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Anche su Internet bisogna combattere contro gli aggressori

23 Ottobre 2001

Anche su Internet bisogna combattere contro gli aggressori

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Le drammatiche immagini degli aerei che si abbattevano in un volo assurdo contro le torri gemelle a New York ancora non si sono cancellate dalle nostre menti, che già c’è chi parla di nuovi attentati.

Questa volta, però, gli specialisti disegnano un panorama futuro di attacchi contro gli Stati Uniti meno spettacolari ma molto insidiosi e parlano della possibilità di attentati informatici per paralizzare le reti più importanti e vitali, soprattutto se combinati ad attentati “classici”.

Dice Michael Vatis, ex direttore dell’unità di lotta contro il crimine informatico dell’FBI, davanti al Congresso per un’audizione: “La possibilità di cyberattacchi contro le reti informatiche degli Stati Uniti e dei suoi alleati è elevata”.

E per rincarare la dose, aggiunge che i conflitti internazionali nel mondo reale hanno il loro equivalente su Internet.

Quindi, niente più attacchi finalizzati per creare scompiglio nel mondo finanziario, ma azioni per colpire e danneggiare le reti e le infrastrutture di comunicazione.
Nulla dunque di eclatante, piuttosto tanti attentati più piccoli e con meno visibilità.

Gli Stati Uniti si aspettano questi attacchi terroristici, soprattutto dopo aver intrapreso la guerra contro il terrorismo come risposta agli attentati dell’11 settembre.

“I terroristi potrebbero ritorcere contro di noi le nostre infrastrutture informatiche – spiega Harris Miller, dell’associazione americana per la tecnologia dell’informazione – bloccando le nostre reti, disturbando le operazioni in tempo reale, attaccando le imprese e i privati”.

“Agire nel campo del cyberterrorismo e agire in fretta”, continua l’esperto, che lamenta come il numero crescente di attacchi informatici metta in luce la vulnerabilità americana.

La paura e la preoccupazione si legge anche nelle parole dei politici americani.
Per il senatore Robert Bennett questi attacchi combinati porterebbero ad un “livello di terrore e di paura massimo”.

“Quando si producono grandi attacchi di tipo fisico, i danni sono ancora maggiori se un secondo attacco è mirato contro i computer che gestiscono le risposta”, ha dichiarato il senatore durante un dibattito.

La paura vera, dunque, non è solo per l’attentato in sé, ma soprattutto per il senso di smarrimento e impotenza nell’incapacità a reagire.
La stessa paura che attanagliava gli Stati Uniti durante l’epoca della Guerra Fredda, l’incapacità, cioè, di rispondere ad un attacco nucleare sovietico.

Una paura che ha portato al riarmo atomico e ad una “pace” basata sull’equilibrio del potenziale bellico e sulla rappresaglia immediata che non avrebbe avuto né vinti, né vincitori.

C’è anche chi, come Duane Andrews, ex responsabile al Pentagono del ministero della difesa pensa che non solo gruppi di terroristi, ma anche stati si stiano preparando alla guerra informatica e “deplora” il livello di preparazione degli Stati Uniti contro questo tipo di attacchi.

Ma è William Wulf, presidente dell’Accademia nazionale d’ingegneria che rende più chiaro il pensiero della “rappresaglia” di cui parlavamo prima.

Secondo Wulf, infatti, la sicurezza delle reti è fondata sulla tecnologia dei “firewalls”, definita inefficace come la linea Maginot.
“Un’efficace sicurezza informatica – spiega il presidente dell’accademia – deve comprendere una risposta attiva, una sorta di minaccia, un prezzo da pagare per l’aggressore, come complemento della difesa passiva”.

Quali possano essere queste “risposte attive” non lo dice, ma si candida per partecipare ad un ipotetico gruppo di professionisti specializzati, unica via, secondo lui, per poter rispondere con efficacia e “il più in fretta possibile”.
Con tanti saluti alla commissione consultiva messa in piedi da George W. Bush.

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