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Behavioral targeting: non piace, ma funziona

10 Aprile 2008

Behavioral targeting: non piace, ma funziona

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I consumatori non amano essere spiati online, ma odiano di più la pubblicità inutile

Truste, associazione non-profit per la privacy, ha divulgato i risultati di un’indagine statunitense sul behavioral targeting, cioè la tecnica di marketing online basata sull’analisi comportamentale degli utenti.

Si tratta di una pratica sempre più diffusa che, in relazione ai siti frequentati o ai contenuti multimediali condivisi, consente di profilare al meglio le campagne pubblicitarie online. Dall’indagine è emerso che più del 60% dell’utenza è a conoscenza delle operazioni di monitoraggio commerciale subite; il 57% ha aggiunto di non sentirsi a proprio agio con queste pratiche.

La questione di fondo però è che, se l’utenza è chiamata a esprimersi sulle normali campagne pubblicitarie, il 72% si dice insoddisfatto. Insomma, da una parte è fastidioso essere tracciati, dall’altra la pubblicità poco profilata è considerata un fastidio.

«Non importa quanto assicuriamo l’anonimato, c’è ancora disagio nell’idea del tracking», ha dichiarato il direttore di Truste, Fran Maier. «Abbiamo prove tangibili che dimostrano che i consumatori vogliono che si individui un modo per fornirgli la pubblicità che desiderano. Per fare questo, il behavioral targeting è una delle tecniche più promettenti, ma alla fine dovrebbe essere resa più trasparente, fornire scelte diverse e portare un reale valore aggiunto».

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