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Appunti di anatomia della conversazione

16 Marzo 2007

Appunti di anatomia della conversazione

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Sul web tutti conversiamo, direbbe Bufalino, persino i comunicatori. Ma che cosa implica una conversazione globale e diffusa? Siamo pronti a immergerci nelle differenze e a comprenderle? Che cosa possono imparare gli architetti dell'informazione (o i singoli interlocutori) per migliorare l'accesso alla conoscenza? Alcuni appunti per una "conversazione"

Uno degli argomenti più consueti per descrivere la Rete di oggi (e in generale l’attività svolta nei network digitali) si appoggia sul concetto di big conversation. Nel web sospeso tra oralità e scrittura, e sempre più spesso crossmediale, milioni di voci discutono, elaborano significati, esprimono opinioni o semplicemente emendano pareri altrui. La massa critica raggiunta dal numero di partecipanti (in costante aumento esponenziale) e la centralità verso cui naturalmente Internet sta tendendo, portano a una serie di valutazioni e di cambiamenti. E poichè ad ogni nuovo medium finisce per associarsi un modello ed una teoria della conoscenza, le implicazioni sono enormi.

Le nostre generazioni vengono da un’epoca che si è costruita su criteri di oggettività e (apparente) razionalità. Come spesso accade, molti valori sono innestati direttamente sui limiti funzionali dei migliori media disponibili. I cosiddetti media di massa erano potentissimi ed erano in grado di trasportare facilmente poche opinioni selezionate verso milioni di riceventi. La selezione di queste opinioni (necessaria proprio perchè limite funzionale dei media stessi) ha portato all’assestamento della società intorno a concetti cardine come «qualità» (il criterio di selezione), «oggettività» (il canone da rispettare e far rispettare dovendo costruire una visione del mondo per milioni di cittadini, in assenza di contraddittorio e controllo ex-post), eccetera.

Oggi, in piena coerenza con quanto molti intellettuali chiamano postmoderno, assistiamo all’esplosione delle differenze, delle preferenze personali, del punto di vista diffuso. Tuttavia c’è un passaggio che si sta consumando ancora lentamente: la nostra abitudine alla conversazione spesso risente di mancanza di allenamento. Non siamo sempre culturalmente predisposti a immergerci nelle differenze e, soprattutto, non abbiamo l’abitudine culturale di comprendere che, se è vero che tutti conversiamo, non è automatico che tutti partecipiamo alla stessa conversazione. E questo, probabilmente, dipende tanto da una consapevolezza filosofica quanto da alcune regole interne al dialogo.

Dal senso collettivo al soggettivo

La «consapevolezza filosofica» meriterebbe una trattazione (e una discussione) a parte. In breve (e semplificando assai), a differenza dei cosiddetti digital natives, le nostre generazioni sono nate in un periodo storico in cui la potenza di fuoco dei media di massa era in grado di creare una cornice sociale (ovvero una interpretazione coerente e poco variata del mondo che abbiamo intorno). Una interpretazione abbastanza condivisa per definizione. Milioni di individui continuavano, come sempre, ad avere una propria opinione: ma questa non era pubblica e non aveva probabilità di diffondersi e avere consenso a meno che il suo proprietario non avesse accesso ad una potente fonte mediale. Il mondo della società di massa poteva sintetizzarsi provocatoriamente nell’affermazione «È vero. Lo ha detto la Tv», poichè il 99% di quanto conoscevamo della realtà globale ci arrivava esclusivamente dai grandi mezzi di informazione e non da nostra esperienza diretta. Non potendo avere discussione diffusa sulle informazioni nè tantomeno possibilità di esercitare correzione, ai media di massa le società civili chiedevano «obiettività». Sull’obiettività (vera o presunta, ma tanto non si poteva intervenire) si costruiva un senso collettivo, una verità rassicurante e consolatoria come la chiamava Geertz, un sistema di punti di riferimento affidabili per leggere la realtà e muoverci al suo interno.

Oggi siamo immersi nelle conversazioni sul mondo. La consolazione della verità ci viene spesso meno, a patto di non ricostruire solidamente un nostro personale equilibrio non più fondato sull’obiettività, ma sul «plausibile» e sul «soggettivo». Non è una scelta che facciamo o prescriviamo, ma un dato di fatto che dobbiamo imparare a considerare, soprattutto perchè sarà difficilmente reversibile. Siamo chiamati dal nuovo equilibrio dei media (che significa in fondo l’esplosione degli input sul funzionamento del mondo) ad assumerci in proprio la responsabilità di costruire per noi stessi una visione ed una posizione nella realtà. Per le nostre generazioni può essere molto faticoso, ma non esiste già più alternativa se vogliamo mantenere il contatto con lo spirito del nostro tempo. E se vogliamo esercitare con consapevolezza una responsabilità sul mondo che stiamo costruendo per i nostri figli e per le nuove generazioni. Siamo noi che gestiamo questa transizione, infatti, a dover dare per primi una lettura culturale di quanto sta avvenendo. E non è facile farlo in corsa e venendo da un mondo con altre regole.

