che si capisce dalle prime dichiarazioni di casa Microsoft, Mr Gates si dedicherà alla concezione delle nuove strategie dell’azienda sul lungo periodo.

Non è un segreto che non apprezzo particolarmente il software di Microsoft e ancor meno approvo le politiche commerciali dell’azienda di Bill Gates. Come alcuni di voi sapranno, quando compro un computer e mi rifilano Windows, la prima cosa che faccio è chiederne il rimborso. Per cui credo non mi sospetterete di adulazione dei potenti se dico che stavolta il signor Gates ha fatto una mossa da maestro, centrando simultaneamente due obiettivi: uno a lungo termine e uno più immediato.

Eliminare l’icona

Durante le udienze del processo antitrust, la possibilità o meno di eliminare, ricollocare o sostituire l’icona di Internet Explorer nel desktop di Windows è stata al centro del dibattimento, ma la vera icona del processo è un’altra: quella di Bill Gates, autisticamente ciondolante nelle deposizioni filmate, condite da risposte come “dipende cosa s’intende con la parola “competere” (2 novembre 1998) e da disquisizioni sul significato delle parole quota di mercato e persino chiedere (19 ottobre 1998).

È lo stesso Bill Gates noto come l’uomo più ricco del mondo, il gigafilantropo che dona disinvoltamente in beneficenza 6.300 miliardi di lire perché tanto gliene avanzano altri centoquarantaseimila. Un uomo ricco e famoso; anzi, scomodamente ricco e famoso. E in quanto tale, facile bersaglio e ancor più facile simbolo del processo. Finché c’è lui al comando di Microsoft, non si tratta di Stati Uniti contro Microsoft, ma di Il popolo degli Stati Uniti contro l’uomo più indecentemente ricco del mondo.

Facendosi da parte, Bill Gates ha tolto la propria ingombrante icona dal desktop del processo antitrust, sostituendola con quella ben più anonima di Steve Ballmer. Per carità, Ballmer è tutt’altro che una nullità e non è certo un poveraccio, ma non è una figura pubblica come il suo ex capo. In questo modo, Microsoft si sbarazza di un fardello imbarazzante; il conflitto legale si spersonalizza e la tifoseria diventa meno accanita. Il primo risultato, quello a breve termine, è quindi di sgonfiare il processo antitrust, portandolo su un piano meno emotivo e più tecnico-giuridico.

Mozart, machete e Microsoft

L’idea che viene ventilata in questi giorni, secondo la quale il Dipartimento di Giustizia americano intenderebbe smembrare Microsoft, è una delle stupidaggini più colossali che abbia mai sentito. Spezzettare l’azienda col machete in tre o più tronconi significherebbe soltanto creare confusione senza risolvere il problema alla radice. Danneggerebbe davvero il consumatore, come sostiene Microsoft: dovremmo comperare Windows da una ditta, Office da un’altra, Internet Explorer da un’altra ancora, e così via; peggio ancora, il governo americano dovrebbe sorvegliare costantemente le mini-Microsoft per evitare che facciano cartello o si scambino segreti tecnici e favori, e saremmo daccapo.

Probabilmente l’idea è stata fatta circolare ad arte per saggiarne l’impatto e rendere più convincenti le pressioni governative su Microsoft, ma c’è anche il rischio che sia autentica, visto che negli USA c’è un celebre precedente: lo smembramento della società telefonica AT&T in sette società regionali, che ha generato un autentico boom del settore e ha beneficiato enormemente i consumatori: metodo applicabilissimo a un servizio geograficamente delimitabile come quello telefonico (a ciascuna società fu affidato infatti un bacino d’utenza) ma impraticabile nel caso di un’azienda i cui prodotti si smerciano in tutto il mondo.

C’è invece un’altra ipotesi di soluzione, ben più spettacolare, che potrebbe salvare l’integrità di Microsoft e persino farle fare bella figura: togliere il copyright sul codice sorgente di Windows e Office. Secondo me, è a questo che Bill Gates si sta preparando, per farlo di sua sponte prima che una sentenza gli imponga soluzioni peggiori.

