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Ancora lontano l’equilibrio sul copyright nell’era digitale?

20 Dicembre 2005

Ancora lontano l’equilibrio sul copyright nell’era digitale?

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In USA, alcuni artisti tentano di rivalutare il fair use mentre industria (e giudici) continuano a preferire la mano pesante

Proseguono in USA le controversie legali, da una parte, e dall’altra le iniziative avviate anche a livello professionali tese a ridefinire il diritto d’autore nell’era digitale. Nel secondo caso va notato il recente lancio di un documento che illustra, in maniera chiara e semplice, le pratiche per affermare e rispettare il cosidetto “uso consentito” relativo alle opere cinematografiche.

Con tale termine (fair use) s’intende la possibilità, in alcune circostanze, di citare o usare liberamente materiale sotto copyright senza dover chiedere permessi o pagarne i diritti, una variante della libertà d’espressione garantita universalmente. (Anche se il concetto di uso consentito statunitense non coincide perfettamente con quello delle “eccezioni” previste delle norme sul diritto d’autore italiane e comunitarie, la sostanza rimane pressoché identica).

Edito dal Center for Social Media, emanazione della School of Communication at American University in Washington, D.C., lo Statement of Best Practices in Fair Use sottolinea come sia proprio l’antica pratica del fair use l’elemento cruciale che “impedisce al copyright di divenire censura”, e che va invocato quando “la validità per il pubblico di quel che si dice oltrepassa i costi per il privato titolare del copyright”.

Curata da associazioni professionali e media center indipendenti, la guida vuole incoraggiare e sostenere quegli autori che decidono di incorporare materiale sotto copyright in opere nuove e creative.

Pratica questa sempre più diffusa nell’attuale cultura del remix, ma che altrettanto spesso subisce una sorta di autocensura preventiva nella comunità creativa per via delle tagliole imposte dal continuo terrore di infrazioni e dalle classiche lettere di “cease and desist”, oppure dalle esose spese legali onde affermare in tribunale il diritto all’uso consentito e difendersi nel caso piovano le querele.

E se c’è chi decide di andare avanti comunque, aderendo in pieno alle norme attuali vigenti, allora deve munirsi di grandi quantità di tempo e denaro, oltre che di una nutrita schiera di avvocati e collaboratori, così da sistemare per bene i diritti di ogni singola scena o canzone tratte da una miriade di opere diverse, ce lo ricorda Lawrence Lessig in Cultura Libera, quando illustra il caso di un CD-ROM realizzato dalla Starwave (con il pluri-milionario Paul Allen tra i soci) contenente stralci tratti dai film di Clint Eastwood: un anno di lavoro e un budget non dichiarato per sistemare i diritti di tutti gli attori coinvolti.

Ancora una volta, dunque, si tratta di evitare ogni estremismo in tema di proprietà intellettuale per rilanciare piuttosto le potenzialità delle tecnologie digitali. E, ancora più importante, evitare l’incommensurabile perdita di creatività che verrebbe a concretizzarsi con l’imposizione alla lettera di simili strettoie o autocensure.

D’altronde il fair use è stato pilastro cruciale per lo sviluppo della cultura occidentale, oltre che clausola importante delle norme sul diritto d’autore dei passati 150 anni. E pur se specifico per la cinematografia, il manuale curato da entità quali Association of Independent Video and Filmmakers, International Documentary Association e National Alliance for Media Arts and Culture, si rivela prezioso anche per chi opera in altri media, oltre che ottimo modello per analoghe pubblicazioni relative ai più diversi ambiti cultural-creativi.

Sul fronte opposto, quello strettamente legale, si prosegue invece con il pugno di ferro. Stavolta contro un’altra pratica comune e diffusa, oltre che in USA tutelata proprio in quanto fair use, il “sampling”, cioè il download di pezzi musicali online onde decidere se poi acquistare o meno il relativo CD. Almeno questa la difesa tentata da Cecilia Gonzalez, che aveva scaricato dal network Kazaa 1,370 canzoni sotto copyright, e respinta invece dalla Corte d’appello federale a Chicago.

Sentenza importante perché è il primo di casi simili che arriva in appello, dopo le svariate ondate di procedimenti contro migliaia di persone avviato dalla Recording Industry Association of America (RIAA) a partire dal settembre 2003.

Dopo aver rifiutato un patteggiamento che prevedeva una multa sui 3.500 dollari, i legali della Gonzalez hanno puntato tutto sulla legalità del sampling, come d’altronde si apprestano a fare altri utenti già condannati in primo grado.

Sembra però che, vista la notevole quantità di materiale abusivamente prelevato da costoro, i giudici vogliano allinearsi nuovamente a fianco della RIAA, affermando tra l’altro nel dispositivo della sentenza che “quanti diffondono o scaricano file musicali sono i maggiori contravventori alla legge sul copyright”.

Da notare che, mentre Gonzalez dovrà ora pagare oltre 22.000 dollari di multa, la decisione della Corte d’appello copre soltanto tre stati di (Illinois, Indiana, Wisconsin) e non è detto possa costituire un precedente legale valido altrove.

Senza dimenticare come l’accanimento contro i singoli potrebbe (dovrebbe?) perdere vigore per varie ragioni: la Electronic Frontier Foundation continua a diffondere la sua lista di suggerimenti per evitare di essere colti in flagrante e denunciati dalla RIAA; Kazaa, dopo aver perso il primo round per infrazioni al copyright in un’aula australiana, ha dovuto bloccare i download per Windows in quel paese; l’attività dei servizi legittimi (e a pagamento) per la musica online è in forte espansione, iTunes in testa.

Anche se sembra proprio che l’industria dell’intrattenimento non voglia saperne di trovare strade meno drastiche e più equilibrate. Anzi, tutt’altro, almeno a giudicare da un’altra notizia sempre relativa alla scena statunitense.

La Music Publishers’ Association, in rappresentanza dei parolieri delle canzoni, sostiene che tale materiale è assai diffuso sul Web, e che oltre a imporre la chiusura di questi siti e a multarne i gestori, come già accaduto in diversi casi, nel 2006 inizierà a denunciare i diretti responsabili – sperando i giudici li condannino alla galera come “efficace deterrente” contro simile pratica.

Come ha ribadito David Israelite, presidente dell’associazione, la pubblicazione degli spartiti e delle liriche significa “derubare gli autori” e si ricorrerà a “tutti i mezzi legali disponibili” per bloccare questa usanza.

Recentemente, ad esempio, la Warner Chappell ha imposto la chiusura di un sito molto seguito, PearLyrics, ma il suo ideatore Walter Ritter sostiene che frotte di appassionati ne apprezzavano l’attività perché “altrimenti simili servizi non sono disponibili”.

Come già accaduto con il download musicale, insomma, i giganti industriali sonnecchiano tranquillamente anziché venire incontro alle mutate e mutanti esigenze degli cyber-utenti, e a farne le spese, insieme a questi ultimi, sono quei pionieri che provano comunque a colmare simili vuoti sull’onda dell’innovazione tecnologica.

Impossibile sperare in una dose maggiore di equilibrio e sagacia nella gestione dei diritti intellettuali nell’era digitale?

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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