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Banda larga, l’Italia sceglie il passato

06 Luglio 2009

Banda larga, l’Italia sceglie il passato

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Le linee d'azione del viceministro per le comunicazioni si accontentano di abbattere il digital divide sui 2 Mbps, appiattendosi sui limiti e sulle potenzialità dell'ex monopolista. Un'altra occasione persa per rilanciare la rete italiana e favorire l'apertura del mercato

Sta per partire il piano banda larga del viceministro per le comunicazioni Paolo Romani e, per chi non se ne fosse accorto, è ancora più prudente di quello che ci si aspettava. Il rapporto Caio presentava tre alternative per portare la rete di nuova generazione nelle case delle italiani? Ebbene, il governo ha scelto una quarta via: nessuna rete di nuova generazione, per ora. Con un piano presentato comunque con i toni della grande impresa: 1,47 miliardi di euro di fondi promessi per la banda larga in Italia. Quale banda larga? Quella del passato: 2 megabit a (quasi) tutta la popolazione, quando ora è il 13% a non poter raggiungere questa velocità, su rete Telecom. Vediamo nei dettagli.

Negli anni scorsi, Telecom Italia ha continuato ad aumentare le stime della popolazione coperta da Adsl – ora al 97% – sebbene da più parti (associazioni dei consumatori e associazione antidigital divide) si denunciava che il valore vero è più basso. Adesso, per la prima volta, la verità. Da questo 97% dobbiamo togliere un 3% che non può avere l’Adsl a causa di apparati Mux e Ucr presenti sulla linea. Un altro 2% è causato da linee troppo lunghe per supportare la banda larga. Un 4% può inoltre avere l’Adsl solo in versione “lite”, a 640 Kbps o, più di rado, 1 Mbps. L’8% degli italiani non può quindi avere affatto un’Adsl; mentre il 4% può arrivare a una velocità giudicata inadeguata per le attuali applicazioni internet. A dire che servano almeno 2 Mbps non è solo Caio ma anche il rapporto del governo britannico Digital Britain. Come risolvere? Il 6% della popolazione è in digital divide di lungo periodo e necessita di nuove infrastrutture in fibra che raggiungano le centrali Telecom. Contro i Mux e gli Ucr ora Telecom installa apparati zainetto, che comunque hanno capacità limitate e quindi la soluzione definitiva sarebbe fare interventi consistenti in centrale. Nel caso di doppini troppo lunghi, non c’è che il wireless: Telecom Italia userà a tal proposito l’offerta all’ingrosso WiMax di Aria. Peccato che quest’ultima sarà disponibile solo da fine 2010.

Il piano di Romani, a vederlo nel dettaglio, è la falsariga dei limiti dell’attuale rete Telecom. Da qui i timori che questi soldi possano diventare un aiuto al business di Telecom (quello al dettaglio e quello all’ingrosso: è vero che se la rete migliora se ne avvantaggiano tutti gli operatori, che però accedono a quella di Telecom non certo gratis…).   Il nocciolo duro di quegli 1,47 miliardi è anch’esso un fantasma del passato: 800 milioni di fondi Cipe, pre-stanziati nel 2008 contro il digital divide e poi persi per strada. A giorni dovrebbe esserci lo stanziamento definitivo. Vi si sommano 264 milioni di fondi ministeriali, che serviranno a completare la rete in fibra nelle centrali (backhauling). Altri 188 milioni sono fondi pubblici per lo sviluppo di aree rurali. I restanti 219 milioni – scommette il governo – verranno da privati con il progetto di project financing, spronati da gare pubbliche a livello territoriale. Il 95,6% avrà così i 2 Mbps tramite dsl, dice Romani. Il 3,9% con il wireless. Già: anche se Romani ha annunciato banda larga a tutti, tecnicamente non sarà così, perché resterà fuori comunque lo 0,5% della popolazione italiana.

Un primo appunto: il piano sembra ritagliato apposta per coprire i buchi della rete Telecom senza porsi il problema delle aree già raggiunte da banda larga alternativa. Quel 13% di popolazione dichiarata in digital divide è infatti solo la quota di persone che si trovano in zone dove la rete Telecom non può dare i 2 Megabit. Migliaia di utenti sono però già abbonati a servizi Hiperlan e WiMax nelle zone del cosiddetto digital divide; e bisogna tener conto anche di progetti Umts/Hspa come quello di Vodafone, che continua a espandersi. Il piano Romani non si pone il problema di fare un censimento delle reti alternative. Il rischio è di sprechi di denaro pubblico e sovrapposizioni, a danno di quei provider, spesso piccoli, che hanno investito con il wireless in aree di territorio dimenticate da Telecom.

Il piano, peraltro, rimanda a giorni migliori l’investimento sulla vera innovazione: la fibra nelle case, per avere banda larga da 100 Mbps. Per questa non ci sono programmi: Romani si limita a dire che per ora fanno un primo passo combattendo il digital divide. Anche il Regno Unito (dove a non avere i 2 Mbps è solo il 7% della popolazione) si è trovato costretto, nella congiuntura economica, a ridimensionare il piano per la rete di nuova generazione: nel rapporto Digital Britain si parla così di una nuova tassa per diffondere i 50 Mbps entro il 2017. «Povertà di ambizione», si lamentano gli analisti di Ovum.

Eppure, sul tappeto verde del futuro resterebbe ancora qualche carta da giocare. A giugno uno studio Anfov (associazione di aziende del settore, tra cui i principali operatori)  ha evidenziato che tecniche di posa, scavo e cablaggio alternative a quelle tradizionali permetterebbero di ridurre del 50% i costi per fare nuove infrastrutture in fibra ottica. Non sono ancora diffuse a causa di limiti normativi che solo di recente (e solo in parte) sono stati alleviati. Per esempio, un decreto di fine maggio ha dato il via libera a fare scavi, per la fibra ottica, a una profondità inferiore a un metro. Abilita così l’uso delle minitrincee, finora utilizzate solo in via sperimentale. «Per ridurre ancora i costi, l’ideale sarebbe posare la fibra in infrastrutture esistenti e il soggetto che può meglio farlo è la pubblica amministrazione», dice Franco Morganti, presidente di IT Media consulting. «Propongo quindi di istituire società del cavo locali, in partenza pubbliche, che creino la rete sfruttando quanto più possibile le infrastrutture che già hanno. E poi affittino la rete a provider privati», continua. Un’idea simile a quella che Caio indicava come la terza soluzione per la Ngn.

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