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Amazon licenzia, la (new) economy frena — ma tutto va bene…

02 Febbraio 2001

Amazon licenzia, la (new) economy frena — ma tutto va bene…

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Se gli Internet worker sono sempre assai richiesti, investitori e media tentennano di fronte ai nuovi tagli.

È di queste ore la notizia di nuovi licenziamenti da parte di Amazon.com. Il gigante dell’e-commerce ha annunciato un taglio del 15 per cento della forza-lavoro, pari a 1.300 dipendenti. Una serie di manovre atte alla riduzione dei costi, nella speranza di arrivare finalmente a registrare dei profitti entro fine anno, precisano i dirigenti. Si tratta forse dell’ultima goccia che farà traboccare il vaso della new economy? Forse, anche se qualcuno sostiene che gli “Internet worker” mandati a casa ci mettono poco a trovare nuovi impieghi nel settore, in genere con una media di appena sette giorni. Comunque sia, è chiaro che le vele del dot-com hanno tutt’altro che il vento in poppa.

Chiusi alcuni centri operativi, ridotti ad attività stagionali altri, Amazon dichiara altresì di aver perso oltre 90 milioni nel trimestre chiusosi lo scorso 31 dicembre, ovvero 25 cent per azione, con gli esperti che prevedevano meno 26 dollari. A fine ’99 il bilancio era in rosso di 185 milioni. Le vendite sono invece salite a 970 milioni, il 44 per cento in più rispetto ai 670 milioni di un anno prima. Per il 2001 si prevedono infine introiti di un 20-30 per cento superiori a quelli del 2000, con incassi-recordi di circa 3.6 miliardi, pur se gli analisti ne stimavano almeno 4 miliardi. In ogni caso Jeff Bezos spergiura di essere ormai prossimo all’agognato traguardo: i primi, effettivi guadagni della sua creatura, entro quest’anno. Ce la farà stavolta? Vedremo. Intanto però il tutto sembra aver poco soddisfatto gli investitori: a seguito di tali annunci, i titoli Amazon sono subito calati del 4 per cento, poco sopra i 18 dollari al pezzo.

Anche le immediate reazioni dei media statunitensi appaiono tiepide, quando non esplicitamente critiche. CBS News apre con il titolo “Amazon.Cuts“, sottolineando l’ampio volume dei licenziamenti nonché la diminuzione della fiducia dei consumatori nel maggiore e-tailer. Il quotidiano di Silicon Valley, San Josè Mercury News, punta i riflettori sulle lamentele dei 400 impiegati di Seattle mandati a casa, i quali stavano organizzandosi in un sindacato interno, unici nella cospicua forza-lavoro di Amazon sparsa sull’intero territorio nazionale. Timori illustrati anche nel corso di una conferenza stampa tenuta in quel di Washington, DC dalla Alliance of Technology Workers. Dove si è annunciato l’avvio di una inchiesta in loco per valutare eventuali infrazioni e denunciare la società di Seattle al National Labor Relations Board. Mentre qualcuno ha ricordato come Amazon sia “schiava di Wall Street,” interessata solo alla “crescita smisurata” in sintonia col mondo dot-com.

Com’è d’uopo, per i dirigenti di Amazon le riduzioni di personale nulla hanno a che fare con la ristrutturazione aziendale. Anzi, con una mossa un po’ contorta, Bezos spiega di voler attivare un fondo pari a 2,5 milioni di dollari in azioni da rivendere nel 2003, per distribuirne il ricavato agli impiegati licenziati in quest’occasione. Ammesso, aggiungono i maligni, che i titoli societari riescano a risalire o che esistano ancora da qui a due anni. Quel che conta, appunto, è far di tutto pur di arrivare ai sospirati, primi guadagni, o meglio rifarsi il trucco per tranquillizzare gli scalpitanti investitori, pur se a scapito di consumatori e dipendenti. E meno che mai può essere messa in discussione la giustezza del modello commerciale stile Amazon.

È d’altronde vero, non mancano di ricordarci Salon e Wired News, che i licenziamenti in ambito high-tech e Internet sono “diventati così banalmente diffusi” che quest’ulteriore notizia rischia di suscitare nulla di più di qualche accorato sospiro. Un ambito che nel solo mese di gennaio, segnala l’agenzia Challenger, Gray & Christmas, ha toccato la quota record di quasi 13.000 dipendenti prematuramente congedati. È successo, tra le tante, in aziende quali ExciteAtHome, AltaVista, eToys, a conferma di una precisa tendenza attivatasi dallo scorso anno. Se poi allarghiamo l’orizzonte occorre chiedersi cosa sono in fondo 1.300 dipendenti rispetto ai tagli di 26.000 unità annunciati da Chrysler?

Se insomma l’economia a stelle e strisce inizia a scricchiolare a macchia d’olio, c’è però chi ritiene sia prematuro per il dot-com gettare la spugna. “Gli Internet worker mandati a casa trovano nuove occupazioni mediamente in una settimana, alcuni perfino in un sola giornata, perché il numero dei tagli impallidisce rispetto alle enormi necessità del settore.” Questa la posizione dei responsabili di System One, agenzia di collocamento dedita all’high-tech con base a Chicago. I quali ribadiscono come il personale specializzato in tecnologie web e affini rimanga tuttora quello più ricercato sul mercato del lavoro. Nonostante i recenti trend negativi, non è che la domanda vada poi scemando più di tanto, tutt’altro. Insiste System One: “A fronte di ristrutturazioni e tagli nell’ambiente più strettamente consumer, esiste un bisogno immenso di tecnici in altri settori tecno-informativi: sviluppo di database, business-to-business, business-to-consumer, web designer, programmatori object-oriented.” Si tratta ovviamente di personale altamente qualificato, anche disposto a guadagnare un po’ meno inizialmente (sui 55.000 dollari annuali), attenti comunque ad evitare quelle fregature tipo accettazione di corrispettivi in azioni che hanno purtroppo rovinato la vita di non pochi impiegati-investitori di start-up.

Ma se il personale high-tech sembra andare ancora a ruba, perlomeno nell’area industriale di Chicago, è lampante come la digital economy proceda ormai in discesa – senza con ciò voler demonizzare chicchessia. Ergo, non resta che attendere il’ennesimo intervento rassicurante della Federal Reserve, grazie ad un’amministrazione Bush che inizia a muovere i primi passi in quel corporate-style che gli è proprio.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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