Prima che mi prendiate per pazzo, seguitemi per un attimo. Una soluzione del genere soddisferebbe senz’altro la sete di giustizia del governo americano: dopotutto, Microsoft è una società di software, il cui bene commerciabile fondamentale è una proprietà intellettuale. Costringerla a privarsi dei diritti esclusivi che ha su Windows verrebbe senz’altro visto come una punizione esemplare, che probabilmente consentirebbe a Microsoft di evitare lo smembramento. Non si infierisce su chi è già ferito mortalmente.

Non è un mio delirio personale: è una soluzione che è già stata ventilata da persone ben più autorevoli di me, compreso Stewart Alsop, testimone al processo antitrust ed editorialista per la rivista economica Fortune, sin dall’aprile del 1999. Di recente è anche stata proposta direttamente a Bill Gates da Walter Isaacson in un’intervista per Time, ottenendo una risposta vaga ma certamente non negativa.

Rendere pubblici tutti gli ingredienti di Windows e Office e consentirne la distribuzione libera e gratuita potrebbe sembrare una raffinata forma di suicidio per Microsoft, ma non è così. Ci sono aziende informatiche multimiliardarie come Caldera e Red Hat, basate su un prodotto (Linux) che non solo è gratuito, ma è anche liberamente copiabile e modificabile da chiunque.

Di che cosa vivono, visto che i loro prodotti sono gratuiti e copiabili? Di assistenza tecnica. Il loro prodotto, invece di essere il software, è la competenza su come farlo funzionare. La loro florida esistenza sta a dimostrare che per fare soldi non è necessario tenere i propri prodotti in regime di segretezza. L’importante è dimostrare di essere bravi, più bravi degli altri, nel fare assistenza, non importa di chi sia il prodotto.

È un modello economico difficile da accettare al primo impatto, ma non è una grande novità. Qualche giorno fa sono andato a un concerto di musiche di Mozart, e mi sono reso improvvisamente conto che la musica classica segue questo stesso modello. Siccome Mozart è morto da un pezzo, le sue opere non sono più protette da copyright. La musica di Mozart è gratuita, liberamente eseguibile, copiabile e distribuibile (le sue esecuzioni no). Questo però non impedisce ai musicisti di guadagnarsi da vivere eseguendole: la gente li paga perché sono bravi ad eseguirla. La musica classica, in altre parole, è tutta open source.

Rifondazione di Windows

Il vantaggio di questo modello economico, fra l’altro, andrebbe a fagiolo a Microsoft. Oltre a far bella figura associandosi alla moda dilagante dell’open source, risolverebbe uno dei problemi più pressanti di Microsoft: il flusso di cassa.

Mi spiego. Sinora Microsoft si è basata su un ciclo economico ben preciso: vendere un prodotto, indurre il maggior numero di utenti ad utilizzarlo, e poi trovare la maniera di convincerli a comprarne gli aggiornamenti, preferibilmente a caro prezzo. Questo significa che è meglio che il software non sia troppo buono, altrimenti non ci saranno “migliorie” da apportare negli aggiornamenti. I risultati sono sugli schermi (blu) di tutti.

Chiaramente questo è un comportamento vantaggioso per Microsoft ma dannosissimo per gli utenti, che si vedono obbligati a continui aggiornamenti sia del software, sia dell’hardware. In sette anni, dal 1994 al 2000, sono state rilasciate almeno sei versioni massicciamente diverse di Windows: contando soltanto le principali, Windows 3.1, Windows 95A, Windows 95B (OSR2), Windows 98, Windows 98 Second Edition, e l’imminente Windows Millennium.

Se il flusso di aggiornamenti si interrompe per qualsiasi motivo, come è successo a causa dei ritardi di realizzazione di Windows 2000 (annunciato in origine per il 1999) e per via della pausa di riflessione indotta in tutte le aziende del mondo dai preparativi per il Millennium Bug, si interrompe anche il flusso di cassa: non che Microsoft sia a corto di soldi, ma bisogna tenere conto delle reazioni degli azionisti a un calo di entrate. Per questo Microsoft deve scervellarsi per trovare qualche nuova funzione da aggiungere alla prossima versione di Windows in modo che gli utenti siano invogliati ad acquistarla (suggerimento: sostituire quell’infernale fermaglio animato e la “metafora della scrivania” con Lara Croft; io non me ne farei nulla, ma sono sicuro che farebbe piacere a un sacco di gente).

