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Apple, 1984 celebrato col trucco

11 Febbraio 2004

Apple, 1984 celebrato col trucco

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Ricorrono i vent'anni di uno dei più celebri spot informatici della storia. Ma le celebrazioni nascondono un piccolo inganno che fa riflettere su come sono cambiati i tempi e come il 1984 di Orwell sia sempre in agguato se non siamo vigili

L’abbiamo visto tutti, ed è impresso nella nostra memoria informatica collettiva, quell’incredibile spot di Apple trasmesso durante il Superbowl del 1984. In un grigio mondo popolato di esseri umani schiavizzati e malaticci, impietriti ad ascoltare le parole imperiose del Grande Fratello sul megaschermo, irrompe una bionda atleta armata di martello da fabbro. Inseguita dalla polizia, rotea e scaglia il martello contro lo schermo, liberando dall’ipnosi le orde di decerebrati che ne seguivano ciecamente gli ordini. Lo slogan è chiaro e rivoluzionario: l’anno 1984 non sarà come prevedeva Orwell, perché ci sarà il Macintosh a renderci liberi.

Complice la regia di Ridley “Blade Runner” Scott e le forme atletiche della modella Anya Major (scelta fra tante candidate perché non le veniva la nausea quando girava su se stessa per scagliare il martello), lo spot fu visto dal 46% delle famiglie americane, con livelli di recall (ricordo del prodotto) stratosferici, e vinse il Gran Premio di Cannes e una trentina di altri premi assegnati dall’industria pubblicitaria. Creò inoltre il cosiddetto event marketing: uno spot talmente innovativo e originale che diventa importante tanto quanto il prodotto reclamizzato e si diffonde spontaneamente grazie al passaparola.

L’allusione dei sessanta secondi di fantascienza era chiara, anche se Apple l’ha sempre smentita categoricamente: il Grande Fratello era il PC IBM, allora monopolista incontrastato dell’informatica, con il suo cupo prompt del DOS (scritto da un certo Bill Gates) che lampeggia inquieto sullo schermo nero, i suoi comandi arcani e le sue strane regole da seguire ciecamente dopo aver studiato pile di manuali. Il Macintosh, invece, è grafico (anche se in bianco e nero), ha un mouse, è compatto e intuitivo da usare. Ricordatevi che stiamo parlando del 1984: il primo rudimentale Windows sarebbe uscito l’anno dopo.

Vent’anni dopo, la situazione è completamente capovolta. IBM si sta trasformando da simbolo del monolitico grigiore informatico in dinamica sostenitrice di Linux e dell’open source, che ora è la nuova frontiera della libertà individuale. Il monopolista di oggi è Microsoft, che dopo essersi tolto lo sfizio di comperare 150 milioni di dollari di azioni Apple (poi rivendute proficuamente), controlla lo sviluppo dell’applicazione più vitale per i Mac, ossia Microsoft Office. E Apple, con i suoi computer di cui è produttrice esclusiva, basati su soluzioni dal design strepitoso ma proprietarie, ha perso un po’ l’immagine di rivoluzionaria in blue jeans per diventare il membro chic del club informatico.

Come cambiano i tempi

Per celebrare i vent’anni trascorsi da quel memorabile evento pubblicitario, Apple ha ripubblicato lo spot sul proprio sito. Solo che c’è qualcosa di strano. Guardando con attenzione il filmato attualmente disponibile, si nota che la lanciatrice di martello indossa un oggetto che somiglia dannatamente a un Walkman, o più esattamente a un iPod. Ma l’iPod nel 1984 non esisteva.

Incredibile lungimiranza di Steve Jobs? Le forme dell’iPod sono state ispirate da un gadget usato nello spot di vent’anni fa? No. Semplicemente, senza dichiararlo da nessuna parte, Apple ha fatto ritoccare digitalmente il filmato inserendovi in modo perfetto un iPod dei giorni nostri. Non si sa quale società specializzata in effetti speciali abbia eseguito il ritocco, che è assolutamente realistico. Soltanto guardando lo spot originale, tuttora reperibile in vari archivi della Rete, ci si può rendere conto della differenza. O dovremmo chiamarlo inganno?

La scelta di Apple di eseguire un ritocco segreto proprio in uno spot che allude a 1984 di George Orwell è molto più di una semplice trovata per far parlare del proprio nuovo gioiello di famiglia. Chi si è preso la briga di leggere il libro di Orwell invece di citarlo e basta sa infatti che uno degli aspetti più inquietanti del romanzo non è la sorveglianza costante di ogni cittadino, ma la sistematica cancellazione e riscrittura, da parte del governo totalitario, di ogni registrazione degli eventi (giornali, filmati, fotografie) in modo da adattarsi alla verità politicamente corretta del momento.

E nelle pagine del sito di Apple dalle quali si scarica il filmato non c’è alcun accenno al fatto che è stato modificato: chiunque lo scarichi crede quindi di avere sotto gli occhi l’originale. Ogni altra ipotesi è bispluserrata, come si dice nell’orwelliana Neolingua. Apple ha ironicamente adottato proprio i metodi del Grande Fratello che proponeva di sconfiggere, abbracciando la famosa citazione di 1984: “Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato.”

