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Arrivano i Mac-Intel: cambiare o aspettare?

31 Gennaio 2006

Arrivano i Mac-Intel: cambiare o aspettare?

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Che cosa cambia per il consumatore dopo che Apple ha lanciato i nuovi iMac Dual Core con dentro il nuovo cuore Intel?

Lasciato decantare l’ultimo keynote, sinfonia per Jobs e orchestra di livello retorico e comunicativo sempre alto, ora si dovrebbe poter ragionare a bocce ferme sui nuovi Mac-Intel.

Com’è ormai noto, lo scorso autunno il patron di Apple ha gettato il panico fra i fedeli della mela affermando che entro giugno sarebbero stati messi in commercio i primi Macintosh Intel Inside. Sulla cosa è stato poi detto tutto e il contrario di tutto, ma alla fine si è preferito aspettare. L’attesa è stata inferiore alle aspettative, visto che già l’11 gennaio, dal MacWorld tenuto al Moscone Center di San Francisco, è stato varato il primo Macintosh con il cuore Intel. Si tratta dell’iMac Dual Core. Già diverse settimane prima si vociferava di una macchina Intel Inside, ma non si immaginava su quale segmento sarebbe andata a posizionarsi. Il fatto che non si sia voluto ancora disturbare quello degli utenti desktop avanzati dei PowerMac lascerebbe pensare che non ci sia l’intenzione di coinvolgere la clientela professionale, lasciando a quella consumer di fare da testa di ponte per il passaggio.

La prima osservazione è che non abbiamo a che fare con i classici processori Intel che tutti conosciamo, ma con dei processori doppi dalle ottime prestazioni. La velocità si aggira, rispettivamente, solo sui 1,83 e 2,0 GHz. Non abbiamo a che fare con i numeri dei Pentium 4, tuttavia in questo caso – con una tolleranza sui meri scarti di clock curiosamente superiore a quella mostrata per i G5 – la scelta è accettabile perché la “struttura” del motore è più performante. Così Seve Jobs ha decantato una superiorità da 2 a 3 volte rispetto al G5. Molto di questo lo si deve a un bus migliorato e soprattutto al raddoppio della backside cache, arrivata ai 2 MB.

Dove lo scarto ha lasciato esterrefatti è il settore dei portatili di fascia alta, quelli che fino a ieri si chiamavano Powerbook. Per la fine di febbraio infatti uscirà, solo nella versione 15″, il primo MacBook Pro, con lo stesso processore, solo un po’ ribassato (1,67-1,83 GB), montato su macchine simili ai predecessori, solo più sottili. La differenza annunciata da Jobs dovrebbe in molti casi superare il moltiplicatore 3/4x. Anche il prezzo cambia e sale di 600 euro rispetto al corrispettivo PowerBook.

I cambiamenti delle architetture sono molti e soprattutto nei portatili: nuovo spinotto di alimentazione, via il modem, sostituzione della PC Card con uno slot ExpressCard/34. Gli iMac, invece, rimangono gli stessi, anche se scompare il modem e il DVD-RW diventa di serie. Il prezzo in questo caso rimane immutato e determina l’estrema competitività dei due modelli (1379 e 1799 euro).

Con ogni probabilità, chi deve comprare un Mac farà bene ad acquistare un nuovo iMac. Spiace per tutti i negozianti che si ritrovano con i vecchi iMac G5 in magazzino, ma quelle macchine saranno sempre meno convenienti. È vero che i vecchi programmi dovranno girare in emulazione, ma presto ci saranno degli aggiornamenti in formato Universal che dovrebbero funzionare altrettanto bene tanto su G5 che su Dual Core. Inoltre pare proprio, da quel che se ne dice in giro, che Rosetta, il convertitore di comandi per processore Intel (in pratica un semi-emulatore), non abbia tutti i difetti che i più temevano e Jobs non ha mancato di dimostrarlo in diretta con Microsoft Word e Adobe Photoshop.

Con qualcosa di nativo si può già iniziare ad aver a che fare. Per il momento, tanto iLife – presente nei nuovi iMac – che iWork (annunciato disponibile dalla sera stessa del keynote da Apple Italia, quando invece la localizzazione italiana arriverà, se va bene, a febbraio inoltrato) sono nativi Universal.

Insomma, chi acquista un desktop Mac oggi, sia che pensi all’iMac che al PowerMac, farà probabilmente bene a passare all’ iMac Dual Core. Può darsi che debba soffrire qualche disagio della transizione, ma con il tempo l’acquisto si apprezzerà, mentre l’investimento in G5 sarà destinato ad un rapido deprezzamento ed un’obsolescenza superiore al previsto (anche se il protocollo Universal dovrebbe garantire la futura compatibilità). Il dubbio rimane sulla compatibilità con Rosetta di molti programmi, specie i freeware meno assistiti, da OpenOffice a VLC.

Detto questo, non vale assolutamente la pena cambiare il proprio ottimo G5 (e persino il G4) per i nuovi modelli. Se ci si è lasciati sbalordire dai numeri sciorinati da Steve Jobs, sarà opportuno farsi una bella iniezione di realismo con i dati emersi dai laboratori di Macworld Usa, dai quali risulta che il moltiplicatore 3x che doveva segnare il rapporto fra DualCore e G5 forse non viene raggiunto neppure con il G4, e comunque nel caso del G5 ci si deve accontentare di un 1,10-1,20x medio con l’utilizzo di applicazioni Universal. Le cose vanno decisamente peggio per le applicazioni che utilizzano Rosetta che paiono non essere neppure all’altezza di un G4 e comunque due volte più lente che un G5. Qualcuno osserva che i risultati di Apple non sono sbagliati, ma soltanto teorici, perché tengono conto anche del multithread sul secondo core che nessun programma fra quelli studiati utilizzava. Ma se è così, che cosa dovrebbe cambiare nell’uso tradizionale del cliente finale?

In definitiva, chi si aspettava miracoli riponga le speranze nel cassetto. Gli Intel Dual Core sono una tecnologia ancora teorica, forse più industriale che consumer, soprattutto fino a che i programmatori non avranno capito come usarla (con una maggiore collaborazione fra sviluppatori hardware e software). Dati i tempi di uscita, è presumibile che neppure fra Apple e Intel gli abbracci che si sono sprecati a San Francisco trovino corrispondenza con un reale sviluppo comune di quella sinergia fra hardware e software che è stata l’elemento distintivo dell’Apple storica.

Probabilmente le cose miglioreranno presto. Per ora l’accoppiata risolve soprattutto un problema commerciale e di approvvigionamento con IBM che per Cupertino era diventato imbarazzante.

E per gli acquisti? Sostanzialmente si confermano le previsioni abbozzate quest’autunno in occasione dell’annuncio del cambiamento. Chi ha un G5 (o anche un G4, come il MacMini) se lo tenga caro e tenga stretti anche i programmi che sta usando, senza avere fretta di aggiornare ad Universal. Sono da verificare le voci secondo cui la versione “universalizzata” dell’ultimo aggiornamento del sistema operativo abbassi le prestazioni dei vecchi mac.

Se invece dovete per forza comprare un nuovo computer, non ha senso guardare indietro. I nuovi iMac sono macchine potenti, complete, innovative e competitive, le più convenienti fra tutti i Mac power user in commercio. Questo significa che con ogni probabilità sono la soluzione desktop più competitiva dell’attuale offerta informatica.

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