Tuttavia non è un ciclo sostenibile all’infinito. Non ci sono all’orizzonte nuove funzioni talmente accattivanti da indurre masse urlanti di utenti a comperare la prossima versione di Windows; anzi, a mio parere non ce n’erano neanche in Windows 98. Se non fosse che si trovano Windows 98 preinstallato, tanti utenti sarebbero ancora fermi a Windows 95, la cui versione OSR2 offre le stesse funzioni di Windows 98, ma senza il fardello di Internet Explorer.

È chiaro che la festa è finita per Microsoft ed è inutile starsene lì ad aspettare che cada la mannaia: e in questo sta la mossa a lungo termine. Non mi stupirei, in altre parole, se Bill Gates si fosse autonominato “capo architetto del software” per un motivo assolutamente vitale per Microsoft: essere libero di concentrarsi su una colossale trasformazione della sua creatura da società di prodotti in società di servizi.

Gates non è nuovo a mutamenti radicali di questa portata. Può sembrare comico a chi si è avvicinato all’informatica solo di recente, ma alcuni anni fa Bill Gates snobbò Internet come una moda passeggera. Poi fece un memorabile promemoria interno di Microsoft in cui ordinava a tutti i dipendenti di mollare sui due piedi quello che stavano facendo e dedicarsi anima, corpo e tastiera ad integrare Windows con la Rete. Non solo: in origine Internet Explorer doveva essere un prodotto supplementare a pagamento. Quando gli proposero di distribuirlo gratuitamente, ribatté seccamente “Ma sei un comunista o cosa?”. Poi cambiò idea e seguì il consiglio.

In sostanza, Microsoft cederebbe Windows al mondo per dedicarsi esclusivamente all’assistenza tecnica agli utenti. Se dubitate che ci si possa guadagnare abbastanza, non avete visto quanto chiede un consulente tecnico esperto di Linux. Certo, Microsoft avrebbe alle calcagna la concorrenza di tutto il mondo, ma ha sempre sostenuto di essere la migliore azienda di software del mondo, per cui non dovrebbe avere di che preoccuparsi, no? Senza contare che avrebbe anche una bella rendita di posizione in quanto creatrice del prodotto: dovendo scegliere da chi farvi riparare l’auto, andreste dal suo fabbricante o da un concorrente?

Questa rivoluzione avrebbe benefici immensi sia per noi consumatori, sia per Microsoft. Dedicandosi all’assistenza continuativa (chiedendo un canone a chi non sa fare da solo, insomma), Microsoft si assicurerebbe un flusso di denaro regolare senza dover ricorrere allo squallido espediente del ciclo di aggiornamenti continui. Noi utenti, dal canto nostro, beneficeremmo di software che cambia pelle meno di frequente e solo per validi motivi, come avviene già ora per gli utenti Linux, e soprattutto sarebbe nell’interesse di Microsoft darci programmi che funzionano bene e sono facilmente manutenibili da un esperto, in modo tale che il tecnico Microsoft fatichi di meno per guadagnarsi il nostro canone di assistenza.

Giro di boa

Lungi dall’essere una fuga, quindi, mi sa che quella di Bill Gates è un’astuta ritirata strategica. Ci vuole concentrazione, determinazione e coraggio per prendere un’azienda e farle fare un’inversione a U in tempo reale. Ci vuole un leader intelligente che sappia mettere da parte i propri preconcetti e abbracciare nuovi modelli economici, salvando l’azienda dalle fauci dell’antitrust con una mossa inattesa e spavalda.

Con Gates, Microsoft ha dimostrato, più di una volta, di avere le risorse per fare tutte queste cose e il buon senso di capire quando è ora di cambiare approccio. Un primo, timido passo è già stato fatto con il recente annuncio della versione “a noleggio via Web” di Office per i grandi clienti, ma non basta. Il tempo passa per tutti e Gates non è più il giovane dinamico di una volta; potrebbe anche non sentirsela di osare così tanto. Divulgare il codice sorgente di Windows potrebbe benissimo rimanere soltanto un mio vaneggiamento. Sulla base di quel poco che si sa per ora, posso fare soltanto delle ipotesi. Ma se indovino, che cosa mi regalate?

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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