Educazione alla conversazione

Da qualche parte leggevo che l’uomo è un legno storto e che tutte le cose fatte da uomini e con gli uomini non possono essere perfettamente dritte. La storia dei network digitali, pur ponendo una serie di nuovi problemi (e in attesa di porne ancora altri, come è normale) ha dimostrato di portare una grande accelerazione positiva in termini di innovazione, creatività, circolazione della conoscenza (e non solo). Spesso a questi circoli virtuosi diamo il nome sintetico di capitale sociale. E in buona parte questo capitale sociale si genera a partire proprio dal socialware (semplicemente abilitato da hardware e software). Il processo che permette questa creazione di valore è quanto chiamiamo conversazione. Che non è solo cessione o condivisione di contenuto, ma anche costruzione di relazioni, di fiducia. E processi di consenso sulle idee.

In un simile contesto, sulle conversazioni che manteniamo ogni giorno lo scarto tra obiettività e soggettività pesa come un macigno. Se è vero, come sostiene la semiotica, che la conversazione si costruisce su principi di collaborazione, la prima cosa che dobbiamo imparare è che la pretesa di obiettività è poco funzionale. È probabilmente la prima causa dei flame e della conflittualità sociale. Culturalmente è una rivoluzione: se ognuno di noi si assume in proprio la responsabilità della mediazione, disponendo di diverse fonti e di un personale sistema fiduciario sulla validazione delle informazioni, il destino di un’idea (o di un’analisi) si affida più alla capacità di argomentazione che al manto (arrogante in un modello simile di distribuzione della conoscenza) di presunta vicinanza con la verità. A partire naturalmente da questa mia opinione, che cerca solo il merito borgesiano delle ipotesi (ovvero quello di apparire interessante e suscitare altre riflessioni).

Ma non è tanto un problema di valutazione morale o etica quanto un criterio di efficacia. Un interlocutore che crede di porsi in maniera obiettiva, difficilmente riesce ad entrare nello spirito collaborativo necessario per costruire un valore comune attraverso la conversazione: semplicemente, non rispetterà abbastanza le opinioni degli altri (se lo facesse, non si potrebbe supporre – per definizione – portatore di una visione obiettiva). Diffonderà pensiero invece di dialogare. La mia osservazione empirica, in questi anni, mi ha portato a considerare che l’efficacia della comunicazione ne risenta. E in un mondo come il nostro l’efficacia della comunicazione è un fattore importante per dare alle nostre idee una possibilità di misurarsi con il consenso degli altri. Non a caso una delle definizioni più felici per descrivere certi meccanismi è quella di società della condivisione, che a mio modo di vedere cessa di essere solo una scelta etica e comincia a essere un processo di adattamento della società stessa a un modello di organizzazione e accesso alla conoscenza.

Informazioni sulle informazioni

Senza dubbio ci sono molti altri fattori che influenzano l’efficacia della conversazione. Per tutti gli aspetti in qualche modo interni al processo o di semplice savoir faire, basterà consultare qualsiasi manuale di semiotica per capire se sbagliamo qualcosa. Ma le diverse conversazioni, spesso, si notano nel fatto che pur parlando dello stesso argomento non parliamo della stessa cosa o non ne parliamo allo stesso modo. E questo è un problema che forse dovrebbe cominciare a interessare gli architetti della conoscenza che lavorano sulla Rete.

Se infatti la maggior parte delle piattaforme consentono la pubblicazione e facilitano sempre di più la condivisione di materiali mediali (foto, video, audio, persino presentazioni in PowerPoint), non è ancora consumato lo step successivo. Non abbiamo ancora cominciato a introdurre elementi semantici in grado di collocare i testi in un contesto. È un tipo di lavoro che le piattaforme di pubblicazione possono aiutare a svolgere, ma anche probabilmente un meccanismo di educazione a una realtà conversazionale che tutti noi potremmo cominciare a imparare (e, visto che Internet è una comunità di pratiche, basta darsi il tempo sociale). Anche qui, si tratta di un criterio di efficacia. Scrivere sul web significa produrre «testi ricercabili», ma anche elementi di contesto per il lettore. Come diciamo spesso, l’unica soluzione all’information overload non è ridurre le informazioni, ma aggiungere informazioni alle informazioni.

Un esempio pratico di questa esigenza lo possiamo vedere nello specifico delle conversazioni che ci interessano più da vicino: quelle su Internet, sulla tecnologia, sul cambiamento. Già definire a priori il topic è complicatissimo. Stiamo parlando di tecnologia? Di società, visto che raccontiamo l’azione di milioni di persone? Di innovazione? Sicuramente di uno scenario complesso, in cui una singola competenza (tecnica, informatica, economica, cognitiva, politica, ecc.) non può assolutamente fornire una visione completamente esplicativa. Se si intreccia una conversazione su YouTube, il più delle volte non si tratta della stessa conversazione. Analizzare il cambiamento sociale che porta con sè il concetto di broadcast yourself è una questione completamente diversa dall’esame delle prospettive pubblicitarie di un modello simile o dall’impatto sull’espressione pubblica che avrà, una volta disponibili le tecnologie abilitanti, la crescente capacità degli individui di dominare il linguaggio delle immagini. E ancora, una descrizione del “come funziona YouTube” (che abbiamo sentito e ancora ascoltiamo in molte conferenze) è utile a far divulgazione ma nulla spiega sul ruolo che una simile piattaforma sta avendo nello sviluppo della Rete e sui pattern cognitivi e sociali che abbiamo. Il più delle volte, quando parliamo, non parliamo della stessa cosa. E abbiamo l’impressione di non capirci.

