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AOL-Time Warner: la maxi fusione fa già acqua

13 Gennaio 2000

AOL-Time Warner: la maxi fusione fa già acqua

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Il mega-merger dell'anno, trentasei ore dopo, era già lo zimbello di Wall Street e del Nasdaq. Le agenzie Usa, già martedì scorso annunciavano sia il crollo in borsa sia del titolo America Online ( meno 11%) che di Time Warner (meno 7%), di fronte a investitori sempre più critici. In tutto 21 miliardi di dollari bruciati in un giorno

I nostri quotidiani, purtroppo, non avevano perso tempo, il giorno prima, e avevano salutato il merger con le solite trionfali note del loro provincialismo (interessato). Sgomitanti “esperti” si sono affollati sulle prime pagine dei quotidiani per spiegare al volgo e all’inclita che “grande è bello” su Internet, che nasce la mitica banda larga di massa, che la TV è già una cosa sola con Internet, ecc. Al coro si sono uniti anche grandi editori e businessman, ovviamente.

Evviva. Peccato che poche ore dopo ondate di vendite sancivano la vera opinione del mercato (e della Rete, dato che ormai oltre il 50% della compravendita di titolo ad alta tecnologia si fa proprio su Internet). E questo nonostante che gli analisti di Wall Street continuassero a consigliare acquisti, fiduciosi sulle magnifiche sorti del connubio.

Perché questo grande e improvviso “ripensamento” di massa? Per svariati motivi, secondo i primi commenti a caldo.

In primo luogo: AOL è un Internet provider, il più grosso degli Usa, caratterizzato da un’alta quota di mercato, da una redditività unitaria piuttosto bassa, ma da una elevata velocità di crescita. E, elemento chiave, da una capitalizzazione azionaria stratosferica (143 miliardi di dollari, 188 volte i suoi profitti).

AOL, se vuole reggere questo equilibrio instabile, tutto giocato sulla percezione del suo futuro da parte degli investitori, deve “mantenere la promessa” ogni trimestre con tassi di crescita elevati, più elevati di quelli mostrati negli ultimi dodici mesi: AOL, infatti, negli ultimi 5 anni ha registrato un tasso di crescita medio dei profitti del 92%, ma per i prossimi 5 anni la previsione degli analisti quasi si dimezza al 50%. C’è quindi un gap che Steve Case deve necessariamente colmare. Trovando la via di una AOL strutturalmente più profittevole, e in forte crescita.

Ora o mai più. Da un lato la supercapitalizzazione gli mette a disposizione risorse enormi. Dall’altro può realizzare il suo sogno originario: AOL è l’Isp al mondo più “onnicomprensivo” che esista, fin dai tempi (pre-Internet) della sua nascita a fine anni ’80 come Bbs a interfaccia gradevole. Allora entravi nella comunità AOL e là restavi (con i suoi chat, le sue conferenze, il suo materiale grafico). Per poco Case non venne schiacciato da Internet-Web. In velocità (e magnificamente) fece la riconversione dal suo primo modello proprietario. Di cui, però, esistono tuttora larghi pezzi e, soprattutto, lo spirito dell’azienda AOL.

Case ha sempre pensato che il futuro, per un Isp, sta nel divenire non solo un fornitore di accessi, ma anche di contenuti. E i contenuti ce li hanno i grandi gruppi dei media, oggi incerti, esitanti, in crisi più o meno aperta dovuta alla sfida di internet. Tra questi proprio Time Warner, enorme agglomerato mediatico general purpose, poco innovativo, che fino al marzo scorso aveva il bilancio in rosso, e che per i prossimi 5 anni ha una previsione di crescita di redditività del solo 13%.

Ovvio che un’azienda così, miracolata da un super acquisto con premio di maggioranza del 70% da parte di AOL, abbia visto il suo titolo schizzare del 30% in alto al momento dell’annuncio. Di converso AOL, dopo una fiammata iniziale, ha perso quasi il 20% negli stessi giorni. Una asimmetria che deve far riflettere.

Consentitemi quindi qualche considerazione, a controcanto delle frettolose analisi sulla fusione del secolo. Primo: finora il “grande è bello” su Internet non ha pagato molto, mentre ha pagato la focalizzazione, il business model chiaro e interessante, confortato da cifre accertate di crescita, siano essi profitti, o quote di mercato o ancora capacità di attrarre utenti.

Secondo: si sbandiera che Time Warner connette 13 milioni di famiglie Usa con le sue reti TV via cavo, asset fondamentale per la nuova era della larga banda “internet-televisiva”.
Balle. Nella scorsa primavera si formava il supergruppo [email protected]&T, quello sì con un potenziale di 25 milioni di famiglie Usa connesse dalle reti cavo TV di Tci, con @Home già primo provider Internet sul cavo, con Excite secondo portale mondiale e con la forza di AT&T. Risultato: @Home, il fulcro dell’iniziativa, è un provider che continua a perdere, che guadagna quote di mercato molto lentamente, che periodicamente ritira fuori mega-piani di rilancio della TV interattiva-Internet che piacciono a qualche analista ma intanto il titolo ristagna da più di sei mesi.

Se questa è la performance di quello che doveva essere il leader della nuova era della larga banda Internet via cable-modem, giudicate voi.

C’è, infatti, un grosso baco in tutta questa faccenda e sta proprio nel futuro vero dei servizi Internet su rete TV-cavo. Detto in due parole, questi servizi non sono affatto Internet e non sono affatto a larga banda. Ma sono, generalmente, una fregatura per l’utente. Specie se confrontati con le offerte Dsl degli Isp che usano la rete telefonica, grandi o piccoli che siano.

Non sono servizi Internet perché sulla rete TV-cavo adattata a Internet di solito passa uno e un solo provider (il gestore) con una serie di server proxy ripetuti nel sistema. Il risultato, per l’utente, è quello di avere una Internet con una corsia preferenziale veloce (relativamente) sul “padrone della rete” (che sia @Home o AOL poco importa) mentre se vuole andare su altri siti ecco che la velocità cala drasticamente. E Internet, così come è nata, per definizione, non ha corsie preferenziali. Via modem tutti giocano alla pari: l’Isp dà la connettività alla velocità più alta possibile, chi fa il portale organizza servizi, chi fa contenuti fa quello e basta. Nessuno monopolizza la Rete.

Secondo: Il cavo TV è un’architettura a media condiviso. Questo significa che se 50 famiglie di un vicinato alla sera si collegano al servizio Internet via cable-modem devono dividersi la banda disponibile, in fettine sempre più piccole. Ovvero su velocità sempre più lente che spesso crollano sotto quelle di un modem Isdn, o V90. Il tutto a 40 dollari mese, ovvero 480 l’anno.

Se a tutto ciò si mette in conto che, per una cifra analoga, un Isp vi mette in casa una connessione Dsl sullo stesso doppino telefonico, che questa vi dà una banda riservata solo a voi di un mega in download e 300k in upload e che, per il resto, vi offre la normale libertà di accesso alla Rete, potete capire perché ieri molti investitori abbiano deciso che era tempo di far migrare i propri soldi verso altri lidi e non verso AOL.

America On Line, infatti, ha speso tutti i suoi soldi per comprare cavo-TV e contenuti media tradizionali. Mentre avrebbe fatto molto meglio ad attaccare a tutto campo sulle reti e i servizi Dsl. Senza appesantirsi con un mega-gruppo in corpo. Ovvio, nulla è certo nel futuro; Steve Case finora si è dimostrato come uno dei grandi di Internet, ma questa volta, per lui, è proprio difficile.

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