Altri episodi analoghi di ritocco digitale usato per alterare e confondere i ricordi o eliminare situazioni politicamente sgradite dimostrano che il 1984 è arrivato, sia pure con vent’anni di ritardo, e non ce ne siamo neppure accorti. Il Grande Fratello ha vinto. Ci ha fregato mentre dormivamo.

Il Grande Fratello in soggiorno

Non prendetemi per paranoico, o almeno aspettate che vi abbia raccontato delle tette di Janet Jackson. O meglio dellatetta,al singolare: quella che le si è scoperta “accidentalmente” in diretta televisiva durante l’ultimo Superbowl. I possessori del TiVo, una sorta di videoregistratore digitale su disco rigido che consente di fermare e “riavvolgere” i programmi anche mentre vengono trasmessi in diretta, hanno naturalmente usato questa comoda funzione per rivedere l'”evento”.

Il bello è che il TiVo è collegato anche alla linea telefonica e trasmette all’omonima società che lo gestisce il log dettagliato di tutto quello che viene visto da ogni singolo spettatore, compresa ogni singola cliccata sul telecomando per fermare e rivedere una scena di un film o telefilm. È un comportamento noto e ampiamente dichiarato dalla TiVo, con tanto di garanzia di “anonimizzazione” dei dati raccolti (che sono una manna dal cielo per produttori TV e pubblicitari), ma ai tanti possessori dell’apparecchio è comunque corso un brivido lungo la schiena quando TiVo ha annunciato che sapeva con precisione che i suoi utenti avevano guardato e riguardato l’incidente della Jackson tre volte più di ogni altro momento del Superbowl, facendone l’evento più “rivisto” della storia. Questo ha fatto capire quanto siano potenzialmente invadenti le nuove tecnologie digitali. Fantascienza o roba da americani? Non direi. Anche il famoso o famigerato decoder per la televisione digitale terrestre italiana sarà disponibile anche in versione allacciata al telefono.

Nella futura televisione digitale terrestre c’è anche la questione del broadcast flag: negli Stati Uniti, dal 2006 i ricevitori per la TV digitale dovranno integrare un dispositivo che consente di controllare la registrazione dei programmi. Per esempio, un telespettatore potrà registrare un documentario o una puntata di telefilm, ma non potrà passarne una copia a un amico che se l’è perso: la registrazione sarà utilizzabile soltanto sul registratore di quel telespettatore. Quando si romperà quel registratore, l’intera collezione di registrazioni diventerà inutilizzabile, perché nessun altro apparecchio la potrà riprodurre. Un americano il cui figlio compaia in televisione potrà registrare per sé lo spezzone della sua apparizione, ma non potrà condividerlo con parenti, amici e colleghi. Sarà interessante vedere se e come questa geniale opzione liberticida verrà implementata anche in Europa. Pensate al caso Raiot, la cui puntata controversa circola online, permettendo a ognuno di valutarla: domani questo verrebbe impedito alla fonte.

Schiavi volontari

La cosa più inquietante è che non solo ci sono pochissime voci che sollevano dubbi sulla strada che le tecnologie digitali stanno seguendo sotto la spinta dagli interessi dei magnati dei media, ma i consumatori stessi si lanciano su queste novità come zanzare attratte dal bagliore della griglia elettrificata.

L’ultimo caso, in ordine di tempo, è la nuova iniziativa di Google, denominata Orkut. Amici e semplici conoscenti mi tempestano di offerte di unirmi a questa nuova comunità online, alla quale si accede soltanto se si viene invitati da chi è già membro. Si è creata un’atmosfera da élite: se non ti invitano a Orkut, non sei nessuno. Ma io rifiuto, perché non posso fare a meno di sottoscrivere i dubbi di Vittorio Bertola: siamo sicuri che sia una buona idea affidare a una società commerciale straniera, di un paese meno rispettoso della privacy rispetto all’Europa, la mappa dettagliata di chi siamo, di chi conosciamo e di quali sono i nostri e i loro interessi? Se ce lo chiedesse la Telecom o la Guardia di Finanza, saremmo esterrefatti, ma siccome c’è dietro Google, il “gigante buono” della Rete, caliamo le difese.

Pensiamoci un attimo, per favore, prima di farci schedare e assimilare. Ricordate le parole del Grande Fratello dello spot Apple? “Amici, ciascuno di voi è una singola cellula del grande organismo dello Stato… Abbiamo trionfato sulla dissennata disseminazione dei fatti… Abbiamo creato, per la prima volta nella storia, un giardino di pura ideologia, in cui ogni lavoratore può fiorire al sicuro dai parassiti delle verità contraddittorie e confusorie”. E i suoi “amici” sono tutti lì imbambolati a bersi quello che dice il megaschermo.

Datemi un martello.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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