Anatomia delle conversazioni su Internet

Potremmo ad esempio provare a vedere quali sono i fattori discriminanti nel convergere o nel divergere delle conversazioni.

  • Approccio: l’approccio al tema può collocarsi, prevedibilmente, in una retta i cui estremi sono:
    a) la prospettiva funzionale (questa applicazione serve per questo scopo). Questo approccio risponde alle domande: cosa posso fare con questa cosa? Come posso usarla? Perchè devo usarla?
    b) la prospettiva analitica (determinati processi generano determinati risultati). Questo approccio risponde alle domande: Perchè le cose funzionano in questo modo? Quali sono le regole e le costanti, o le condizioni che le fanno funzionare così? Che cosa possiamo imparare da queste osservazioni?
  • Collocazione temporale: anche qui abbiamo una retta, i cui estremi sono:
    a) la prospettiva cronachistica (in questo preciso momento storico – qui e ora – sta succedendo questa cosa). Questa collocazione risponde alla domanda: che cos’è quello che vediamo?
    b) la prospettiva del tempo sociale (questi processi, fino a ora, hanno portato a questi risultati, quindi possiamo provare a proiettarli). Questa collocazione risponde alla domanda: Quali sono le costanti? Che cosa è destinato a ripetersi? E come?
  • Matrice: è in generale una variabile complementare (e non alternativa), che aumenta di valore con la varietà. Internet si può spiegare da un solo punto di vista accademico (ad esempio quello economico) ma, poichè dentro ha la complessità di un’intera società, una matrice multidiciplinare è in genere molto più efficace.
  • Attitudine: le principali che possiamo osservare sono due, ma anche qui vale il discorso della retta con due estremi:
    a) attitudine militante: contiene un giudizio (di valore o di merito) e normalmente produce prescrizioni.
    b) attitudine laica: non contiene un giudizio (di valore o di merito) e normalmente produce descrizioni.
    Parlando di giudizio mi riferisco al giudizio esplicito e non a quello implicito che riguarda il punto successivo. Un esempio di analisi prescrittive sono quelle di autori marxisti come Castells o Lovink. L’attitudine militante non è necessariamente meno interessante di quella laica, anzi. Basta tenerne conto nella nostra automediazione, per aumentare la consapevolezza e la comprensione.
  • Valori: nel formulare qualsiasi pensiero esprimiamo giudizi impliciti, anche solo scegliendo le parole o il taglio da dare al nostro discorso. Questo giudizio implicito è fortemente legato ai valori e al nostro modo di immaginare o vedere il mondo. A me, ad esempio, piace molto una società senza barriere all’espressione, un’esplosione di conessioni e rimandi, relazioni e tendente a funzionare secondo principi di consenso. Le mie descrizioni (per quanto tenda ad un’attitudine laica) sono sempre appoggiate sulla constatazione di un miglioramento che il mondo ha subito rispetto a quando ero un ragazzino di quartiere in una città di periferia come Potenza e dovevo andare a Napoli a comprare i testi universitari. Per un mediatore professionista (un giornalista, un critico) che ha fondato il suo status sull’auctoritas, probabilmente la stessa osservazione degli stessi fenomeni produrrà un discorso differente. È solo una caso limite, puramente esplicativo. La cosa interessante è che, se impariamo a riconoscere i valori nelle conversazioni, scopriamo che spesso la differenza non è nell’analisi o nei ragionamenti, ma nelle cose che vogliamo vederci.

Il ragionamento sui valori potrebbe persino essere fatto in maniera più complessa e (per me) interessante. Con Federico scherzavamo sull’ipotesi di provare a codificare le impostazioni nostre e di molti dei nostri interlocutori abituali. Per farci magari anche dei bannerini. Ad esempio, più per scherzo che per altro, Sergio, Federico, Mafe, io e altri potremmo facilmente concordare sull’adesione a una corrente “neo-umanistica” (da umanesimo). Gaspar e altri potrebbero riconoscersi in un “umanesimo radicale”, Mantellini nel “suocerismo critico”, eccetera. Ma, scherzi a parte, potrebbe essere interessante (certo divertente) fare uno studio sulle idee di movimento. E sottoporre un pugno di definizioni strutturate alla scelta di adesione di ciascuno. Servirebbe persino ai lettori per collocare il pensiero in un contesto.

Alla conversazione, in fondo, ci si educa, come si educa il gusto. E, forse, quando è così diffusa, fare attenzione alla costruzione delle nostre argomentazioni (come a quella delle argomentazioni altrui) può aiutarci a migliorarne l’efficacia, a trovare (e cercare) terreni di confronto comune. Per aumentare le connessioni, le relazioni, i circoli virtuosi. A partire da questa stessa conversazione.

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