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Barche leggere per i nostri sogni portatili

30 Luglio 2009

Barche leggere per i nostri sogni portatili

di

Dalle promesse dei primi notebook ai tweet degli smartphone. Così, in una deriva costante, evolve la nostra idea di mobilità e di libertà

Conservo in un vecchio notes dalla copertina nera un depliant del computer del cuore. È un piccolo computer portatile, compatto, quadrato e solido come una mattonella di maiolica. Un design essenziale, quasi spartano (ad opera di Mario Bellini e Hagai Shvadron). Un piccolo monitor. Tutto compreso non è più grande di un libro tascabile. Il computer che mi ha rubato il cuore si chiama Olivetti Quaderno 33 e costa il corrispondente di circa 1.800 euro. È il 1993. Sebbene siano oramai quindici anni che smanetto su computer non sono mai riuscito a diventare un geek. Dei computer mi affascina la loro promessa. E la promessa del lontano progenitore di quello con cui sto scrivendo questo articolo sulla riva del fiume della mia città, era una certa forma di libertà.

Ho cominciato a desiderare di lavorare in questo mondo quando mi imbattei in un annuncio pubblicitario di IBM, qualche anno prima dell’uscita del Quaderno. Una grande fotografia in bianco e nero a tutta pagina sulla stampa periodica, rappresentava un giovane ingegnere asiatico-americano seduto a terra, in un piccolo bosco di betulle. Grandi occhiali e vestito da casual friday. Con tutta probabilità l’immagine stava rappresentando un pomeriggio nella Bay area di San Francisco o nella Silicon Valley ma io ho subito immaginato un autunno incipiente. Forse per le betulle. Il claim dell’annuncio, che non so citare a memoria, diceva più o meno: ecco il nostro capo ricercatore al lavoro nel suo ufficio. Sulle gambe dell’ingegnere un laptop.

Il sogno di libertà, l’affrancamento da un luogo fisico per la quotidiana lotta per la pagnotta è un sogno decisamente seducente. Una sorta di premessa razionale e responsabile del “mollo tutto e vado via” che si traduce nella ricerca di un mondo vivibile senza per forza dover rinunciare ai privilegi della vita contemporanea. E il sogno tecnologizzato dei figli dei fiori di ritornare ad un rapporto migliore con l’ambiente nel quale si esiste, rinunciando però a quella sorta di luddismo antimoderno, caro a riformisti del calibro di Pol Pot. Un sogno che si realizza rendendo portatile quella che Alan Turing ha chiamato la macchina universale. Laptop e smartphone in testa. Un ragionamento che giustificherebbe il successo dei dispositivi mobili se non fosse che il nostro paese rimane comunque un fanalino di cosa per quanto riguarda il telelavoro. In Europa, a fronte del 26% di Finlandia Olanda e Svezia e quasi il 19% per Regno Unito, Germania e Francia il nostro paese si attesta, come altri paesi dell’area mediterranea sotto al 7%.

Wireless-Homeless

Qualche anno fa un’agenzia pubblicitaria americana decise di provare una piccola rivoluzione mobile, scardinando l’idea stessa di stanzialità del lavoro, quell’idea che prende la forma dell’ufficio, del cubicolo e soprattutto di quei simboli gerarchici che diventano la mobilia o il metro quadro. Nel mondo impiegatizio di Fantozzi persino la pianta di ficus assume un valore simbolico. La compagnia decide di dotare tutti i suoi impiegati di un portatile, dai creativi, agli account, agli executive e di disseminare la sede di tavoli comuni. Nelle intenzioni dei riformatori i gruppi di lavoro avrebbero potuto crearsi e sciogliersi con maggiore agilità, senza il vincolo della propria scrivania, migliorando il passaggio di competenze, la condivisione e l’organizzazione.

L’esperimento fallisce. Forse perché in questo modo lo spazio nel quale si trascorre la maggior parte della vita attiva è determinato solamente dalla necessità professionali senza il minimo rispetto per le relazioni umane. È vero che nella maggior parte delle aziende non ci si può scegliere il compagno di banco, ma cancellando l’idea del banco si cancella anche la speranza di un posto migliore. E forse perché nei tavoli comuni non c’era un posto nel quale poggiare la foto dei bambini, un angolo di mondo da organizzare secondo il proprio personale principio di ordine. Non c’era modo di lasciare il proprio segno distinguibile e solido della propria presenza, un sedimento concerto del proprio progresso.

Essere mobili

Lasciare il segno è una necessità ineluttabile. Scrive il reporter Ryszard Kapuściński: «Quando sto in albergo (e succede abbastanza spesso) amo le stanze disordinate perché creano l’illusione di un ambiente vitale, un surrogato di intimità e calore, la prova (illusoria) che quel luogo inospitale e strano (…) sia stato parzialmente conquistato e addomesticato». Lasciare il segno come le civiltà hanno lasciato le pietre miliari, i monumenti funebri, le lapidi. Pietre che parlano del nostro passaggio, come la colonna Traiana, o delle persone che siamo state come presidenti americani sul Monte Rushmore. Quello stesso spirito che ha spinto a modificare la geografia, rendendola contemporanea: drizzando i fiumi, traforano le montagne, bonificando paludi.

Un segno che via via si è andato alleggerendo e diffondendo. Se un tempo una minoranza di privilegiati aveva la concreta possibilità di lasciare un segno per lungo tempo, ora una massa sempre più grande è in grado di lasciare il proprio segno di passaggio per tempi sempre più brevi. Come i tag, le firme a pennarello dei writer. Un segno comprensibile solo all’autore, labile, nascosto, parassita, spesso incolore.
Nel tempo digitale più che scavare le fondamenta si tratta di mantenere vivo un flusso continuo di segnali che determina la nostra esistenza. Non ci si immortala più in tomi immutabili, congelati per sempre in una versione definitiva, ma ci si tiene a galla con un post al giorno, con il tweet, le micro informazioni continue sul nostro stato, la nostra posizione, la nostra opinione. Per questo è necessaria la mobilità. Non posso più aspettare di tornare a casa per mantenere vivo il flusso. Lo devo nutrire in continuazione con qualunque cosa incroci la mia attenzione. Solo trasformando, traducendo continuamente la realtà, anche la più banale nel punto di vista personale si può sperare che il piccolo mondo che ci circonda possa sopravvivere anche dopo l’ultimo post.

Una nuova idea di portatile

Nasce la necessità di un nuovo tipo di device elettronico. Portatile, certamente. Connesso. Ma anche leggero e piccolo da metter in borse non propriamente professionali. Nella valigia delle vacanze, nello zaino, nella borsetta. Non è più (solo) uno strumento di lavoro ma un modo per lanciare segnali. Il tweet (il messaggio di Twitter) ne è il paradigma più vicino. Più piccolo del blog, più semplice del sito, il tweet è il messaggio di esistenza in vita. l tweet, riflette la funzione etologica del suo omonimo, il cinguettìo, ovvero la definizione di un confine, labile e dinamico. Lo spazio viene trasformato dal commento, ridescritto diventa proprietà di chi lo descrive. Cinguetto dunque sono. La nuova idea di portatile muta come è mutata la presenza sulla rete: il vecchio desktop computer si rende mobile e dinamico. Ubiquo e onnipresente.

Su queste basi il netbook è stato progettato e in certa misura anche gli smartphone. La nuova tecnologia portatile è lo strumento che mi aiuta a contenere il mondo nel mio personale punto di vista. Un mezzo autoreferenziale. No al lettore cd-dvd che introduce informazioni read-only generate da altri. Sì invece all’occhio della webcam costantemente puntata su di me. La batteria è il carburante della vita. Più dura, più si possono inviare messaggi, meno il mondo riuscirà a sfuggire al commento e al controllo. Il nuovo modello di computer deve essere anche economico: non più protetto dalla fortezza della casa, dello studio si può perdere, può essere rubato, subire le conseguenze degli eventi naturali: deve poter essere sostituito rapidamente.

Ma non è la convenienza economica (che per gli smartphone non è ancora così evidente) a determinarne il successo. Il successo è la promessa: ovunque il mondo deve poter essere ridotto nella stretta inquadratura del nostro sguardo e quello stesso mondo può essere nutrito, in qualunque momento con il nostro piccolo, continuo contributo.

La nuova idea di portatile è una barca leggera e inaffondabile in grado di affrontare il mondo liquido come lo ha descritto Zygmunt Bauman. Un mondo simile a quello del bistrattato Waterworld di Kevin Kostner (o per i più fini di palato a quello di High Rise del Ballard millenarista) nel quale del mondo del passato emerge ben poco da un mare che ha allagato tutto, sconvolto qualunque sistema di valori e reso tutto quanto mobile, galleggiante, in una lenta deriva. “Andare alla deriva” smette di essere una notazione negativa e diventa uno stato dell’essere. In quelle finzioni ognuno ha la sua barca, il suo piccolo pezzo di tecnologia per dominare e riscrivere all’infinito il proprio piccolo pezzo di oceano. Fino all’esaurimento del carburante.

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